La guerra (senza confini) per il controllo del Tonno, un business da 65 miliardi

Lo chiamano l’oro rosso del Mediterraneo, il suo costo al chilo può arrivare a non avere prezzo e ha scatenato una guerra per controllarne il mercato. Una guerra senza esclusione di colpi tra i Signori delle Reti e quelli delle Gabbie, tra l’Italia, la Spagna e Malta, tra i canali legali e quelli illegali, con un unico obiettivo: conquistare il Giappone, primo acquirente al mondo di tonno rosso.

Un affare da 65 miliardi l’anno

Dopo anni di pesca selvaggia che ne avevano messo a repentaglio la specie, il tonno rosso è tornato nel Mediterraneo. In quantità. Grazie al sistema delle quote introdotto a metà degli anni Novanta, e alla nascita delI’Iccat, l’organismo che vigila sul rispetto della pesca del tonno tra Atlantico e Mediterraneo, la specie è tornata ad avere numeri importanti. Ma a poterlo pescare sono solo poche flotte di pescherecci, sopravvissute agli anni di magra e sufficientemente lungimiranti da acquistare in quel periodo quote di pescato quando tutti scommettevano sulla fine del tonno rosso, né immaginavano l’esplosione di una cultura dell’alimentazione, anche domestica, basata sul consumo di pesce crudo, né, tantomeno, una ulteriore crescita del mercato di elezione: quello giapponese.  

Alcuni numeri documentano la dimensione del business. La fortissima richiesta giapponese, alimentata dal boom mondiale del consumo di sushi e sashimi di qualità, ha fatto balzare su scala mondiale il fatturato della pesca del tonno rosso a un livello mai immaginato prima: 40 miliardi di dollari all’anno, cui ne vanno aggiunti almeno altri 25 del mercato illegale.

Un fiume di denaro controllato da pochi imprenditori. In Italia, ad esempio, quasi il 70 per cento delle quote con il sistema della circuizione, enormi reti che consentono di pescare in quattro giorni anche mille tonni, è gestito da una dozzina di pescherecci tra Cetara e Salerno, in Campania.

Il sistema delle gabbie è invece monopolio di quattro imprese: quella dei fratelli Fuentes, in Spagna, e dei tre maltesi Azzopardi. Al resto degli operatori del settore restano solo le briciole. “E sulle nostre tavole arriva tonno dell’Oceano Indiano oppure tonno rosso pescato di frodo e senza controlli, nonostante questo sia un pesce talmente delicato che se trattato male produce subito istamina, che provoca in chi la ingerisce forti intossicazioni”, dice Alessandro Buzzi del Wwf, uno dei massimi esperti di pesca del tonno rosso che da anni si batte per una filiera sostenibile e trasparente. 

Il sistema delle quote

Il tonno rosso nasce e migra tra le coste europee dell’Oceano Atlantico e quelle del Mediterraneo, dove arriva in tarda primavera per “svernare” con i piccoli appena nati e affamati. Banchi che arrivano a contare fino a mille, duemila tonni si concentrano in alcune zone, come le coste scogliose e le grotte marine del basso Tirreno, e poi scendono più a Sud, verso il Canale di Sicilia.

Da sempre, il tonno rosso è stato cercato come l’oro. La statistica più recente del pescato annuale fatta dall’Iccat parte dal 1952, quando l’andamento della cattura mondiale di tonno rosso registrava 28mila tonnellate circa. Un andamento altalenante, ma sostanzialmente crescente di pescato si sarebbe registrato fino al 1996, con un picco di oltre 53mila tonnellate. Ed è proprio quello l’anno che fa suonare un campanello d’allarme: il rischio di estinzione della specie. Nell’autunno del 1996 vengono così introdotte le quote e affidato all’Iccat il loro controllo con personale a bordo dei pescherecci. “Rischiavamo davvero in quegli anni l’estinzione – dice Buzzi – L’introduzione di un limite e di controlli stringenti, con commissari a bordo dei pescherecci autorizzati,  consente, oltre 24 anni dopo, di poter dire oggi che c’è una ripresa di questa specie. Il che, al contrario di quello che si potrebbe pensare, non ci lascia affatto tranquilli. Avvertiamo infatti un allentamento della tensione e osserviamo preoccupati la domanda impazzita, a cominciare dal Giappone, di un mercato fuori controllo”.

Per il 2020, la quota mondiale di pescato è stata fissata in 36mila tonnellate, la più alta dal 2006. E di questa quota, l’Europa ha poco più della metà: 19.460 tonnellate, di fatto divisa tra tre Paesi: la Spagna (6.107 tonnellate), la Francia (6.026) e l’Italia (4.756). Nel resto del Mediterraneo, la quota più significativa va al Marocco (3.234), seguito da Tunisia (2.655) e Libia (2.255). Mentre nel resto del mondo solo due marinerie possono davvero pescare tonno con numeri importanti a ridosso anche delle nostre coste: quelle del Giappone (con quota fissata a 2.815 tonnellate) e della Turchia (2.305).

Esistono delle quote anche per le “gabbie in mare“, il sistema di ingrassamento del tonno da giugno fino a settembre per soddisfare la domanda giapponese. Nel Mediterraneo sono attive circa quaranta gabbie, sparse tra le acque di Croazia, Malta, Spagna, Francia e le coste della Grecia. Ma, soprattutto, sono non più di quattro le aziende in grado di alimentare sistemi di gabbie che possono raccogliere fino a 3-4mila tonni. E sono tutte concentrate in Spagna e a Malta. Il sistema è comunque controllato e tracciato: “I giapponesi pagano tanto ma vogliono il massimo dei controlli e della certificazione – continua l’esperto del Wwf – Ogni tonno pescato viene numerato e registrato come se fosse un’auto: in modo da seguire tutti i passaggi prima della vendita al mercato di Tokyo”.Pesca del tonno a Zahara de los Atunes, in Spagna

I Signori delle reti

Sulla carta, le quote dovrebbero impedire la costituzione di monopoli e oligopoli. In realtà, nel triangolo Italia-Spagna-Malta, grazie all’uso delle gabbie, il sistema somiglia molto a un oligopolio di ferro.

Iniziamo dall’Italia. È l’unico Paese che impedisce di fatto la libera concorrenza tra pescherecci perché ripartisce la sua quota tra le singole marinerie e non la utilizza in generale come tetto massimo di pescato. La Regione Siciliana ha presentato per questo vari ricorsi contro, lamentando che questo sistema esclude inesorabilmente dal mercato le tonnare storiche che pure vorrebbero riaprire, come quelle di Favignana o della Sardegna. Perché il sistema, appunto, si basa, nella ripartizione, sulle quote fissate all’indomani del 1996, quando molte tonnare chiusero scommettendo sulla fine dell’oro rosso.

Sta di fatto che oggi il mercato della pesca del tonno per l’Italia è controllato da soli 21 pescherecci che utilizzano la cosiddetta “circuizione”: un sistema che prevede l’uso di enormi reti circolari che si restringono non appena i banchi di tonno vi hanno fatto ingresso. E ne consentono la cattura e il trasporto da vivi verso le gabbie in altre acque, dove vengono messi all’ingrasso. Di questi 21 pescherecci, 12 sono di stanza tra Cetara e Salerno, in Campania. Al punto che la marineria di questo piccolo paese della costiera amalfitana ha da sola una quota di pescato per il 2020 pari a 1.586 tonnellate, poco meno di quelle autorizzate per l’intera Libia e la Tunisia.

Le famiglie dei signori del tonno di nome fanno Ferrigno, Pappalardo, Della Monica. In parte sono immigrati di ritorno dal Canada, dove, nei primi del Novecento, alcuni cetaresi tentarono la fortuna e soprattutto appresero e affinarono la tecnica della pesca per circuizione. Un sistema che consente di pescare in soli quattro giorni anche tutta la quota annuale assegnata di tonno. Migliaia di esemplari catturati vivi e trasferiti con imbarcazioni di Mazara del Vallo o di altre marinerie che non hanno quote verso le gabbie maltesi e spagnole a una velocità di crociera che non deve mai superare i tre nodi, per non fare sfinire il tonno durante questa migrazione in cattività e danneggiarne la carne prima del periodo dell’ingrasso.

A Cetara, che è senza dubbio il regno del tonno rosso, alcuni pescherecci arrivano a fatturare anche un milione di euro all’anno. E, non a caso, il sindaco del paese è un armatore, Fortunato Della Monica: “Ci accusano di avere un monopolio. Ma noi questo monopolio l’abbiamo costruito investendo nelle quote quando tutti le vendevano e pensavano che la pesca del tonno fosse finita – dice – Nel 2009, le barche con quote in Italia erano appena 12. Nessuno credeva in questo settore. Invece, noi tra il 1996 e il 2014 abbiamo continuano ad acquistare quote da altre imbarcazioni. Adesso tutti le rivogliono indietro“.

Certo, colpisce che il ministero dell’Agricoltura abbia consentito un aumento di quote nel 2020 per circa 448 tonnellate e oltre la metà, 254 tonnellate, sia andato al sistema della circuizione, quindi sempre a chi, di fatto, è già in una posizione di quasi monopolio.

Negli anni Ottanta, quelli della pesca selvaggia, alcune imbarcazioni potevano anche ospitare elicotteri che seguivano i banchi di tonno. Oggi è vietato. “Per l’individuazione utilizziamo solo il sonar e siamo molto controllati”, dice Della Monica. Che, però, quando sente parlare di affari d’oro si inalbera:  “Guardate che questa è stata un’annata pessima – dice ancora – Gli allevatori in mare ci hanno pagato il tonno 4 euro al chilo e anche meno. Di fatto, abbiamo dimezzato i fatturati. Loro dicono che è calato il mercato giapponese, ma noi non ci crediamo. La verità è che chi ha il monopolio sono quelli delle gabbie a Malta e in Spagna e se ne approfittano. Ecco perché dobbiamo creare una filiera autonoma con gabbie e sistemi di allevamento anche in Italia”.

I Signori delle gabbie

Quello indicato dal sindaco di Cetara è indubbiamente uno snodo chiave di un mercato drogato dalla richiesta giapponese. I padroni delle gabbie in mare comprano infatti in media il tonno vivo catturato con le reti a circuizione tra i 10 e i 15 euro al chilo, per rivenderlo poi ai grossisti giapponesi ad un prezzo fino a dieci, venti volte superiore. Tra i 150 e i 300 euro al chilo. E anche i padroni delle gabbie hanno un nome. Sono i fratelli Fuentes in Spagna e gli Azzopardi a Malta.

L’ideatore e pioniere del sistema di ingrassamento del tonno in gabbie a mare si chiama Charles Azzopardi. È un maltese che ha messo in piedi un impero che fattura oltre 30 milioni di euro all’anno. Altri due Azzopardi, omonimi ma non parenti in linea diretta, hanno creato negli anni aziende simili. Nelle loro gabbie in mare, il tonno viene ingrassato per mesi, e poi, ad uno a uno, gli esemplari vengono uccisi singolarmente con un colpo di fucile, non uno di più. Perché se il tonno perde sangue, i giapponesi pagano molto meno.

A Malta, il mercato del tonno rosso vale oltre 160 milioni di euro, il 3 per cento del Pil dell’isola. Ma anche i fratelli spagnoli Fuentes hanno fatturati a sei zeri. E, anche in questo caso, i soldi arrivano dal Giappone e dalle aste milionarie nei mercati di Tokyo e delle grandi città nipponiche. Soltanto nel principale mercato di Tokyo, Tsukiji, recentemente trasferitosi in una zona più ampia, ogni giorno vengono acquistati dai ristoranti e pescherie della città derrate di pesce per 21 milioni di euro. Una cifra enorme, spesa in gran  parte per acquistare tonno rosso, la cui asta si tiene ogni giorno alle 3 del mattino. Partecipano all’incanto i 900 grossisti accreditati. E, in media, un tonno rosso viene venduto a 20mila dollari. Anche se per alcuni esemplari particolarmente pregiati perché di grande massa grassa il prezzo può salire a dismisura.

Favignana, la tonnara che non c’è più

Eppure, nella Grande corsa all’oro rosso qualcuno è rimasto indietro. Con la beffa, per giunta, di vedersi passare davanti ogni anno enormi banchi di tonni. Basta spingersi fino a Favignana, dove, a sentire Salvatore Spataro, l’ultimo rais, il tonno è nel destino di chiunque nasca sull’isola.

Il rais se la prende con le quote. Con quelle 32 tonnellate annue assegnate a Favignana che non permetterebbero nemmeno di rientrare delle spese. È Filippo Amodeo a fare i conti: nel 2019, per gettare le reti sono stati spesi 800mila euro, che sono stati appena coperti dal pescato. Zero utili. Amodeo è il nipote di Nino Castiglione, che gestì la tonnara di Favignana dal 1985 al 1997 per poi rientrare nel 2017 scongiurando il rischio che quello che era stato lo stabilimento dei Florio fosse cancellato dall’elenco delle tonnare fisse autorizzate, come accade dopo dieci anni di inattività. Amodeo oggi, con cugini e fratelli, guida un’azienda, la Nino Castiglione, che a Trapani inscatola e distribuisce tonno in tutto il mondo fatturando 100 milioni di euro. Tonno pinna gialla, però, dunque di provenienza oceanica. Un paradosso per un figlio di Favignana sotto i cui occhi passano banchi da migliaia di tonni.

“Per garantire la sostenibilità economica della tonnara di Favignana – dice Amodeo – dovrebbero assegnarci una quota di almeno 80-90 tonnellate. E, soprattutto, comunicarcelo con anticipo. L’anno scorso abbiamo saputo che avevamo 30 tonnellate l’8 maggio, alla vigilia della calata delle reti. Si pesca tra maggio e giugno ma una tonnara deve cominciare a prepararsi almeno sei mesi prima“. 

Le due isole rivali

La storia delle quote, nate per salvaguardare la specie, racconta che alle tonnare fisse italiane ne spettino l’8 per cento, con un incremento del 20 per cento ogni tre anni. E che di tonnare fisse autorizzate in Italia ce ne siano cinque. Favignana, in Sicilia. E quattro in Sardegna: Cala Vinagra e Isola Piana a Carloforte, Capo Altano a Portoscuso e Porto Paglia, che si dividono 403 tonnellate di pescato.

Sulle loro ragioni torneremo tra poco. Intanto, addentriamoci ancora a Favignana. Nello stabilimento oggi c’è solo Giuseppe Giangrasso, 85 anni, “Peppe nnue” (Peppe due) per gli isolani, una vita intera dentro alla tonnara: prima da addetto a sgozzare i tonni che le barche portavano a terra e oggi guardiano di quello che ormai è un museo. “Vorrei che la tonnara tornasse a vivere come quando ero ragazzo”. Lo stabilimento allora era il cuore dell’isola, con centinaia di operai, come racconta “Peppe nnue” mostrando prima gli spogliatoi maschili e femminili, quindi i grossi ganci ai quali i tonni venivano appesi un’intera notte a dissanguare, e infine la zona dell’inscatolamento. 

In quegli anni, a Favignana, il tonno era ovunque. Maria Guccione, 83 anni, isolana e attivista di Italia Nostra, ex assessora all’Ambiente, ricorda che da bambina vedeva gli spazzini usare le scope fatte con le code dei tonni. Perché “del tonno non si butta niente”, dice. E parla di “business”, ma anche di “interessi”. Di un trattamento di favore alle tonnare sarde “che si prendono tutto”. “Chi vuole far morire la tonnara di Favignana? Con il tonno, qui, potremmo vivere e creare posti di lavoro”.

Come lei, la pensa tutta l’isola, compreso il sindaco Giuseppe Pagodo. Recentemente finito in un’indagine per corruzione, nel 2017 pubblicò il bando per consentire alla ditta Castiglione di riprendersi la tonnara e scongiurare la cancellazione dell’impianto. Eppure, Favignana, poco più di 4mila abitanti, nell’estate breve del Covid che ha asciugato i risparmi e ridotto i turisti, continua a prendersela con le quote e con “i sardi che si prendono tutto”. 

Peccato che, a quattrocento chilometri di distanza, le tonnare sarde raccontino un’altra storia. Gli impianti sono gestiti da due società – “Tonnare Carloforte Piam” e “Tonnare Sulcitane” – che lavorano con una gestione unitaria. “Noi non ci siamo mai fermati – racconta Andrea Farris, direttore di “Tonnare Sulcitane” – abbiamo continuato a calare le tonnare anche quando le quote erano anti-economiche. Poi, quando finalmente abbiamo raggiunto il break-even, il punto di pareggio, circa 120 tonnellate a impianto, sono state autorizzate altre due tonnare fisse che ci hanno messo di nuovo in difficoltà. Una è Favignana, che non ha nemmeno calato le reti”.

Per un tonno made in Italy

Eppure, la “guerra” tra Sicilia e Sardegna potrebbe capovolgersi in alleanza. Da entrambe le parti arrivano proposte. Per salvarsi e vivere di tonno. Anche se il percorso non sembra proprio semplice. Perché quasi tutto il pescato della Sardegna viene già venduto in blocco ai giapponesi. Visto che il mercato italiano non è considerato redditizio con i suoi 11, 12 euro al chilo. Un prezzo che, nell’anno del Covid, è per giunta sceso a 2,50 euro.

Quello che sardi e siciliani vorrebbero fare è provare a trattenere una parte dei tonni in Italia per creare un prodotto di eccellenza. In Sardegna, il progetto prevede non più tonno pescato e rivenduto in 40 giorni agli stranieri, ma tenuto in vita per 4 mesi dentro alle gabbie per essere destinato al mercato domestico. “L’idea – spiega Farris – è quella di far vivere il tonno alimentandolo naturalmente con i banchi di sardine, così da avere il tempo per commercializzarlo in Italia come prodotto di alta qualità”.

L’idea piace a Favignana, che punta anche sullo storico stabilimento a fini turistici: “Potrebbe diventare un museo vivo, dove il tonno si lavora in diretta – dice Amodeo – con tanto di schermi e telecamere per mostrare le fasi della mattanza. Potrebbe anche nascere una scuola di cucina, per recuperare tutto il patrimonio di ricette legate al tonno. Potremmo poi realizzare un nuovo prodotto inscatolato, di vero tonno rosso. È un progetto che ho illustrato alla ministra Teresa Bellanova, che ci consentirebbe il rilancio non solo della tonnara, ma di tutta Favignana. Però, se la pesca del tonno non è sostenibile economicamente, ci dobbiamo rinunciare”. Ecco perché a Favignana chiedono più quote, chiedono l’assegnazione per tempo. Perché “noi i tonni li sappiamo pescare”. 

“Noi che peschiamo in nero”

Il tonno è un business. E detenerne le quote di pescato è come avere un assegno circolare: se non cali le reti, rivendi le tue tonnellate. E ti metti in tasca il grano senza neanche vedere l’acqua. Come ha fatto Castiglione, che quest’anno ha ceduto le sue di quote ai “palangari” di Marsala, i pescatori che catturano i tonni con l’antico sistema di lenze con ami sospese. Perché la guerra delle quote si combatte anche tra i pescherecci: in Sicilia la fetta grossa delle quote per la pesca al palangaro – il 23 per cento del totale – le detiene Marsala che di fatto ha la leadership italiana con una ventina di pescherecci autorizzati. Marsala, quando partirono le quote, ha potuto dimostrare la sua attività prendendosi quasi tutte le tonnellate.  Per tutti gli altri, che non fatturavano la pesca o non la fatturavano del tutto, la porta si è chiusa. Definitivamente.

A Porticello, borgo marinaro in provincia di Palermo, il venerdì che è quasi sera ritornano i pescatori dopo una settimana in mare. Pietro Corona, 44 anni, pesca da quando ne ha sette. Da luglio ad aprile, a strascico. A maggio e a giugno va in cerca di alalunga, pesce spada, e anche tonno. Chi non ha le quote, può pescare i tonni solo una decina di giorni all’anno, quando il ministero dà il via libera alle quote accessorie. Tutti gli altri giorni, quando i banchi di tonni rossi passano sotto alle barche, pescarli non si può. E se finiscono all’amo “accidentalmente” vanno ributtati in mare. Ma chi lo fa? “Io i tonni li pesco perché devo far mangiare la mia famiglia”, dice Corona. È la storia più antica del mondo. Di tonno in vendita dovrebbe essercene poco. E per questo esistono le quote. Ma, tra maggio e giugno, tonno se ne trova ovunque, specie al Sud. Tonno non tracciabile, pescato illegalmente e potenzialmente molto pericoloso per la salute. “Ci costringono a lavorare male e di nascosto – continua Corona – con la paura di essere beccati“.
Chi pesca senza autorizzazione rischia una multa di 3mila euro e, in caso di recidiva, il sequestro della barca fino a sei mesi. “Ma c’è chi nonostante tutto ci prova per portare a casa qualche soldo. Noi chiediamo solo di poter pescare i tonni che passano sotto alle nostre barche”, dice Gaetano Treviso, anche lui pescatore di lungo corso. “Non tutti rischiano la multa, ma ributtare in mare un tonno è un delitto”. 

A Porticello, una delle marinerie più grandi della Sicilia, i pescatori chiedono che l’assegnazione delle quote venga riaperta. “I tonni ci sono. Chi è rimasto fuori dalla prima assegnazione non ha più avuto una finestra per inserirsi“, dice Giuseppe D’Acquisto, che gestisce una coop che rappresenta una quarantina di pescatori. Le quote accessorie – la finestra temporale di poche settimane durante la quale il ministero garantisce la pesca libera fino al raggiungimento di un tetto – si esauriscono in appena sette giorni. “Il risultato è che c’è la corsa alla pesca e il prezzo del pesce si abbatte. Arriva fino a 4 euro a chilo, che non ripaga nemmeno la fatica di pescarlo”.

Il mercato illegale

C’è poi l’altro mercato, quello illegale. Che in Europa sposta 2500 tonnellate all’anno, per un giro d’affari di 13 milioni di euro. È un mercato in continua crescita. Come dimostra il campanello d’allarme che, invariabilmente, inizia a suonare ogni mese di giugno, quando scattano i primi sequestri di pesce fuori quota.

È sempre la stessa storia. “Tonno senza alcuna certificazione di provenienza. Lo troviamo nei mercati, sui banchetti in strada di qualche ambulante, e anche in alcuni ristoranti“, racconta il maggiore dei carabinieri Giovanni Trifirò, comandante del Nas di Palermo. E non è solo storia di piccoli pescatori che provano ad arrangiarsi piazzando il loro piccolo tesoro. Il 21 giugno di due anni fa, la Guardia Civil spagnola ferma a Valencia un camion frigorifero proveniente dalla Sicilia. Trasporta tonno rosso. I militari del “Seprona”, il “Servicio de Protección de la Naturaleza”, si insospettiscono, perché l’autista ha con sé 100mila euro in contanti. Vengono fatti degli approfondimenti sulla documentazione che accompagna il pesce ed emergono subito delle lacune nelle attestazioni che riguardano la provenienza del tonno. Una cosa invece è certa: a gestire quel carico che ufficialmente proviene dalla Calabria è una società di import/export siciliana di un imprenditore catanese. Il tonno viene sequestrato e la svolta arriva qualche giorno dopo, quando i carabinieri del Nas comunicano che l’imprenditore che sta gestendo quel carico illegale è imparentato con un altro imprenditore che ha avuto guai con la giustizia: arrestato negli anni Novanta per associazione mafiosa, per poi essere assolto.

È una traccia importante. Perché il mercato illegale del tonno ha una dimensione transnazionale, esattamente come il mercato legale. Guardia Civil e carabinieri del Nas formano un “Joint investigation team”, una “squadra investigativa comune”. A coordinare il lavoro degli investigatori, gli esperti di Europol, che hanno seguito le rotte clandestine del tonno. 

Il 22 ottobre del 2018 scatta l’operazione “Tarantelo“. La Guardia Civil arresta 76 persone in Spagna e sequestra oltre 80 tonnellate di tonno rosso pescato illegalmente. Scattano perquisizioni anche in Italia, Francia, Portogallo e Malta. Tassello dopo tassello, viene scoperto il canale attraverso cui si muove il mercato illegale del pesce al riparo di società legali: sull’asse Malta-Marsiglia, “avvalendosi del vettore su ruota”, scrivono gli investigatori. E i siciliani hanno un ruolo importante. L’indagine è tutt’altro che chiusa. Dietro a quel commercio illegale di tonno c’è una grande macchina specializzata nel riciclaggio di soldi e nell’evasione fiscale. Ogni società ha una storia, in una girandola di prestanome e altre società ancora. 

“La mattina dell’operazione, scattarono perquisizioni anche in 23 ditte italiane”, racconta il maggiore Trifirò. E fu sequestrata parecchia documentazione, per trovare il filo di transazioni e importazioni. “Tarantelo” ha fatto emergere i tanti trucchi attraverso cui il tonno illegale veniva gestito con la documentazione di società regolari. E c’è ancora tanto da scoprire sul mercato illegale del tonno rosso, anche se è sempre una corsa contro il tempo. “Gli affari attorno al tonno illegale sono collegati direttamente alle frodi alimentari – spiega il contrammiraglio Roberto Isidori, direttore marittimo della Sicilia Occidentale e comandante della Capitaneria di porto di Palermo – I principali rischi per la salute dei consumatori sono dovuti alle condizioni antigieniche in cui il pesce viene trasportato e immagazzinato”. A volte, i pesci vengono anche nascosti sott’acqua, in attesa di essere trasportati. Altre, vengono utilizzate delle gabbie dotate di segnalatori Gps.

La posta in gioco è alta. “Esiste un’economia del tonno illegale – il contrammiraglio Isidori suggerisce che l’approccio migliore è quello di una visione d’insieme – Non bisogna certo criminalizzare talune marinerie, ma spesso ci troviamo di fronte a una vera e propria filiera di persone che operano nell’illegalità”. Il direttore marittimo della Sicilia Occidentale, che ha prestato servizio anche in Sardegna, offre una chiave di lettura: “Già nel passato c’era una quota di non dichiarato, così quando si sono stabilite le quote in base al pescato ufficiale i numeri sono stati più bassi della cifra reale”. E c’è un sommerso che continua a restare tale.

Un veleno chiamato istamina

Un’emergenza scoppiò all’improvviso nel maggio dell’anno scorso. Nel giro di pochi giorni, a Palermo, si registrarono 15 casi di intossicazione alimentare. Tre persone finirono in ospedale. “Cominciammo ad esaminare caso per caso – spiega il maggiore Trifirò – C’era da capire da dove arrivasse quel pesce avariato”. Alcuni raccontarono di averlo comprato al mercato di Ballarò. Altri, da venditori ambulanti della zona della stazione centrale. Altri ancora a Carini. Scattarono perquisizioni, sequestri, chiusure di attività. “Ma c’era un muro di omertà attorno a quella catena del tonno venduto illegalmente“. Si riuscì a ricostruire che alcune partite arrivavano da pescatori locali. Altre non è chiaro da dove. Perché, intanto, anche a Catania cominciarono a verificarsi dei casi di intossicazione, alcuni gravi. Le indagini del Nas portarono alla scoperta di un deposito all’ingrosso di tonno rosso del tutto illegale. Una novità rispetto agli altri sequestri, che riporta nuovamente alla necessità di avere una visione d’insieme: l’affare del tonno è sempre più un affare che attira gruppi organizzati. Quest’anno, magari, con numeri leggermente inferiori, per l’emergenza Covid. Anche se i sequestri di pesce illegale si sono ripetuti. Ma nessuno è finito in ospedale. Resta però il bilancio pesante dell’anno scorso in Sicilia: 400 casi di intossicazione.
“Non bisogna abbassare la guardia – dice ancora il comandante del Nas di Palermo – il consumatore deve sempre ricordare l’importanza del mantenimento della catena del freddo nei prodotti ittici. Perché soprattutto nei periodi estivi le alte temperature facilitano i processi di degradazione, che producono quantità importanti di istamina, sostanza responsabile della cosiddetta “sindrome sgombroide”, intossicazione alimentare che può scatenare gravi reazioni allergiche giungendo in alcuni casi allo shock anafilattico”.

I controlli si sono fatti sempre più accurati. Carabinieri e capitanerie di porto operano insieme ai tecnici dei servizi veterinari delle aziende sanitarie, gli esami degli istituti zooprofilattici sono poi un momento importante delle indagini. “Determinante è diventata ormai l’attività di intelligence – spiegano gli investigatori – perché a mare è diventato ormai sempre più difficile intercettare i pescatori che si dedicano a questo tipo di attività. Bisogna sorprenderli a terra, magari al momento in cui il tonno viene trasferito dall’imbarcazione ai furgoni”. Qualche giorno fa, a Termini Imerese, gli uomini della Capitaneria di porto hanno fatto un vero e proprio inseguimento per bloccare l’ennesimo carico di pesce illegale. “Talvolta, arrivano indicazioni anche dagli stessi pescatori per bene, che sono la maggioranza – dice il contrammiraglio Isidori – perché cresce sempre di più la consapevolezza di un impegno comune per la tutela del mare”.

Gli affari dei boss

Chi c’è davvero dietro il traffico illegale del tonno? Chi lo alimenta? Bisogna tornare all’indagine di Europol per provare a dare qualche risposta.

La traccia della società catanese trovata dall’Europol riporta infatti a un’indagine fatta dai carabinieri del Reparto Operativo di Catania alla fine degli anni Novanta: una rete di società controllate dai clan Santapaola e Ludani comprava il tonno a quattro euro al chilo dai pescatori siciliani – un prezzo imposto dai boss – e lo rivendeva a 9 euro ai giapponesi, tramite una società di intermediazione internazionale di Sanremo. Un sistema che ha fatto guadagnare milioni di euro a Cosa nostra siciliana. Nella Sicilia orientale, i boss avevano il monopolio del mercato del tonno. I pescatori che si ribellavano al sistema, venivano pesantemente minacciati. Un vero e proprio racket, che fra il 1997 e il 1999 iniziava ad estendersi anche nella Sicilia occidentale, in Calabria e in Sardegna. Poi, l’operazione della direzione distrettuale antimafia di Catania, con arresti e sequestri, mise un argine al monopolio dei padrini. Ma solo per qualche tempo. Nel commercio del pesce gli imprenditori più rampanti dell’organizzazione hanno visto sempre una grande opportunità.

Negli ultimi anni, il business è diventato addirittura una delle priorità di Cosa nostra siciliana. Le procure di Roma e Caltanissetta hanno scoperto che Salvatore Rinzivillo, originario di Gela trasferitosi nella Capitale, puntava al controllo del mercato del pesce in Sicilia e nel centro Italia. Un pranzo con i figli del boss palermitano Giuseppe Guttadauro (suo fratello Filippo è cognato del superlatitante Matteo Messina Denaro) battezzò il piano. Parliamo di aristocrazia mafiosa: negli anni Ottanta, Giuseppe Guttadauro era aiuto primario della Chirurgia dell’Ospedale Civico e capomafia del clan di Brancaccio; ora, i due figli (Filippo e Francesco, quest’ultimo già condannato per associazione mafiosa) gestiscono delle aziende in Marocco che si occupano di esportazione di pesce. I poliziotti della squadra mobile di Caltanissetta e i finanzieri del Gico di Roma intercettarono anche un altro pranzo importante, a Milano. I commensali parlavano di “documenti” per definire alcune pratiche societarie. E neanche si nascondevano poi tanto.

Tu devi pensare che a Gela hai una famiglia tu. E io ho una famiglia là. Fra noialtri non ci deve essere né mio né tuo“.  Ecco la mafia che si riorganizza, al di là dei clan e trasformando il pesce del Mediterraneo in oro. E il tonno è la grande occasione che i padrini non vogliono lasciarsi sfuggire.

All’inizio degli anni Novanta, erano i clan Trapanesi a immaginare grandi affari sull’asse Malta-Sicilia. Progettavano l’importazione di pesce “per miliardi di lire”, così almeno dicevano nelle intercettazioni. Una strana storia quella, mai del tutto chiarita. Che, per certo, portava ad alcuni colletti bianchi su cui aveva indagato il commissario Rino Germanà, che, il 14 settembre 1992, i boss più sanguinari di Cosa nostra provarono ad uccidere. Quel giorno, sul lungomare di Mazara del Vallo, c’erano Leoluca Bagarella, il cognato di Riina, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro, quest’ultimo è ancora oggi ricercato. Erano i mesi della “mattanza”, così li chiamava il capo dei capi, Salvatore Riina, intercettato in carcere qualche anno fa. “Il giudice Falcone voleva vedere la mattanza a Favignana, ma la mattanza gliel’ho fatta io”, diceva al compagno dell’ora d’aria. Poi, il boss se la prendeva con il pm dell’inchiesta “Trattativa Stato-mafia”, Nino Di Matteo: “Gli faccio fare la fine del tonno, come a Falcone”. Riferimenti macabri. La cultura mafiosa, che si alimenta di sangue e affari, ha sempre provato a fagocitare la Sicilia, con i suoi simboli e la sua storia.

Ma anche sul fronte del pesce tanti uomini si sono ribellati. L’ultima sfida, a Porticello, dove alcuni anni fa era sorto un vero e proprio mercato ittico illegale: un gruppo di pescatori ha denunciato e sono intervenuti i carabinieri.

Cosa mangiamo

Conviene fare un’ultima domanda. Cosa arriva sulle nostre tavole? Che tonno mangiamo? È prevalentemente tonno a pinna gialla pescato in mari lontanissimi. Il pregiato tonno rosso del Mediterraneo sui banchi delle pescherie si trova solo d’estate e una grossa quota è pescata illegalmente con rischi per la salute legati all’istamina. 

Le frodi riguardano anche la vendita di tonno decongelato venduto come fosse fresco. “Possiamo pagare a caro prezzo per un prodotto che non è quello che pensiamo di acquistare”.

Dunque, che cosa stiamo mangiando quando nel nostro piatto c’è il tonno? Spesso è un tonno congelato e decongelato più volte, pescato in mari lontanissimi, che potrebbe essersi rifatto il trucco. E il tonno in scatola, che in Italia occupa una grossa fetta di mercato?

Una minaccia all’ecosistema

Per una gabbia di tremila tonni servono quattromila tonnellate di pesce azzurro al giorno, che in Spagna e a Malta arriva dal Nord Europa o dalle coste dell’Africa, dove una pesca selvaggia e a basso costo sta portando all’estinzione di alcune specie e sta riducendo la pescosità del mare.

Ecco dove può portare la guerra per l’oro rosso se non torneremo a sorvegliarla molto da vicino (Fonte: La Repubblica).

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