Trump aveva promesso ai suoi elettori che non ci sarebbero mai più stati soldati americani a fare i gendarmi in giro per il mondo. L’attacco all’Iran non solo ha tradito questa promessa, ma rischia di compromettere la tenuta del movimento MAGA (Make America Great Again), la base elettorale che ha portato il Presidente alla Casa Bianca.

La guerra in Iran è “una missione devastante e precisa”, aveva detto il segretario alla Difesa Pete Hegseth durante la prima conferenza stampa a seguito dei bombardamenti. A distanza di alcuni giorni dall’inizio dell’operazione, però, non sembra proprio. Il motivo per cui si è scelto di attaccare cambia di giorno in giorno: Trump ha affermato che se non avesse colpito l’Iran sarebbe stato a due settimane dalla costruzione di un ordigno nucleare, e che aveva il sentore che se non avesse attaccato lo avrebbero fatto prima loro. Hegseth ha parlato invece di “missili e droni come scudo convenzionale alle proprie ambizioni di ricatto nucleare”.
Tutte ipotesi smentite: secondo fonti di intelligence statunitense la minaccia dell’Iran non era “imminente”, mentre l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha affermato che non c’erano prove che l’Iran avesse un piano attivo per la creazione di armi nucleari. Rubio, infine, ha fornito una versione del tutto diversa. Il segretario di Stato ha infatti detto che Israele avrebbe attaccato lo stesso e si temeva per l’incolumità dei militari statunitensi nelle basi del Golfo: attaccare preventivamente serviva quindi ad avere meno morti (che ad oggi sono sette dall’inizio delle operazioni).

Anche le tempistiche sono vaghe: si parla di un tempo medio di operazioni tra le quattro e le cinque settimane, ma Hegseth ha anche detto che “i tempi possono dilatarsi come restringersi”. Di fatto, sembra che l’amministrazione stia mandando messaggi diversi quotidianamente, nella speranza di trovarne uno che sia più spendibile con i cittadini. La paura di alcuni sondaggisti repubblicani è che il conflitto possa aver alienato a Trump tre categorie da cui ha ricevuto voti nel 2024: i giovani maschi, che vedono gli influencer che seguono dare contro al presidente sul tema iraniano, gli ispanici e i musulmani contrari alle politiche bideniane durante l’invasione israeliana della Striscia di Gaza.
Il presidente, infatti, è in difficoltà nel parlare di questa operazione: a oggi, secondo dati CNN, chi si identifica come MAGA, e quindi più vicino a Trump, è più propenso a difendere l’ingresso in guerra degli Stati Uniti, ma il conflitto è appena cominciato e le ricadute non hanno ancora iniziato a farsi sentire. Nonostante questo, secondo un sondaggio del Financial Times, solo il 27 per cento dei cittadini americani si dichiara molto favorevole all’operazione: Rosemary Kelanic, direttrice del Middle East Programme del think tank Defense Priority, ha detto al quotidiano britannico che se le morti americane iniziassero a crescere l’opinione pubblica potrebbe schierarsi ancora di più contro la guerra.
In più, non vanno sottovalutate le opinioni di Trump sulle guerre mediorientali dei suoi predecessori: fin dal 2016, il presidente ha fatto campagna dicendo apertamente che le operazioni di nation building degli Stati Uniti erano state un fallimento e che non avrebbe mai mandato a morire i suoi soldati in altre parti del mondo. E infatti continua a ripetere che questa non è assolutamente una endless war e non ha nulla a che vedere con la guerra in Iraq voluta dall’allora presidente Bush nel 2003.
Una contraddizione che pesa ancora di più se si pensa a come Trump stava gestendo la campagna elettorale. Infatti, per prepararsi alle elezioni di metà mandato, dove i sondaggi vedono molto difficile per i repubblicani mantenere la Camera, aveva iniziato l’affordability tour, una serie di comizi in varie città industriali americane per propagandare come le sue politiche avessero fatto scendere i prezzi in un anno rispetto alla presidenza precedente. L’idea di fare questi comizi era venuta al suo staff proprio perché, in un anno elettorale, i sondaggi mostravano come gli statunitensi non volessero discussioni sulla politica estera ma sul costo della vita e sull’economia. Dopo sole quattro tappe, Trump ha iniziato i bombardamenti che potrebbero portare a un aumento dell’inflazione e dei prezzi della benzina.
La mancanza, come abbiamo visto, di una visione coerente sulla guerra ha generato critiche da parte di molti influencer conservatori, che già si erano contrapposti a Trump quando l’anno scorso aveva bombardato i siti di arricchimento dell’uranio iraniani dichiarando di aver distrutto il programma nucleare della Repubblica Islamica. La voce più importante è probabilmente quella dell’opinionista di estrema destra Tucker Carlson che, negli ultimi mesi, è stato varie volte ospite alla Casa Bianca e avrebbe cercato di perorare la causa dell’isolazionismo con Trump. Non appena la notizia dei bombardamenti è diventata di dominio pubblico, Carlson ha parlato di un attacco “disgustoso e malvagio” e degli Stati Uniti “manipolati dall’intelligence israeliana”. È una versione che si lega con quella dell’antisemita filonazista Nick Fuentes che ha scritto “è la guerra di Israele, non la nostra”: una versione rinvigorita dalle affermazioni di Rubio sulle motivazioni dell’attacco.
Un’altra voce apertamente critica di Trump è il direttore di American Conservative, rivista paleoconservatrice, e quindi da sempre isolazionista e contraria alle politiche belliche mediorientali fin dalla presidenza Bush, Curt Mills. A NBC Mills ha detto che “non sa come questo potrebbe aiutare i repubblicani”; su Vanity Fair è stato ancora più netto, parlando di un Trump “che serve i ricchi e fa la guerra per conto dei paesi stranieri”. Marjorie Taylor Greene, la deputata ultratrumpiana che col presidente ha già rotto definitivamente perché schieratasi favorevolmente alla pubblicazione integrale degli Epstein files, ha affermato che “bisogna cominciare a discutere su chi decide in questo paese” e che “Trump ha rotto la sua promessa di non fare più guerre”.
A questo nucleo di conservatori critici fanno da contraltare quelli che si schierano col presidente, dimostrando nei fatti una spaccatura evidente nel mondo repubblicano. In prima linea, l’influencer di estrema destra Laura Loomer che, oltre a schierarsi con Trump e a definire “una grande mossa” i bombardamenti sull’Iran, si è contraddistinta per le sue posizione sempre più islamofobiche. Ha detto che spera che la guerra “risvegli un sentimento anti-islamico nel paese”, che è fiera di essere islamofobica e che servirebbero “deportazioni di massa” per i musulmani.
I repubblicani sono divisi su questo intervento, e la situazione, con le midterm in avvicinamento, non può fare altro che peggiorare. Mentre sale il prezzo del petrolio Trump continua ad affermare che sul lungo periodo questa operazione porterà solo vantaggi. Nel frattempo cerca in ogni modo di trovare qualcuno con cui negoziare nel regime iraniano, nella speranza di una conclusione veloce che ricordi la cattura di Maduro e l’avvicendamento con Delcy Rodriguez in Venezuela. Una soluzione che non sembra essere all’orizzonte, e la scelta della nuova Guida Suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, figlio del leader ucciso dalle forze israeliane, va in direzione contraria a questa speranza di Trump. Mentre novembre si avvicina, Trump afferma su Truth, il social di sua proprietà, che non firmerà più alcuna legge se prima il Senato non approverà il SAVE America Act, la legge che dovrebbe cambiare il modo di votare alle elezioni. Un possibile tentativo di colpo di mano mentre la sua popolarità cala e i sondaggi evidenziano forti possibilità per i democratici di trionfare a novembre.
