I colloqui di pace in Pakistan tra iraniani e americani si sono conclusi senza accordo, ma non senza significato. Le cause della mancata intesa sono molteplici e vanno lette su piani distinti.

Sul versante iraniano, il nodo centrale è la fiducia, o meglio la sua assenza strutturale. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che guidava la delegazione di Teheran, ha dichiarato che gli Stati Uniti non sono stati in grado di guadagnarsi la fiducia della delegazione iraniana, richiamando esplicitamente una storia di accordi falliti e intese tradite. Un riferimento neanche troppo velato al ritiro americano dall’accordo nucleare del 2015, voluto dallo stesso Trump nel suo primo mandato. L’Iran era stato bombardato due volte nel corso di negoziati con gli Stati Uniti nell’arco dell’ultimo anno. Difficile, in questo contesto, costruire la fiducia necessaria per concessioni strategiche.
Sul versante americano, le condizioni poste erano di portata radicale. Washington ha chiesto un impegno fondamentale da parte di Teheran a non sviluppare armi nucleari, limitare l’arricchimento dell’uranio e cedere le scorte esistenti, requisiti che Teheran ha definito non negoziabili. Come ulteriore ostacolo, la questione libanese: Teheran chiedeva che il cessate il fuoco includesse anche il conflitto in Libano, ma Stati Uniti e Israele hanno entrambi respinto questa condizione. Netanyahu, nel frattempo, ha ribadito che Israele avrebbe continuato la propria campagna militare contro i proxy iraniani, chiudendo di fatto ogni spazio di manovra su quel fronte.
Il paradosso negoziale è che entrambe le parti ritengono di aver “vinto” la guerra. Un ostacolo chiave sembra essere la percezione, da entrambe le parti, di essere uscite vincitrici dal conflitto e di avere il tempo dalla propria. Teheran si aggrappa al controllo dello Stretto di Hormuz come leva geopolitica; Washington rivendica di aver distrutto le capacità militari iraniane. In questo scenario, le concessioni appaiono a ciascuno inaccettabili.
La mossa del blocco navale: tattica o escalation?
La risposta americana al fallimento dei colloqui è stata immediata e di forte impatto. Trump ha ordinato alla Marina statunitense di bloccare tutte le navi che tentano di entrare o uscire dallo Stretto di Hormuz, definendo la posizione iraniana sullo Stretto una forma di “estorsione”. Una mossa che va letta non come semplice ritorsione ma come operazione di ribilanciamento del potere negoziale.-
L’interpretazione più plausibile è quella di una pressione calcolata: riappropriarsi dell’iniziativa strategica sottraendo all’Iran la sua leva principale, il controllo dei flussi energetici globali. Analisti del settore energetico hanno avvertito che il blocco potrebbe spingere il prezzo del petrolio verso i 150 dollari al barile, peggiorando ulteriormente uno shock energetico già definito dall’Agenzia Internazionale per l’Energia il più grave della storia. Sul piano giuridico, la mossa è contestata: esperti di diritto internazionale sottolineano che gli Stati Uniti non hanno l’autorità legale per imporre restrizioni al transito nello Stretto, che rimane acque di passaggio internazionale.
La partita cinese: il vero obiettivo del blocco
È qui che la strategia americana rivela la sua vera profondità. Il blocco dello Stretto non colpisce soltanto l’Iran: colpisce direttamente la Cina. Prima della guerra, la Cina riceveva circa 5,4 milioni di barili al giorno attraverso lo Stretto di Hormuz, una quantità doppia rispetto agli approvvigionamenti russi, e il blocco ha ridotto drasticamente questi flussi. Pechino, già esposta dalla sua dipendenza energetica dal Golfo, ha visto i propri acquisti passare da circa 5,35 milioni di barili al giorno a poco più di 1,22 milioni.
La Cina ha mantenuto ufficialmente un profilo di neutralità, ma i servizi di intelligence hanno rilevato che Pechino si era preparata ad offrire assistenza finanziaria e componenti missilistici a Teheran, pur astenendosi da un coinvolgimento militare diretto per salvaguardare i propri interessi nella regione. Un equilibrismo difficile da mantenere. Secondo fonti attendibili, è stata proprio la Cina a svolgere un ruolo cruciale nel convincere l’Iran ad accettare la proposta di cessate il fuoco di due settimane promossa dal Pakistan.
La logica americana, quindi, sembra essere questa: aumentare il costo economico del prolungamento del conflitto per Pechino fino al punto in cui l’interesse cinese nel chiudere la crisi superi la convenienza a sostenere Teheran. Trump punta a fare della Cina non un ostacolo ma un facilitatore del prossimo round negoziale.
I grandi assenti
Due attori pesano per la loro assenza. La Russia è impegnata nel pantano ucraino, con la pressione crescente degli attacchi ucraini alle linee logistiche e alle infrastrutture energetiche che rendono Mosca incapace di gestire simultaneamente una crisi mediorientale di questa portata. Israele, dal canto suo, ha mantenuto un silenzio eloquente sull’iniziativa pakistana: Netanyahu non ha alcun interesse a inserirsi in un negoziato che potrebbe vincolare la sua libertà di azione contro Hezbollah e gli altri proxy iraniani.
Cosa accade ora
Con soli otto giorni rimasti nel cessate il fuoco attuale, il fallimento dei colloqui di Islamabad rende concreta la prospettiva di una ripresa delle ostilità, anche se Vance ha lasciato aperta la porta a ulteriori negoziati, lasciando agli iraniani una proposta definitiva che definisce “la nostra offerta migliore e finale”. Il Pakistan ha annunciato che continuerà a svolgere un ruolo costruttivo nel sostenere il dialogo tra Iran e Stati Uniti nelle prossime settimane.
Il momento è fluido e pericoloso. Ma la lettura più lucida rimane quella di chi vede in Islamabad non un fallimento definitivo, bensì il primo round di una partita più lunga. Le condizioni per un accordo ci sono: entrambe le parti ne hanno bisogno. I costi di una guerra prolungata, per l’Iran devastato, per gli Stati Uniti alle prese con i mercati energetici in fiamme e per la Cina con le fabbriche a corto di greggio, sono troppo alti perché il conflitto continui indefinitamente. La domanda è quanto dolore ciascuna parte sarà disposta a sopportare prima di tornare al tavolo con aspettative più realistiche.
