Il mondo ha bisogno di 100 milioni di barili di petrolio al giorno e ne ha 90. Le rotte e la raffinazione penalizzano l’Italia

Il petrolio del Venezuela sbarca in Italia dopo molti anni, ma è diretto negli Stati Uniti perchè anche la prima superpotenza del mondo non è indipendente dall’estero per i carburanti raffinati (benzina e diesel per l’autotrazione e il riscaldamento). Il mondo ha bisogno di circa cento milioni di barili al giorno e ne ha novanta a causa del blocco dello Stretto di Hormuz.


Ogni settimana aumenta la domanda “repressa”, mettendo più pressione sui prezzi. La carenza di petrolio ha investito per prime le economie asiatiche, che ricevevano gran parte delle forniture dal Golfo. Ma adesso sta arrivando la seconda ondata: la crescente scarsità di prodotto raffinato, dal diesel alla benzina, al carburante da jet, anche perché alcuni dei grandi Paesi trasformatori del greggio hanno chiuso o limitato l’export e ormai quasi tutto il carburante partito via mare prima della guerra è consegnato. I prossimi cicli di fornitura risentiranno del blocco di Hormuz.

Di qui l’esplosione del prezzo del gasolio. Il titolo future a un mese è salito da circa novanta dollari a barile prima della guerra in Iraq attorno ai duecento dollari ieri, un aumento di circa il 20% superiore — in proporzione — a quello del greggio. 

Ma una delle questioni più delicate per l’Europa e l’Italia riguarda la benzina di alta qualità, quella meno inquinante. Quasi solo le economie dell’Unione europea e degli Stati Uniti consumano carburanti da auto con specifiche ambientali molto selettive. E solo un numero relativamente limitato di raffinerie è può coprire questa domanda. È anche per questo che l’Italia importa carburanti dall’estero benché produca più petroli raffinati di quanti ne consumi (esportando la differenza, spesso con tipologie più inquinanti). Ed è per lo stesso motivo che gli Stati Uniti non sono autosufficienti malgrado la loro vasta produzione di greggio, ma restano importatori netti per coprire una domanda di oltre venti milioni di barili al giorno di prodotti raffinati.

Questo insieme di problemi riempie di implicazioni lo sbarco del greggio venezuelano in Italia avvenuto ad opera della società Trafigura, colosso del trading petrolifero e minerario, che ha un accordo con Donald Trump: riceve il greggio del Venezuela della leader Delcy Rodriguez, lo trasforma in benzina e lo consegna agli Stati Uniti.

Trafigura ha anche un contratto con Priolo: per commercializzare il suo prodotto ha un’esclusiva, in base alla quale appena il 10% (di qualunque tipo e qualità) deve restare in Italia. È qui che la connessione con il Venezuela si fa delicata. Al vertice con Trump del 9 gennaio scorso sul petrolio di Caracas c’erano sia l’amministratore delegato di Trafigura, Richard Holtum, che il suo omologo per le Americhe di Vitol, Ben Marshall. Entrambi i gruppi si sono impegnati a trasformare il greggio venezuelano e consegnarlo agli Stati Uniti. Ma attraverso Priolo, Trafigura è decisiva anche nel vendere quantità pari a oltre un quarto del fabbisogno di carburanti dell’Italia. E l’altro colosso globale Vitol (343 miliardi di dollari di fatturato) controlla la raffineria ex Saras di Sanoch in Sardegna, anch’essa di una capacità pari a oltre un quarto del fabbisogno italiano. 

Se entrambe inizieranno a lavorare sempre di più sul Venezuela per soddisfare la sete di petroli di Trump, per l’Italia si pone una questione di autonomia strategica nei carburanti. Facile da gestire in tempi normali. Ma oggi tutti i Paese al mondo sono a caccia di benzine, a qualunque prezzo. E anche per l’Italia i costi della sicurezza energetica potrebbero salire.

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Giornalista economico della Federazione Svizzera e Direttore di Outsider News.