Dal Canada al Venezuela passando per la Colombia. Chi è Alfonso Caruana, il banchiere dei narcos

Di lui ci sono poche immagini e anche sfocate. Alfonso Caruana è stato un fantasma per trent’anni, nonostante fosse uno dei chiodi fissi di Giovanni Falcone. A chi insisteva nell’attribuire ruoli di responsabilità ai”soliti noti” della mafia siciliana, il giudice replicava «Dobbiamo mettere la mani su Caruana e Cuntrera». Già, Alfonso Caruana e Pasquale Cuntrera, due nomi inscindibili nell’universo mafioso, esponenti di quella mafia divenuta potenza finanziaria internazionale.

Il cammino criminale dei due si è sempre svolto di pari passo ed era culminato nella seconda metà degli anni ’80 con il “colpo della vita”: l’accordo con i narcotrafficanti di Cali per l’invio in Italia, attraverso anonimi mercantili di 5 tonnellate di cocaina. Il grande balzo della premiata ditta “C&C” si compie a quel punto trasformandola nella “formidabile macchina di riciclaggio“.

Gli inizi

Nel settembre 1968 Alfonso Caruana, fu registrato in ingresso all’ufficio immigrazione di Montreal. In tasca aveva 87 dollari e 30 centesimi; alle autorità doganali disse d’essere un elettricista. Fin lì, stando alle scarne dichiarazioni, Caruana aveva fatto il campiere nelle assolate terre dell’Agrigentino.

Vent’anni dopo quell’arrivo in Nordamerica, l’Fbi valutò in 100 milioni di dollari il patrimonio accumulato dal mafioso. Un impero che, nelle speciali classifiche, veniva subito dopo quelli di Gianni Agnelli e Silvio Berlusconi. Cresciuto a Siculiana (Agrigento), 4 mila abitanti a pochi chilometri dal mare, Caruana, che il primo gennaio ha compiuto 72 anni, è accusato d’essere stato un capo intercontinentale della droga. Per una lunga stagione, come riferisce a «la Lettura» una qualificata fonte dei carabinieri in passato impegnata nella caccia al boss, qualsiasi grammo fumato, inalato e pippato negli Stati Uniti venne immesso sul mercato proprio dalla «famiglia» mafiosa Cuntrera-Caruana. Eppure Alfonso Caruana, catturato nel 1998, potrebbe tornare in libertà. Forse già nei prossimi mesi.

La nuova partita

Ad aprile 2018 la Cassazione ha annullato con rinvio il verdetto della Corte d’Assise d’appello di Torino che aveva condannato Caruana a 21 anni. Il processo è da rifare. L’attesa potrebbe annunciarsi lunga a causa dei tempi della giustizia e così il mafioso, beneficiando di sconti – il comportamento in galera è impeccabile e l’età gioca dalla sua – potrebbe uscire di prigione molto prima della prossima sentenza. E potrebbe, appena un metro dopo il cancello del penitenziario, sparire per sempre. Tornare un fantasma. Alfonso Caruana, soprannominato «il boss dei due mondi». Ha avuto e ancora ha appoggi ovunque.

All’apice del potere ha perfino «sottomesso» Aruba, un’isola caraibica. Un uomo carismatico, ai vertici di quel cartello mafioso Cuntrera-Caruana consolidatosi fin da inizio Novecento grazie a una fitta trama di matrimoni combinati allestiti come show: due giorni di feste, cantanti di grido sul palco, massiccia presenza di autorità fra gli invitati e futuri ministri come testimoni.

Questo cartello ha comprato, gestito e mosso tonnellate di stupefacenti in America, Colombia, Venezuela, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia. Nella prigione di massima sicurezza in Sardegna dov’è detenuto, Caruana non ha rinnegato nulla. Il suo avvocato è Maria Brucale, penalista di 44 anni con già consolidata esperienza (ha difeso imputati nei processi per le stragi di mafia). Merito anche del legale, che ha costruito il ricorso sull’impianto accusatorio dei collaboratori di giustizia, se la carriera di Caruana potrebbe avere l’ennesimo colpo di scena.

Valigie di dollari

Denise Maille e Danielle Lavigne avevano lavorato rispettivamente come cassiera e impiegata alla City and District Bank di Montreal. Interrogate negli anni Ottanta dalla polizia canadese dopo le prime scoperte dei faraonici conti correnti della «famiglia» mafiosa, avevano ricordato le frequenti visite, in largo anticipo rispetto all’orario d’apertura, di «tre-quattro uomini» che entravano direttamente nella stanza del direttore Aldo Tucci «con valigie contenenti in media tra i 250 mila e il mezzo milione di dollari». Quelle due donne si sbagliavano: i quotidiani depositi dei Cuntrera-Caruana erano perfino superiori. Nel 1981, il 20 maggio la «famiglia» aveva versato 731.800 dollari e il 10 giugno un milione. E comunque non c’era soltanto la City and District Bank: in quello stesso anno, in altri due istituti di credito (la Banque National du Canada e la Trust Hellenique Canadien) i mafiosi avevano lasciato quasi 4 milioni di dollari. Per tacere di un’ulteriore banca, l’ex Banque provinciale di Montreal, destinataria di depositi pari a 15 milioni di dollari. Così tanti soldi da perdere la percezione del denaro.

Il 27 novembre 1978, Caruana era atterrato all’aeroporto di Zurigo su un volo Swissair partito da Mirabel, in Canada. Il boss aveva una ventiquattrore con un doppiofondo dentro il quale c’erano 600 mila dollari. Gli svizzeri l’avevano multato e congedato. Convinti che tanto non erano affari loro. Come no. La Svizzera è stata centrale nella rotta dei pagamenti della droga, transitati in banche di Bellinzona, Chiasso, Basilea e Ginevra per cifre a salire dal mezzo milione di dollari. Quando gli investigatori «inseguirono» la scia del latitante Caruana per otto intensi mesi, entrarono in 52 banche, compresi istituti negli Usa e in Gran Bretagna, e scovarono 33 milioni di dollari.

«Un uomo distinto»A modo suo, l’ex campiere di Siculiana è uno da record. L’operazione delle forze dell’ordine contro i Cuntrera-Caruana condusse al maggior sequestro di droga in Italia e al secondo in Europa: 5.466 chili di cocaina pura all’81% scovati nel marzo 1994 in confezioni di scarpe all’interno di un container in Piemonte. Quell’inchiesta, denominata «Cartagine», registrò la triangolazione tra i cartelli colombiani, i mafiosi Cuntrera-Caruana e le cosche della ’ndrangheta, dai Morabito ai Pesce. Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto di Torino Marcello Maddalena, innescarono 95 arresti. La cattura di Caruana avvenne a Woodbridge, sobborgo residenziale a nord di Toronto, una comunità ad alta densità di italiani (e criminali). Villette attorniate dal verde e poco traffico.

La pace, almeno apparente, è una delle caratteristiche della geografia del mafioso. Aruba è un paradiso di acque cristalline nel mar delle Antille. Lingua ufficiale il papiamento (un misto di portoghese, spagnolo e olandese), sole e clima piacevole tutto l’anno, ex centro di stoccaggio di prodotti petroliferi convertitosi al turismo, l’atollo è un protettorato olandese con governo indipendente. Nel settembre 1992 gli investigatori di mezzo mondo (insieme agli italiani c’erano la Dea e le giubbe rosse canadesi) scoprirono nella casa di un avvocato venezuelano dei Cuntrera-Caruana cassette di sicurezza e una mole di documenti. Quei documenti portarono ad affari illeciti nell’ex Urss e a società finanziarie ad Aruba create per lavare i soldi del clan e reinvestirli in alberghi di lusso. Il cartello era il maggiore finanziatore dell’isola. I Cuntrera-Caruana erano – e restano – rispettati, venerati, protetti. Sull’atollo sono sempre pronti a riabbracciare Alfonso Caruana. Da un momento all’altro, anche senza preavviso. L’avvocato Brucale dice che bisogna prima attendere le motivazioni della sentenza per qualsiasi ragionamento. Non è l’unica: sono in attesa anche i pochi segugi, a cominciare dai carabinieri della Procura di Torino, che hanno dedicato al boss anni della loro esistenza.

Uno dei magistrati che incontrò Caruana in Canada nella faticosa trattativa per l’estradizione, ricorda un mafioso «distinto, cortese, rispettoso dell’interlocutore e del suo ruolo di rappresentante dello Stato». Caruana è stato uno dei primi grandi cervelli votati all’internazionalizzazione dei traffici criminali. Una naturale propensione alla leadership, una capacità di mediare e di trattare. Quando lo scovarono a Toronto, il boss girava tranquillo e a passo lento. Nemmeno fosse un turista così a suo agio da sentirsi a casa; nemmeno fosse un comandante convinto d’avere un esercito imbattibile, nella singola battaglia come nell’intera guerra sul lungo periodo.

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