Brexit: chi e perchè sta lavorando per bloccarla

Tutti hanno diritto a un ripensamento. Anche i sudditi di Sua Maestà Elisabetta II. Potrebbe diventare realtà un nuovo referendum per evitare al Regno Unito di uscire dall’Unione europea. Cresce il partito trasversale dei contrari, convinti che, se si potesse andare a votare una seconda volta, probabilmente il risultato sarebbe ben diverso rispetto a quello emerso dalle urne del giugno 2016, in cui peraltro i pro-Brexit ebbero una maggioranza risicata del 51,9 per cento.

A quasi due anni di distanza, manca ancora un accordo definitivo tra Londra e Bruxelles, con negoziati convulsi e tormentati e numerose difficoltà che hanno più di una volta messo in bilico la tenuta stesso dell’esecutivo guidato da Theresa May (nella foto). L’uscita formale è stata concordata per il 29 marzo 2019. Il calendario prevede che entro ottobre di quest’anno sia raggiunta un’intesa definitiva tra Europa e Regno Unito in modo da lasciare il tempo necessario ai singoli governi per ratificare l’accordo.

I tempi, dunque, stringono. Per fermare la macchina della Brexit ci sono solo pochi mesi. Le voci di un nuovo referendum si rincorrono da un po’, mentre cresce l’insoddisfazione sia tra le fila dei conservatori sia tra quelle dei laburisti. Ecco allora che esce allo scoperto The People’s Vote, il movimento anti-Brexit sostenuto da membri di entrambi i partiti oltre che dai verdi, ma anche da attori e gente comune.

Punta a intercettare il malcontento di varie fasce della popolazione, dagli studenti ai professionisti della finanza a chi lavora nella sanità: tutti, in un modo o nell’altro, colpiti negativamente dalla prossima uscita del paese dall’Europa. L’obiettivo è indurre il governo a indire un nuovo referendum prima della ratifica dell’accordo con Bruxelles. La popolazione è stata infatti lasciata fuori dai negoziati e il risultato emerso potrebbe non andare nella direzione auspicata. La richiesta dovrebbe essere quindi quella di sottoporre a referendum i termini del divorzio concordato con Bruxelles e chiedere alla popolazione se, a quelle condizioni, intende ancora uscire dall’Unione Europea. Un’ipotesi ovviamente vista negativamente dalla May, e che non piace nemmeno al leader dei laburisti, Corbyn.

C’è, e non da oggi, il dubbio che la campagna pro-Brexit non sia stata onesta e attendibile e la popolazione non sia stata informata adeguatamente sulle conseguenze. Un dubbio più che legittimo dopo lo scandalo che ha travolto Facebook, accusata di aver violato, a loro insaputa, i profili di 87 milioni di utenti. I loro dati sarebbero finiti nella mani della web agency inglese Cambridge Analytica, che è stata attiva, oltre che nelle elezioni americane a sostegno di Trump, anche nel referendum inglese a sostegno della Brexit.

L’esito resta dunque incerto. La May non ha la maggioranza in parlamento, il quale potrebbe quindi respingere l’accordo con Bruxelles o decidere di sottoporlo a un secondo referendum o anche far cadere il governo. Un finale ancora tutto da scrivere.

Giuseppe Turani
Informazioni su Giuseppe Turani 33 Articoli
Giornalista economico e Direttore di "Uomini & Business". E' stato vice direttore de L'Espresso e di Affari e Finanza, supplemento economico de La Repubblica. Dal 1990 al 1992 è editorialista del Corriere della Sera, del mensile Capital e dei settimanali L'Europeo e Il Mondo. Ha scritto 32 libri.

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