Immigrazione, quanto ci costa davvero?

Uno dei temi più caldi, al centro dell’agenda politica italiana e non solo, è sicuramente la questione migranti. Tantissimi gli aspetti da prendere in considerazione all’interno di un contesto in cui è difficilissimo trovare un equilibrio, non ultimo quello economico.

Quando si parla di migranti, infatti, una delle tematiche più controverse e dibattute è proprio quella che riguarda le cifre: un vero e proprio balletto di numeri, spesso in contrasto tra loro.

Abbiamo cercato di fare chiarezza con Matteo Villa dell’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale).

Quanto costa oggi all’Italia la gestione dei migranti rispetto alle varie fasi (salvataggio, accoglienza ecc.)?

Possiamo valutare il costo della “emergenza migranti” guardando all’ultimo Documento di economia e finanza, pubblicato lo scorso aprile e che contiene il dato consolidato sul 2017. Su quell’anno, il DEF stima una spesa complessiva di circa 4,4 miliardi di euro. Un aumento molto consistente se consideriamo il livello di spesa prima dell’aumento delle pressioni migratorie sull’Italia (nel 2012 ci si attestava sui 920 milioni di euro), ma che andrebbe contestualizzato: costituisce infatti solo lo 0,26% del PIL italiano, e circa lo 0,5% della spesa pubblica. Insomma, il 99,5% delle risorse pubbliche viene utilizzato per altro.

Andrebbe ricordato inoltre che all’interno di questi 4,4 miliardi di euro che abbiamo speso lo scorso anno, 781 milioni sono stati impiegati per fare missioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo, mentre altri 590 milioni sono stime di spesa per garantire l’accesso all’istruzione ai minori e il costo sulle strutture sanitarie nazionali. Scorporando queste due voci, l’accoglienza vera e propria è costata circa 3 miliardi.

È comunque vero che l’Ue “ci ha lasciati soli”: nel 2017 il contributo europeo per far fronte alle spese italiane sul fronte accoglienza è stato di 77 milioni (meno del 2% delle spese totali), mentre le promesse contenute nel piano di ricollocamento di emergenza dei richiedenti asilo verso altri paesi europei sono state realizzate solo in piccola parte, con il ricollocamento di meno di 13 mila migranti a fronte di 35 mila promessi.

Detto questo, andrebbe ricordato che chi arriva in Italia resta un costo solo fintantoché rimane in accoglienza e non accede al mercato del lavoro. Proprio per questo, è importante lavorare per migliorare l’integrazione di chi arriva in maniera irregolare – e che molto probabilmente, che lo si voglia o meno, visto il livello molto basso dei rimpatri sarà destinato a restare in Italia a lungo”.

Altra questione molto delicata è quella dei fondi. Ci sono tre attori sulla scena: l’Italia che ovviamente gioca un ruolo chiave anche per la posizione geografica, la Libia che fa ” da scudo” , o quantomeno ci prova, e l’Europa. Tre soggetti che devono per forza di cose interloquire, ma in questi anni è stato tutt’altro che facile trovare la quadra anche da un punto di vista economico. Possiamo provare a fare chiarezza rispetto alle cifre e a come sono state convogliate in questi anni nella gestione dell’emergenza?

“In questo caso i numeri sono meno chiari, anche per la diversità e complessità degli strumenti di volta in volta creati. Per esempio, nel 2015 l’Unione Europea ha lanciato il Trust Fund per l’Africa, un fondo che avrebbe dovuto essere utilizzato per affrontare le “cause profonde” delle migrazioni, che erano identificate nella povertà e nel sottosviluppo.

Il fondo, che prevedeva una dotazione iniziale di circa 3,5 miliardi di euro, messi per metà dagli Stati membri e per metà dalla Commissione europea, non è decollato perché proprio gli Stati partecipanti hanno contribuito in due anni a poco più di 400 milioni di euro rispetto agli 1,75 miliardi inizialmente promessi. Un risultato talmente deludente che la Commissione si è ritrovata a dover trovare ulteriori risorse dal bilancio comunitario, alzando la propria “fetta” di contributo da 1,75 a quasi 3 miliardi.

A fronte di tanta difficoltà a reperire queste risorse, resta da chiedersi se una dotazione di 3,5 miliardi, raggiunta da poco e mai aumentata, sia sufficiente per agire in maniera incisiva in un continente da 1,3 miliardi di abitanti e composto da 54 paesi.

Infine, rimane il più grande problema di fondo di chi vorrebbe arginare i flussi migratori aiutando le persone che si spostano “a casa loro”: le evidenze raccolte nell’ultimo secolo dimostrano che in paesi ancora poveri lo sviluppo fa aumentare, non diminuire l’emigrazione, almeno finché non si raggiunge e supera un reddito di circa 7.000 dollari pro capite a parità di potere d’acquisto. Se si considera che oggi i paesi dell’Africa subsahariana hanno un reddito pro capite PPA medio di 3.800 dollari, e che questa cifra ha praticamente smesso di salire negli ultimi tre anni, si capisce come sia difficile sostenere l’argomentazione che vorrebbe collegare un maggiore sviluppo economico a una diminuzione dei flussi migratori.

Anche per questo, in realtà, i nuovi strumenti finanziari che stiamo creando negli ultimi anni vanno tutti non nella direzione di spendere per fare sviluppare i paesi africani, ma in quella di convincerne i governi a collaborare per porre un freno alle migrazioni irregolari. In questa direzione vanno i Migration Partnership Framework, lanciati a giugno 2016 e che prevedono una collaborazione tra l’Unione europea e 5 paesi prioritari africani – paesi di origine e transito dei migranti: Senegal, Mali, Nigeria, Niger ed Etiopia. Anche in questo caso è comunque interessante notare come i fondi messi a disposizione siano molto pochi: in genere si tratta di un “rebranding” di soldi contenuti nel Trust Fund per l’Africa. Va infine aggiunto che parte delle nuove risorse (al momento circa 2 miliardi di euro) sono state spostate dallo EU Development Fund, cioè il fondo europeo per lo sviluppo, e che quindi si tratta di condizionalità “negativa” (se non collabori, avrai meno aiuti) che di condizionalità “positiva” (se collabori, avrai più aiuti). Proprio per questo negli ultimi anni sono state sollevate molte critiche da parte di chi si oppone alla “politicizzazione” degli aiuti allo sviluppo in funzione del contenimento dei flussi migratori”.

Economia e migranti: accordo Roma-Tripoli sui respingimenti – Proprio pochi giorni, la visita del ministro degli esteri Enzo Moavero Milanesi a Tripoli. Un incontro che ha portato a un’intesa con Roma sui respingimenti, con l’Italia pronta a fornire alla Libia supporto alla limitazione dei flussi migratori con l’invio di 10 motovedette.

Durante il colloquio tra il ministro italiano e quello libico il problema dei migranti nel Mediterraneo è stato centrale. “La Libia è un partner strategico per l’Italia anche nella gestione dei flussi migratori”, sottolinea il ministero che non manca di confermare il sostegno italiano alla Guardia Costiera libica “che sta dando ottimi risultati” (Fonte: Teleborsa).

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