Fin dall’antichità l’uomo ha sognato meccanismi più o meno automatici, dagli automi di Erone fino ai robot umanoidi, nel desiderio di avere a disposizione esseri privi di volontà autonoma e quindi completamente succubi e docili, anche se in certi casi molto più efficienti dell’uomo stesso. In una prima fase, non riuscendoci appieno con le macchine, ha cercato di farlo con gli animali e con i suoi simili, addomesticandoli, ossia piegandoli alla sua volontà, con le buone o con le cattive. Si sono così sviluppate razze di animali domestici, e cioè disposti a servire l’uomo, contrapposte agli animali selvatici. In molti casi gli animali domestici hanno preso il sopravvento, mentre i loro corrispondenti selvatici si sono ridotti fino al punto di rischiare l’estinzione, come è accaduto con il cane e il lupo.

Lo stesso è accaduto con gli umani, dove una parte di loro ha costretto l’altra parte a servirli rendendoli schiavi, e poi salariati, impiegati, fino alle alte sfere dove c’è sempre qualcuno o qualcosa di superiore da servire. La stessa parola “ministro” in latino significa “servitore”. Il presidente ucraino Zelensky, per esempio, sia nella fiction che nella realtà si è definito “servitore del popolo“. Per fortuna c’è anche una buona parte di umani che non vuole essere servita, preferisce essere amata, allo schiavo ubbidiente preferisce un collaboratore che ne condivida visioni e obiettivi. Questo tipo di persone ha cercato di aiutare i serventi a diventare meno dipendenti e a difendere i loro diritti di libertà di pensiero e di azione.
Il modello non è quello del cane fedele, ma del gatto indipendente. Si è creato così un conflitto fra chi comanda e chi serve, quando chi comanda vuole un cane e chi serve vuole fare il gatto. Il conflitto diventa lotta di classe quando chi serve reclama il diritto di fare il gatto e chi comanda lo obbliga a fare il cane. Non potendo impedire al cane più sottomesso di sentirsi ogni tanto gatto, o se si preferisce lupo, il padrone ha pensato ad un cane automatico, o meglio ad una macchina a forma di cane che si comporti come un cane. La macchina vivente è diventata così un totem che ha popolato romanzi e film, e che da sogno è diventata progetto e poi produzione.
Gli studi sull’intelligenza, ossia sulla capacità di comprendere un ordine e di eseguirlo, hanno fatto capire che era più importante la sostanza che la forma, per cui dispositivi di automazione non antropomorfi sono stati inseriti in apparecchi meccanici “stupidi”, fino a costituire catene di montaggio come quelle per la produzione di autoveicoli, che costruiscono un’auto tutte da sole, e così hanno drasticamente ridotto il potere delle mobilitazioni sindacali e dei grandi scioperi. Per sintetizzare il tutto in una battuta, il problema padrone/servitore è la differenza fra il desiderio del padrone e il diritto del servitore, per cui l’ideale per il padrone è avere un servitore che obbedisce sempre, che nel dubbio lo consiglia, ma che non discute, che è sempre a disposizione, non dorme, non mangia, non fa pausa caffè, non deve andare a casa per badare ai figli.
Il padrone quindi ha dedicato una buona parte dei suoi guadagni a costruire servitori artificiali che rispondessero il più possibile ai requisiti del servitore ideale. Anche se tutti gli utensili, dalle pietre scheggiate del paleolitico fino agli smartphone, sono fatti per risparmiare fatica agli umani e per dotarli di poteri che la natura non ha dato loro come guardare lontano, volare, abbattere un elefante, solo negli ultimi decenni abbiamo visto svilupparsi quella che nel linguaggio comune chiamiamo “intelligenza artificiale“.
Negli ultimi cinque anni l’AI (artificial intelligence) è entrata nelle nostre tasche con le applicazioni per computer o smartphone che orami usiamo tutti i giorni.
Ma si tratta di vera intelligenza? E’ difficile rispondere perché è sbagliata la domanda. Prima di tutto non sappiamo ancora bene che cosa sia l’intelligenza naturale, sia degli animali che degli umani. In secondo non esiste una sola intelligenza, ma diversi tipi, come già aveva osservato Gardner che parlava di intelligenze multiple come quella logico-matematica o corporea, quella visivo-spaziale o auditivo-musicale, e così via.
Le applicazioni che usiamo, Gemini dell’ecosistema Google, Chatgpt di OpenAI, e tutte le altre simili, anche se comunemente le chiamiamo “intelligenza artificiale”, in realtà sono grandi modelli linguistici (LLM, Large Language Model), solo che dire LLM è meno affascinante che dire “il mio assistente di intelligenza artificiale”. Gli LLM sono gli strumenti di gran lunga più evoluti che siamo stati capaci di inventare, quelli che ci assomigliano di più. Anche se tendiamo ad antropomorfizzare, ossia a dare caratteristiche umane a oggetti, animali, macchine, con gli LLM abbiamo veramente la sensazione di parlare con qualcuno che ci capisce, ci risponde a tono, ci aiuta, e per di più ci vuole bene, ci fa tanti complimenti, desidera che continuiamo a parlare con lui o con lei, perché possiamo immaginarlo come maschio o femmina.
Ma tutto questo è il trionfo del nostro autoinganno.
Il costruttivismo ci insegna che tutte le nostre conoscenze sono condizionate dal nostro punto di vista, e che quella che chiamiamo “realtà” non è altro che una nostra costruzione del reale, così come l’abbiamo percepito ed elaborato nella nostra mente. Questo da un lato è un bel problema, perché non sappiamo come stanno veramente le cose, dall’altro è un vantaggio, perché ci costruiamo il mondo a nostro gusto. Ed è la stessa cosa che facciamo quando interagiamo con il nostro chatbot, il nostro “chiacchieratore automatico”. Ci sembra che sia contento di incontrarci, che sappia tante cose e ci sappia dare la risposta giusta, ma in realtà non capisce niente e per lui una risposta vale l’altra. Non ha sensazioni e sentimenti, non distingue il bene dal male o il bello dal brutto. E’ privo di attrito sensoriale. Per lui l’acqua a 100 gradi è bollente perché nella maggior parte dei casi dopo le parole “acqua”, “cento” e “gradi” ci va la parola “bollente”, mentre per noi umani “bollente” significa vedere le bolle che gorgogliano, sentirne il rumore, scottarci le dita se le avviciniamo troppo. Se pensiamo ad un rapporto amoroso, è come se la nostra partner ci dicesse: “io non provo niente per te né per nessun altro, ma ti dico le parole che la maggior parte dei poeti e romanzieri mettono in bocca alle donne innamorate“. Quanto sarebbe fascinoso per noi umani un discorso del genere?
Oggi sentiamo parlare sempre più di sostituzione degli umani con apparecchi intelligenti, sia come utopia, con gli schiavi artificiali che faranno i lavori meno gradevoli e più ripetitivi e noi che avremo più tempo per fare cose interessanti e piacevoli, sia come distopia, con robot capaci di fare cose sempre più intelligenti fino ad escluderci del tutto. Per ora però siamo ben lontani, e lo saremo fino a che le macchine non saranno dotate di un sistema percettivo multisensoriale limitato (vedere ma restare abbagliati o non distinguere le cose se la luce è poca, toccare ma provare dolore se la superficie è gelata o tagliente).
Per sviluppare un rapporto sano con gli attuali assistenti digitali, pensiamo ai tipi di rapporto con collaboratori umani, dal punto di vista di un dirigente, per ipotizzare poi il passaggio al rapporto con lo LLM o con altri sistemi di automazione più o meno “intelligente”. Il dirigente può delegare completamente le sue responsabilità nel caso che lasci il suo posto per trasferimento o pensionamento. Sceglierà una persona di sua fiducia su cui poi non avrà nessun potere. Oppure può affidare un progetto ad un suo dipendente o collaboratore con delega controllata, nel senso che gli lascia completa libertà di decisione ma si riserva di controllare i risultati intermedi e finali. C’è ancora il caso del dipendente che riceve ordini e fornisce risultati senza prendere decisioni strategiche, come è il caso di quadri e manager di medio livello. Infine c’è l’esecutore che non prende decisioni ma si limita ad eseguire compiti. Ad eccezione del primo caso in tutti questi tipi il collaboratore dipende dal capo. In altri casi il collaboratore è un collega di pari livello o un collaboratore indipendente, che si integra con il manager ma non dipende da lui. Può anche darsi che il manager stesso dipenda dal collaboratore che assume il ruolo di consulente o di coach, quando il manager ha bisogno di acquisire nuove competenze o di risolvere problemi inediti per cui non è preparato.
Ora vediamo che succede se sostituiamo la macchina all’umano, con la grafica che ho realizzato con il contributo di Chatgpt. La coppia di umani ha il controllo al di sotto della linea rossa. Il controllo cessa solo oltre la linea rossa, nel caso della sostituzione completa. L’umano va via, e al posto suo c’è la macchina che svolge le stesse funzioni. L’umano è altrove. In una visione utopica si dedica alla famiglia, allo sport, alle arti, allo studio; i profitti generati dalla macchina gli permettono di vivere senza lavorare per il salario. In una visione distopica l’umano va sotto i ponti, affamato e infreddolito, o viene eliminato con programmi come guerre, genocidi, sterilizzazioni.
Oggi ci troviamo in una fase intermedia in cui larghe fette di popolazione non sono più necessarie a produrre, e non si è ancora deciso se devono essere mantenute come consumatori dei beni prodotti dalle macchine, o eliminate come scorie inutili. Tutti gli altri tipi di cooperazione prevedono la presenza dell’umano, che fa le domande, si pone i problemi, esprime perplessità e disagi, verifica se le risposte della macchina sono corrette o sbagliate. Guardando l’immagine dal basso, vediamo i casi in cui ci serviamo dell’assistente AI o comunque delle tecnologie robotiche per svolgere ricerche e azioni come scrivere articoli, fare riassunti, generare immagini o altro. L’assistente lavora alle nostre dipendenze, siamo noi che gli chiediamo qualcosa e che approviamo il risultato fornito o chiediamo ulteriori modifiche. Risalendo, troviamo i casi in cui consideriamo l’assistente come un professionista alla pari, chiedendogli di fare ricerche web insieme con noi, o di partecipare ad un brainstorming. Infine lo consideriamo come qualcuno che ne sa più di noi, quando gli chiediamo di risolverci un problema specifico, come un software che non sappiamo usare, o il codice giusto per un lavoro in html.
L’assistente ci propone soluzioni di nostri problemi come un qualsiasi consulente esperto, mettendoci a disposizione l’elenco delle fonti che possiamo consultare per controllare la correttezza di pareri legali, scientifici, tecnici. O addirittura si comporta come un coach quando ci fa da partner per la ricerca di nuove idee o per lo sviluppo di progetti e iniziative di crescita personale. In tutti questi casi è impossibile pensare di fare a meno dell’umano, dei suoi input e delle sue reazioni agli output ricevuti.
Ma c’è di più. Prima di pensare a sostituire gli umani, bisognerebbe ristudiare l’organizzazione generale dell’impresa. Come è fatto l’organigramma? Sono ben definiti ruoli, mansioni, responsabilità? Si tratta di un organigramma rigido o flessibile, o addirittura di un personigramma, ossia di una rete di collaboratori che lavorano in presenza o in smart working? Qui spiego bene la differenza fra organigramma e personigramma.
Per cui mi limito a dire che l’organigramma è la struttura gerarchica ad albero che definisce i ruoli come caselle solide da riempire per un certo periodo con persone che cambiano senza compromettere il funzionamento dell’organizzazione. I livelli alti sono i più importanti, e verso il basso ci sono funzioni sempre più limitate ed esecutive.
Il personigramma è un insieme più o meno organizzato di persone accomunate da visioni, progetti e obiettivi. Le persone caratterizzano l’insieme e possono svolgere ruoli diversi. Non sono tanto importanti i top manager, quanto gli hub, i nodi con molte relazioni. Organigramma e personigramma possono fare da modello per aziende diverse, o convivere nella stessa azienda, dove l’organigramma rappresenta la struttura di potere, il personigramma la struttura di influenza. In alcuni casi le due strutture coincidono, in altri sono differenti e possono dare vivacità all’azienda, o creare tensioni e conflitti interni.
Le grandi strutture burocratiche come la Chiesa Cattolica, le Forze Armate, i ministeri, sono basate su organigrammi piuttosto rigidi. Le persone si trasformano nelle loro funzioni, dal ministro all’usciere. Anche le imprese manifatturiere di tipo tayloriano sono strutturate con organigrammi, e a cominciare dai livelli più bassi molte funzioni sono già svolte da robot che hanno cacciato via gli umani. Le troupe cinematografiche, i gruppi musicali, le ong no profit, le piccole startup tecnologiche, sono organizzazioni basate sulle persone.
Come sostituire la spinta emotiva di chi presta soccorso ai migranti in mare? O il feeling di un batterista o di un cantante? O la concentrazione di un nerd che smanetta giorno e notte intorno ai suoi codici? Nelle imprese postindustriali dove non si producono beni di prima necessità ma sogni, mondi inventati, relazioni virtuali, divertimento, emozioni, o dove si prepara il mondo di domani, i manager spesso non sanno nemmeno che cosa stanno facendo i team di ricerca e sviluppo, di creatività, di produzione di contenuti o di algoritmi.
Come possono pensare di sostituire qualcuno se non sanno neanche che cosa fa? E allora, quando sentiamo dire da qualche manager vetero-tayloriano che “per ottimizzare i costi da ora le foto non le chiederemo al fotografo, ma a Dall-e”, avremo gioco facile a chiedergli: “oltre a ridurre i costi, la tua azienda dove vuole andare? Per quale ragione vuole continuare ad esistere?” E se guardiamo a quello che è avvenuto nell’era industriale, dove i prodotti in serie valgono sempre di meno e quelli “fuori serie” valgono sempre di più, penso che fra poco la stessa cosa accadrà con l’AI, dove sarà un buon argomento di vendita dire “fatto da mano o da testa umana, non da un robot artificiale“.
