L’Italia ha bisogno di un nuovo Enrico Mattei, che garantì l’indipendenza energetica ad un paese senza energia

Garantire l’indipendenza energetica ad un paese privo di fonti di energia. Questa è stata la formidabile sfida lanciata da Enrico Mattei nel secondo dopoguerra. Prima dalla poltrona dell’Agip, dove fu nominato commissario liquidatore, e poi da quella di presidente dell’ENI, Mattei rivoluzionò i rapporti di forza internazionali del mercato dell’energia mettendo in crisi il dominio delle “Sette Sorelle“, le maggiori compagnie petrolifere del mondo, creando le condizioni per il “miracolo economico italiano“.

Una sfida vinta che garantì all’Italia anni di prosperità (mai più ritornati), ma che gli costò (probabilmente) la vita. Infatti, l’aereo con a bordo il presidente dell’ENI precipitò misteriosamente la notte del 27 ottobre 1962 in circostanze mai del tutto chiarite delle indagini.

Se oggi l’Italia è ancora tra i dieci paesi più industrializzati del mondo, lo deve anche e soprattutto al coraggio e alla visione di Enrico Mattei, che per primo intuì il valore strategico del gas (fece trivellare mezza Italia alla ricerca di giacimenti) per un paese sostanzialmente agricolo che voleva trasformarsi in una potenza industriale e che, per scalfire il cartello petrolifero delle Sette Sorelle, inventò la famosa “Formula Mattei“: condividere il 50% dei profitti dei giacimenti con i paesi produttori finanziandone in tal modo lo sviluppo. Un approccio diametralmente opposto a quelle delle major petrolifere, che lasciavano solo le briciole ai produttori in forza di rapporti coloniali di lunga data.

Oggi l’Italia avrebbe bisogno di un personaggio dello spessore di Enrico Mattei per uscire dalla spaventosa crisi energetica in corso ed affrontare, in modo strutturale, quei ritardi nelle infrastrutture che ci hanno reso sempre dipendenti dal petrolio e dal gas di altri paesi.

La sfida alle Sette Sorelle

Fino alla Prima guerra mondiale, anche grazie al fatto che l’area di maggior interesse petrolifero era quasi tutta sottoposta al dominio britannico, il monopolio del petrolio medio-orientale era in gran parte in mano ad aziende britanniche, tra cui l’Anglo-Persian (successivamente Anglo-Iranian, poi ancora BP) che vantava tra le prime concessioni per l’estrazione in Medio Oriente nel 1909. Fino alla Grande guerra un’altra importante quota di mercato petrolifero era detenuta da compagnie di proprietà olandese e tedesca, quest’ultime sostituite con proprietari francesi al termine del conflitto.

Con la fine del conflitto ed il conseguente smembramento dell’Impero Ottomano, anche le compagnie petrolifere americane, fino ad allora rimaste principalmente sul suolo nazionale, ottengono l’ingresso nella Turkish Petroleum. Fu così che nel 1928 nacque tra le compagnie in gioco una tregua chiamata “Linea Rossa”: invece di operare la concorrenza sfrenata attuata fino ad allora, le compagnie avrebbero operato, da quel momento in poi, attraverso il consorzio comune.

Dopo la Seconda guerra mondiale fu creato un nuovo consorzio l’Arabian American Oil Company (Aramco) composto, questa volta, da sole aziende petrolifere statunitensi, escludendo, dunque, quelle francesi e britanniche. Ora, considerando il mercato petrolifero nelle sue caratteristiche, bisogna sottolineare che la tendenza alla concorrenza monopolistica è data dalle difficoltà che le compagnie, che intendono fare ingresso nel mercato, trovano sul loro cammino: ad esempio la necessità di un grande capitale iniziale, l’alta tecnologia richiesta e la distanza temporale tra investimenti e ricavi.

In Medio Oriente, nel 1953, solo nove compagnie occidentali ottennero concessioni petrolifere nell’area, mentre già nel 1962 sedici ne ottennero in Iran, dieci in Arabia Saudita, dodici in Israele ed altre in Yemen, Egitto e Siria. Tuttavia, nonostante l’ingresso di molte compagnie nel mercato, il potere monopolistico delle “Sette sorelle” sembrava rimanere invariato, se non addirittura accresciuto, passando da una quota di produzione mondiale pari al 54,8% nel 1951, al 63% del 1964.

Inoltre, attraverso la Commissione Federale per il Commercio degli Stati Uniti veniva smascherato il cartello monopolistico, volto a mantenere artificiosamente alti i prezzi ed eliminare la concorrenza di altre compagnie petrolifere, sfruttando un sovraprofitto di monopolio al netto dei costi di produzione e delle royalties dovute per le concessioni.

In questo modo, con la convinzione che le compagnie petrolifere sfruttassero i Paesi produttori di petrolio per la ricchezza di pochi occidentali, la fiaccola del malcontento iniziò a serpeggiare in tutto il Medio Oriente attraverso il nazionalismo arabo, minando gli affari delle “Sette sorelle”.

La sfida alle “Sette sorelle”: tra Nasser e Mossadeq

I Paesi medio-orientali, per la maggior parte rentier states, sulla scia dell’entusiasmo del processo di decolonizzazione, iniziano a manifestare l’idea di una nuova politica indipendente dai Paesi Occidentali sotto forma di estremismo islamico, partiti comunisti emergenti e fazioni nazionaliste.

Le compagnie petrolifere, simbolo dello sfruttamento occidentale, furono i primi bersagli di questi movimenti sociali che avevano come principale obiettivo la riappropriazione collettiva di quelle risorse che fino ad allora avevano arricchito una cerchia ristretta accondiscendente agli interessi stranieri.

A causa delle mire espansionistiche dell’URSS verso i Paesi del Golfo, alcuni ammonimenti da parte dell’amministrazione americana furono diretti alle società petrolifere operanti in Iran, orientati a mostrare accondiscendenza verso le richieste nazionaliste. Infatti, recentemente, il partito nazionalista si era avvicinato a quello comunista “Tudeh”, alimentando il timore per un’influenza sovietica nelle terre dell’oro nero.

Nel 1951, con il prevalere del Fronte Nazionale, fu nominato Primo Ministro Mossadeq, il quale nazionalizzò l’Anglo-Iranian Oil Company e la rese ente pubblico. In questo modo, i magnati anglo-americani del petrolio si trovarono spaesati di fronte ad una nuova sconosciuta lotta che non aveva a che fare con il concorrente di turno, ma con un movimento di massa dal sentimento antioccidentale. Tuttavia la risposta del “Blocco Ovest” fu immediata e compatta, fu subito imposto un embargo al petrolio iraniano, in modo che la nazionalizzazione non creasse un “effetto domino” in tutto il Medio Oriente.

Il fallimento del progetto portò l’Iran sull’orlo del collasso poiché l’offerta di petrolio (peraltro ottenuta ad alti costi per la scarsa tecnologia nei processi di estrazione e raffinazione) non poteva essere assorbita né dalla domanda interna, a causa della mancanza di industrie e dell’arretratezza in ogni sorta di sviluppo economico, né dalla domanda internazionale a causa del blocco operato dalle compagnie.

Quest’esperienza portò i leader nazionalisti a comprendere l’inefficacia di gesti simbolici e forti di fronte alla potenza dei “signori del petrolio” e la necessità di un dialogo con chi fosse disposto ad investire nel Medio Oriente con progetti di sviluppo graduali.

Il messaggio di questo nuovo corso viene colto in primo luogo da figure come l’ufficiale del colpo di Stato repubblicano egiziano Nasser ed il Presidente dell’Eni Mattei, i quali trovarono spesso un’intesa nel destino comune di Italia ed Egitto, Paesi, in modo differente, oppressi dall’ingerenza economica e politica anglo-americana.

Italo Pietra disse in proposito di questi ultimi: “Si capisce subito che che l’uomo della Rivoluzione araba e l’uomo della Resistenza simpatizzano, accomunati dalla ruggine contro il colonialismo” e ancora, Maugeri, riportando le parole di Italo Pietra aggiunge: “I due sodalizzarono subito nella loro comune veste di ribelli”. L’inizio della collaborazione italo-egiziana si ebbe nel 1954, quando Mattei progettò di installare nuove raffinerie e di acquisire quote delle società già esistenti sul territorio, senza dissipare risorse in inutili ricerche in terre che sembravano essere estremamente povere di petrolio. Inoltre, cercando un accordo particolarmente favorevole a causa dei bassi prezzi, si mostrava disposto a realizzare una rete di distribuzione di Gpl.

Acquisito attraverso l’Agip Mineraria il 20% della International Egyptian Oil Company e ottenuti risultati fruttuosi nei giacimenti di Feiran e di Bala’im, la cooperazione proseguì con l’inserimento della Snam, della Nuovo pignone e dell’Eni per rifornire gli impianti di tecnologie e procurare metanodotti. Inoltre, attraverso una società italiana creata ad hoc, la Cisape, una nuova raffineria fu allestita al fine di soddisfare la richiesta del Paese di idrocarburi e si diede avvio alla costruzione della rete distributiva de Il Cairo.

Il risvolto dell’incontro di Mattei e Nasser fu l’avvio di importanti progetti nel settore energetico i cui risultati furono soprattutto di ordine politico. Da una parte Nasser riuscì a trovare una via per affrancarsi dal dominio dei petrolieri anglo-americani, procedendo verso lo sviluppo del Paese che governava; dall’altra, Mattei attraverso le operazioni in Egitto tentò di ottemperare all’esigenza di calmare l’opinione pubblica per la mancanza di esiti consistenti sul suolo nazionale e per lo “schiaffo” recentemente ricevuto dalle compagnie americane per l’interruzione delle trattative tra l’Eni e Mossadeq.

La “formula Mattei”

In un’epoca in cui il processo di decolonizzazione promosso dall’ONU e il perdurare dello sfruttamento delle risorse delle ex-colonie andavano vicendevolmente contraddicendosi, quella che venne definita “formula Eni” o “formula Mattei” può essere interpretata come una piccola rivoluzione nel settore petrolifero.

Il nuovo corso messo in atto dal Presidente dell’Eni consistette principalmente nell’accogliere al rango di pari interlocutori i Paesi di recente indipendenza, sulla via di uno sviluppo che stentava a mettersi in moto nonostante la grande ricchezza di risorse e l’ingente esportazione delle stesse.

Mattei aveva, infatti, compreso come il perdurare di un insediamento estrattivo di tipo coloniale da parte delle compagnie petrolifere occidentali in Africa e in Medio Oriente fosse il seme del malcontento nei Paesi arabi e una delle concause del nazionalismo arabo. La diffusione di questo nuovo pensiero politico condusse spesso (come dimostrano le nazionalizzazioni di Mossadeq e la crisi di Suez) a gravi fratture tra i governi del blocco dei non allineati e le compagnie straniere, con conseguenti perdite di profitto.

Come sottolinea Tonini, Mattei basò marginalmente le sue posizioni su motivi di carattere economico per abbracciare un progetto politico di più ampio respiro: fondato sulla reciproca fiducia, su un piano di comune sviluppo, di ricostruzione e sull’idea di indipendenza rispetto alle potenze atlantiche, dalle quali sia l’Italia sia i Paesi del Terzo mondo erano, in vario modo, influenzati.

Ed è in questo contesto ed alla luce di questo pensiero che si inserisce la “formula Mattei”: abbattendo la regola del fifty-fifty nel 1957 fu creata dall’Agip e dal governo iraniano la Société Irano-Italienne des Pétroles, distribuita per il 51% agli italiani e per il restante 49% all’Iran, per il quale era, inoltre, previsto il 75% degli utili.

In Egitto, invece, venne creata la Compagnie Orientale des Pétroles d’Egypte (Cope), il cui 51% era detenuto dalla International Egyptian Oil Company (controllata da Eni e dalla belga Petrofina fino alla crisi del Congo del 1960 e poi quasi interamente solo dall’Eni) e il restante 49% da enti pubblici egiziani (l’1% di disparità venne ceduto in seguito). Degno di nota era il grande impiego di manodopera egiziana nel settore impiegatizio, amministrativo ed operaio, che, però, andava assottigliandosi man mano che si arrivava ai quadri tecnici, che erano perlopiù italiani. Fu nominato Presidente di questa nuova società l’ingegner Mahmoud Younes, già direttore generale dell’Autorità di Gestione del canale di Suez nonché interlocutore privilegiato di Mattei.

Tuttavia, non sempre gli investimenti diedero luogo a risultati fruttuosi: nonostante la produzione di greggio della Cope crescesse di anno in anno, la quantità dello stesso esportato nelle raffinerie Eni in Italia sembrò decrescere dal milione di tonnellate esportate nel 1959 alle circa 200.000 tonnellate del 1960.

Dopo un lungo ed importante incontro diplomatico tra Nasser e Mattei avvenuto nel novembre del 1961, la strada per nuove cooperazioni sembrarono spianate: non solo nel settore petrolifero (con annesse nuove concessioni), petrolchimico, industriale, ma anche nella progettazione di infrastrutture e lavori pubblici sul suolo egiziano. Questo progetto condusse alla fornitura di beni e servizi all’Egitto per trenta miliardi di lire italiane, il cui tasso di interesse, del 4,5% annuo, sarebbe stato ripagato in valuta o in greggio. Nel 1962, infine, l’esportazione di greggio egiziano in Italia raggiungeva il 28% del totale delle lavorazioni Eni, con una quantità di 1.800.000 tonnellate, interamente raffinato negli impianti di Gela.

Mattei è morto il 27 ottobre del 1962 in un incidente aereo nei pressi di Bascapè. Non ha potuto continuare lo straordinario lavoro che aveva iniziato e nessuno in Italia è riuscito a prenderne le redini. E’ come se la storia energetica d’Italia si fosse fermata in quel preciso istante in cui è caduto l’aereo di Mattei.

Informazioni su Marco Blaset 132 Articoli
Giornalista economico della Federazione Svizzera e Direttore di Outsider News.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*