Da Linkedin a Pechino, l’offensiva dello spionaggio cinese nei social professionali

Non è una novità. Semmai, è una conferma, e un salto di qualità. Già nel 2018, il controspionaggio denunciava una campagna «super aggressiva» su LinkedIn condotta dall’intelligence cinse per reclutare americani con accesso a informazioni sensibili. William Evanina, allora capo del controspionaggio statunitense, parlava apertamente, a Reuters, di migliaia di contatti simultanei attraverso profili falsi e finte offerte di lavoro. Non un episodio isolato, ma un metodo già allora considerato sistemico, tanto da spingere le autorità a chiedere una maggiore collaborazione alle piattaforme e una maggiore sensibilità da parte del mondo accademico e della ricerca.


È da qui che bisogna partire per leggere l’inchiesta pubblicata nei giorni scorsi da Intelligence Online, sito francese tra i più informati sulle dinamiche dell’intelligence europea. Il caso della ex collaboratrice francese della Commissione europea contattata da una falsa società di consulenza non introduce una tecnica nuova. Mostra, piuttosto, quanto quella tecnica sia maturata.

Secondo Intelligence Online, dietro profili come “Kevin Zhang” ci sarebbe un’operazione coordinata dal ministero della Sicurezza di Stato cinese, attiva almeno dal 2021 e focalizzata su target europei legati a istituzioni di Unione europea e Nato. Il meccanismo è ormai rodato: un annuncio credibile, un primo incarico pagato (anche 700-1000 euro), poi un’escalation verso richieste di informazioni non pubbliche o contatti utili.

Il punto chiave è proprio questo: la gradualità. Già negli Stati Uniti, i casi emersi alla fine degli anni 2010 mostravano lo stesso schema. Profili falsi che si presentano come recruiter, offerte di consulenza ben remunerate, costruzione progressiva di una relazione. In alcuni casi, questo processo ha portato a veri e propri reclutamenti: un esempio è quello di Kevin Mallory, ex funzionario della Central Intelligence Agency, che fu avvicinato proprio attraverso LinkedIn prima di essere condannato a 20 anni di carcere per spionaggio a favore della Cina.

Negli anni, le agenzie occidentali hanno continuato a lanciare l’allarme. Nel Regno Unito, MI5 ha avvertito pubblicamente, alla fine dello scorso anno, che i servizi cinesi stavano utilizzando piattaforme professionali per avvicinare anche parlamentari britannici. Già prima, Germania e Francia avevano segnalato campagne analoghe su larga scala.

Eppure, la percezione resta quella di una minaccia relativamente nuova. In realtà, ciò che sta cambiando non è il metodo, ma la sua efficacia. Le operazioni descritte oggi sono più credibili, meglio finanziate e più difficili da individuare. Le società di copertura appaiono plausibili, i pagamenti sono reali, e soprattutto il passaggio da attività lecita a richiesta sensibile avviene in modo quasi impercettibile.

Si tratta di una forma di human intelligence adattata all’ambiente digitale. Non cyber-attacchi, ma relazioni. Non intrusioni nei sistemi, ma nelle reti professionali. E il bersaglio non è solo chi ha accesso diretto a informazioni classificate, ma chi può contribuire a ricostruire contesti, dinamiche, processi decisionali.

In questo senso, il modello cinese si distingue nettamente da quello russo. Mosca privilegia operazioni più visibili e spesso più aggressive: hacking, leak, campagne di disinformazione. L’obiettivo è influenzare il breve periodo, incidere su elezioni, crisi, decisioni immediate. Pechino, invece, lavora sul lungo termine. L’obiettivo non è tanto cambiare una decisione oggi, quanto capire come verranno prese quelle di domani.

Anche l’uso delle piattaforme riflette questa differenza. Per la Russia, i social media sono uno strumento di influenza. Per la Cina, sono una infrastruttura di reclutamento. LinkedIn, in particolare, offre un ambiente ideale: professionale, basato sulla fiducia e sulla condivisione volontaria di informazioni sensibili come esperienze lavorative, reti di contatti e competenze.

Il risultato è una minaccia più difficile da contrastare. Le operazioni russe tendono a lasciare tracce evidenti. Quelle cinesi si sviluppano in una zona grigia, dove il confine tra collaborazione legittima e attività di intelligence è sfumato. Spesso iniziano come opportunità di lavoro, e solo in una fase successiva rivelano la loro natura.

Per l’Europa, questo implica un problema strutturale. Negli ultimi anni, l’attenzione si è concentrata soprattutto sulla minaccia russa, più immediata e politicamente visibile. Il modello cinese richiede invece una risposta diversa: maggiore consapevolezza individuale, controlli sulle collaborazioni professionali e una cultura della sicurezza capace di adattarsi a un mondo in cui lo spionaggio passa sempre meno dalle ambasciate e sempre più dalle piattaforme digitali.

L’inchiesta di Intelligence Online, letta alla luce dei precedenti americani, mostra dunque una continuità più che una rottura. La Cina non ha inventato un nuovo strumento. Ha semplicemente imparato a usare meglio quelli esistenti, trasformando un social network professionale in una piattaforma globale di reclutamento informativo.

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