La rivoluzione digitale e green? Sta aprendo una nuova “età del rame”, con buona pace di chi relega questa definizione a epoche preistoriche. Il rame non è mai stato così richiesto per abilitare gli investimenti industriali, tecnologici e infrastrutturali della “doppia transizione”.

Un anno fa il portale Mining.com prevedeva un boom del prezzo di questo materiale, citando dati McKinsey: “si prevede che l’elettrificazione globale aumenterà la domanda annuale di rame a 36,6 milioni di tonnellate entro il 2031, rispetto alla domanda attuale di circa 25 milioni di tonnellate. Tuttavia, la società di consulenza prevede che l’offerta di rame sarà di circa 30,1 milioni di tonnellate, lasciando un gap di 6,5 milioni di tonnellate entro l’inizio del prossimo decennio”. McKinsey si è sbagliata per difetto: il gap di offerta è già palese oggi e i prezzi riflettono queste dinamiche.
A inizio anno il prezzo del rame era a 3,9 dollari per libbra sui principali mercati, ovvero poco meno di 8.600 dollari a tonnellata. Ora l’impennata è tale che il prezzo sfiora i 5,1 dollari per libbra, ovvero 11.250 dollari a tonnellata, un aumento di oltre il 30% in meno di cinque mesi. Il rame serve negli investimenti per i cavi tradizionali di telecomunicazione, per gli investimenti che sdoganano la costruzione di data center e infrastrutture di calcolo, e anche, se non soprattutto, per i prodotti necessari per la transizione green: dai pannelli solari all’auto elettrica, c’è rame dappertutto.
Parlare di una nuova “età del rame” non è riduttivo: significa dipingere una realtà che, con le rivoluzioni su cui l’economia attuale dice di voler puntare, ha sdoganato un nuovo superciclo nei prezzi delle materie prime, aperto la strada all’uso strategico e geopolitico delle riserve come arma di pressione tra Stati, contribuito a rendere sempre più necessario, soprattutto un Occidente, un discorso sulle filiere e gli approvvigionamenti.
Il rame rende centrale aree geografiche come l’America Latina, dato che il Cile produce circa un quarto e il Perù un decimo dell’offerta globale, ma il 45% della capacità di lavorazione e trasformazione globale resta in mano a un attore critico, la Cina, che come ha recentemente affermato un analista attento ai temi delle materie prime come Gianclaudio Torlizzi, aumentando gli stoccaggi strategici sta contribuendo all’aumento del prezzo di questa materia prima. La cui domanda è assorbita per una quota del 4% dalle richieste per la transizione green care all’Occidente. Un livello che si prevede destinato a salire al 17% a fine decennio. La Cina controlla il flusso di parte delle riserve di rame, l’Occidente ne ha una costante fame, gli operatori di mercato si trovano a metà del guado. Il rame è tornato di moda solo di recente dopo che per anni il suo settore estrattivo aveva subito un profondo disinvestimento.
Nota il Financial Time che “la pipeline di nuovi progetti è scarsa e i budget per l’esplorazione del rame sono diminuiti dall’inizio degli anni 2010 . L’estrazione del rame è un’impresa ad alta intensità di capitale. Alcuni analisti ritengono che i prezzi dovrebbero aumentare di circa il 20% rispetto ai livelli attuali per attrarre investimenti in nuovi progetti. Anche se i prezzi dovessero arrivare a quel livello, ci sono sfide più ampie. Potrebbe volerci più di un decennio per passare dalla scoperta alla produzione, momento in cui la redditività e la politica potrebbero essersi rivoltate contro qualsiasi progetto”. Il paradosso del rame è tutto qui: le rivoluzioni su cui punta a basarsi lo sviluppo “sostenibile” poggiano su un’ampliata concezione della politica industriale e mineraria. Per un estrattivismo a cui attori come i Paesi extraeuropei sono pronti e molte nazioni occidentali no. Per un rilancio della visione geostrategica del controllo delle risorse.
Il futuro dipende da un materiale arcinoto e spesso trascurato come grande attore economico. Anche questa è una meraviglia del presente, di un’epoca competitiva in cui nuovi e vecchi paradigmi vanno sovrapponendosi in continuazione.
