Gli ultimi aguzzini dei desaparecidos vivono in Italia. Un inseguimento lungo 40 anni

Gli ultimi aguzzini dei desaparecidos argentini vivono in Italia e probabilmente saranno estradati perchè si è rotta la coltre di silenzio e complicità che li aveva protetti per tanto tempo. Si tratta di un colonnello dei servizi segreti della Marina dell’Uruguay e di due ex ufficiali del regime argentino. Tutti militari che hanno preso parte all’operazione Condor, che vide le forze armate di alcuni paesi del Latino America allearsi per annientare gli oppositori ai vari regimi. Identificarli e trovarli è stato un inseguimento lungo più di 40 anni, reso possibile solo della determinazione (incrollabile) dei parenti degli scomparsi.

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Per capire quale tragedia si è consumata negli anni della dittatura è importante ripercorre i fatti che hanno sottratto 30.000 innocenti all’affetto dei propri cari.

Il 24 marzo 1976 i militari guidati dal Generale Videla rovesciarono il governo di Isabella Perón, instaurando un regime che sarebbe durato fino al 1983. Una pagina buia della storia argentina in cui furono risucchiati 30.000 desaparecidos.

Il golpe venne programmato con largo anticipo e venne preceduto da una accuratissima operazione di disinformazione, intesa a diffondere nell’opinione pubblica (sia argentina che internazionale) la convinzione dell’assoluta necessità di ristabilire l’ordine e di sconfiggere il terrorismo. Si volle soprattutto evitare di ripetere gli errori commessi da Pinochet in Cile, dove i militari nella loro arroganza fecero spettacolo della violenza e della ferocia con cui si reprimeva il popolo.

Non ci furono a Buenos Aires gli stadi pieni di detenuti, non ci fu il bombardamento del palazzo presidenziale, così tragicamente evidenziato dalla morte del presidente eletto dal popolo, come a Santiago; non ci furono carri armati per le strade; la città sembrava normale, le operazioni si facevano con camion e macchine senza targa, di notte, con uomini in borghese.

Con il pretesto di effettuare un processo di riorganizzazione nazionale instaurano il terrorismo di Stato su grande scala. Dichiarano lo stato di assedio abrogando i diritti costituzionali, sospendono le attività politiche e di associazione e chiudono e sequestrano sindacati e giornali.

Per ottenere qualsiasi tipo di informazioni su veri o presunti nemici del regime viene istituzionalizzata la pratica della tortura, praticata in clandestini centri di detenzione nei quali vengono incarcerati i detenuti illegali.

Nacque così la “tragica idea” dei desaparecidos, cioè quella di far scomparire nel nulla le persone prelevate; il che da una parte paralizzava la famiglia, che continuava a sperare che la persona ritornasse e non voleva renderne più difficile la situazione, ma dall’altra toglieva ogni evidenza iconografica all’informazione, ai ‘media’; la mancanza di immagini metteva in dubbio l’esistenza stessa della repressione.

Il dramma dei desaparecidos

Col passare del tempo i sequestri furono sempre più frequenti e si ripetevano sempre secondo le stesse modalità. Non erano gruppi incontrollati dell’estrema destra, come voleva far credere la Giunta, ma vi era una struttura centrale che li coordinava.

Le operazioni venivano compiute nei posti di lavoro delle persone segnalate o per strada in pieno giorno, mediante un piano che richiedeva la “zona franca” da parte delle forze di Polizia. Le loro volanti che, specialmente dopo il colpo di stato erano presenti un po’ dappertutto, stranamente non videro mai niente, anche se i sequestri si consumavano a poca distanza dal commissariato. Ma la stragrande maggioranza dei sequestri avveniva di notte in casa delle vittime. Il commando occupava la zona circostante ed entrava nelle case facendo uso della forza. Terrorizzava e imbavagliava perfino i bambini obbligandoli a essere presenti. La vittima veniva catturata, brutalmente colpita e incappucciata, poi trascinata fino alle macchine che aspettavano mentre il resto del gruppo rubava tutto quello che poteva (in alcuni casi arrivavano perfino dei camion) o distruggeva quello che non poteva portarsi via, picchiando e minacciando il resto della famiglia. Anche nei casi in cui i vicini o i parenti riuscivano a dare l’allarme, la Polizia non arrivava mai. Si incominciò così a capire l’inutilità di sporgere denuncia.

Le madri di Plaza de Mayo

Il dolore per la scomparsa dei propri figli ha spinto 14 donne, 14 mamme a ribellarsi. Si riunivano in Plaza de Mayo a Buenos Aires, la piazza che si affaccia sulla sede del governo argentino, la Casa Rosada. Le chiamarono le madri di Plaza de Mayo. Era il 30 aprile 1977 e chiedevano al regime notizie dei loro ragazzi.

Capitanate da Azucena Villaflor, le madri presero a riunirsi ogni settimana in Plaza de Mayo. Si riconoscevano per il fazzoletto bianco legato in testa (inizialmente era il pannolino usato quando i figli erano piccoli, poi convertito in un pezzo di stoffa per non sciupare quel ricordo) e, nonostante i continui arresti, ogni giovedì erano in piazza. “In 36 anni da quell’aprile 1977 non abbiamo mai lasciato la piazza”, racconta Hebe de Bonafini , presidente dell’Asociación Madres de Plaza de Mayo, e ancora oggi, ogni giovedì pomeriggio, alle 15.30, le madri si ritrovano in Plaza de Mayo.

Queste donne hanno trovato davanti a sé un muro, ma non si sono date mai per vinte. Prima da sole, poi insieme, hanno iniziato a girare, a chiedere, a protestare, a insistere. Hebe ricorda così quei momenti: “Siamo andate dall’esercito, nelle chiese, nei commissari per vedere cosa era successo, ma i nostri figli non si trovavano e nessuno ci dava ascolto”. In ogni luogo c’erano spie del regime, a ogni livello della società c’era complicità, dalla chiesa alla magistratura, dai sindacati alle università. La stessa caserma ESMA, definita l’Auschwitz dell’Argentina, il più grande dei quasi 400 luoghi di detenzione usati allora dalla giunta militare, era nel centro di Buenos Aires, in una delle strade più trafficate della capitale, a pochi metri dallo stadio di calcio di River Plate, tra palazzi eleganti, ma nessuna sembra aver visto nulla. Qui passarono 5mila dei desaparecidos argentini, di cui solo 150 ne uscirono vivi. Da qui partivano i voli della morte. Qui le donne sequestrate partorivano bambini, che poi venivano affidati alle famiglie dei militari per crescere in un ambiente “sano”, mentre le madri, spesso, venivano uccise. “La dittatura militare fu un governo civile-militare perché è stato accettato e permesso da tanti settori della società, dagli organi sindacali e da gran parte della chiesa”, afferma Hebe de Bonafini.

Il 90% di quei 30.000 ragazzi desaparecidos sono morti, ma le mamme di Plaza de Mayo (oggi Nonne) continuano a lottare per ritrovare i loro corpi.

Informazioni su Marco Blaset 130 Articoli
Giornalista economico della Federazione Svizzera e Direttore di Outsider News.

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