Non è che il cinema italiano non sappia più parlare seriamente: è che non osa farlo senza travestirsi. Siamo giunti nel 2026 e dobbiamo purtroppo ammetterlo: l’avanzamento temporale e l’apparente benessere dettato dall’inarrestabile progresso tecnologico non sembra corrispondere ad una maturazione del linguaggio artistico. Oggi ti è concesso dire qualcosa solo se fai ridere, altrimenti non devi esistere. È per questo che l’ironia non è più una scelta stilistica da usare ogni tanto ma è piuttosto diventata un pedaggio obbligatorio. Viviamo sotto una vera e propria dittatura della “positività tossica”, per cui tutto deve essere leggero, ispirazionale, innocuo e contrario a ogni forma di pesantezza da guastafeste.

Forse è per questo che non ci stupiremmo rivedendo la profezia di Adam McKay nel suo Don’t look up del 2021: una società che nega persino l’incontrovertibile fine del mondo, perché non è abbastanza divertente da poterne parlare. Fa ancora più male citare oggi quel film, a seguito dei recenti fatti di Crans-Montana: ragazzi che filmano le fiamme perdendo secondi vitali per salvarsi. Anche l’orrore va filmato per renderlo intrattenimento, per continuare a sentirsi spettatori immobili che non vogliono essere disturbati dalla verità. È come se ci fosse stata insegnata una passività che ha spento la voglia di sentirci attori veramente protagonisti delle nostre vite, per obbedire alle regole dei social network. Tutto ciò a discapito del vivere la realtà con cognizione di causa: mentre sentiamo il peso di doverla documentare per renderla “vera”, accade invece l’opposto. Tutto perde identità. Ogni cosa viene spogliata del suo reale significato e, nei casi più gravi, del suo pericolo.
Allo stesso modo, vige ormai da tempo in Italia un meccanismo preciso che regola l’industria cinematografica, la cui origine va ricercata in processi iniziati decenni fa. Facciamo un tuffo nel passato: ricordiamoci, per un momento, di una realtà che fatichiamo a credere ci appartenesse.
C’era un tempo in cui erano gli italiani a dettare legge nel mondo del cinema, quando La Dolce Vita e il Neorealismo trasformarono Roma nella Hollywood sul Tevere e Via Veneto era il cuore pulsante del cinema mondiale e della mondanità.
Tuttavia, la storia di Via Veneto è lo specchio esatto della parabola del nostro cinema: dalla gloria, è passata a un lungo e malinconico declino. Così come la nostra produzione artistica, la nota via romana, che un tempo era un set a cielo aperto, ha dovuto patire un lento smantellamento della sua identità. Le serrande abbassate dei Caffè storici, dove un tempo sedevano Ava Gardner, Anita Ekberg e Marcello Mastroianni, sono diventate “buchi neri”, vuoti della stessa entità di quelli che hanno inghiottito la nostra produzione culturale.
In questo deserto, i film di Zalone sono rimasti gli unici “respiratori artificiali” in grado di tenere in vita un’industria ormai incapace di camminare con le proprie gambe. Con un budget di produzione stimato intorno ai 28 milioni di euro, cifra significativa per il nostro mercato, la realizzazione del film è stata resa possibile anche grazie agli incentivi statali. È stato richiesto un credito d’imposta di 7,9 milioni di euro, che in questo caso applica un’aliquota ridotta al 28% rispetto al 40% standard, essendo Buen Camino un’operazione con elevati costi ‘sopra la linea’, che influenzano il massimale di detrazione previsto dalla normativa.
E ora, come molti posti importanti hanno perduto il loro glamour autentico per diventare trappole per turisti, così le produzioni italiane hanno ceduto alla stessa logica: sfornare trappole per i “turisti dell’intrattenimento”. Così lo spettatore non cerca più l’arte, ma l’evento a cui partecipare per sentirsi parte di un fenomeno di tendenza.
Sono veramente pochi quelli che non scelgono il “menù fisso” o ciò che viene classificato come trend, così colorato fuori, ma in realtà di qualità scadente. I più scelgono di rimanere distratti, passivi, pronti a consumare un’esperienza “mordi e fuggi”, senza chiedersi davvero cos’è che stiano ingerendo.
È la velocità a dettare legge, nei reel come nel quotidiano. Riflettere non va più di moda, conta solo il distrarsi: essere capaci di guardarsi dentro è divenuto un privilegio che nessuno vuole permettersi. Viviamo d’altronde in un’epoca di fast-food emotivo: non c’è più nutrimento per la mente, ma solo la ricerca del “piatto del giorno” accettato senza spirito critico, come se fosse l’unico sapore possibile.
In questo contesto, gli italiani corrono in sala per rispondere alla chiamata del “fenomeno incassi Zalone”. Non si va più al cinema per cercare spunti di crescita, ma per essere pellegrini del nulla. Non paghiamo il biglietto per guardare dentro noi stessi, interrogarci su qualcosa, ma per guardare altrove e distrarci. Siamo vittime di un sistema che usa l’arte per far quadrare i bilanci, non per lanciare messaggi profondi.
Sono poche le eccezioni sistemiche da poter citare: Sorrentino e Tornatore, ad esempio, possono permettersi di non chiedere il permesso, forti di una statura internazionale che consente loro di imporre la loro visione sopra le logiche di certi produttori locali. E anche se i numeri di Zalone oscurano tutto, negli ultimi due anni film come C’è ancora domani della Cortellesi, o Io Capitano di Garrone, hanno dimostrato che il pubblico italiano, se stimolato, sa ancora rispondere a un cinema che unisce emozione e cervello.
Il sistema scricchiola. Cinecittà non è più una “fabbrica di sogni”, ma di fascicoli aperti, precisamente dalla Procura di Roma. Tralasciando per il momento di scandagliare nel dettaglio il passato di Cinecittà, è importante rammentare che c’è un legame diretto tra la gestione dell’industria e il declino artistico: la macchina amministrativa del cinema italiano si è inceppata per logiche che con l’arte non c’entrano nulla.
L’industria è pigra quanto il pubblico: non c’è più la “fame” di Rossellini, ma dei soldi facili (del Tax Credit) forse sì. Negli ultimi anni l’Italia è arrivata a produrre circa 400 film all’anno: il 70% di questi si stima che incassasse sotto i 10.000 euro o addirittura non uscisse mai in sala.
Finché tratteremo il record d’incassi come l’unico metro di giudizio del valore artistico, rimarremo prigionieri di questa “anestesia”. Non è Zalone il problema, ma il meccanismo di legittimazione del successo che è nato per descriverlo. Passa il messaggio che sia impossibile essere visti se non si usa il registro del ridicolo. Eppure è un peccato: a Zalone va riconosciuta un’intelligenza comica capace di intercettare il cuore del sentire popolare, e toccare al contempo temi importanti attraverso un’ironia che conquista una vasta tipologia di spettatori. Tuttavia, il suo talento ora è ingabbiato in una dinamica che è un’antitesi dell’arte. Così, persino Zalone, per farsi ascoltare, deve sempre fingere di essere scemo. Eppure lui non è un ingenuo e viene da chiedersi se questo ricorso sistematico al ridicolo non sia diventato una gabbia, più che una scelta. Risponde a un pubblico che ha tragicamente confuso la superficialità con la leggerezza (Calvino si rivolta nella tomba) e la profondità con la pesantezza. Non c’è voglia di pensare ai problemi reali – come la crisi climatica, l’instabilità economica, le guerre… meglio un’anestesia passiva, che uno sforzo attivo. Ammettere che la società stia regredendo implicherebbe responsabilità, il dovere di fare qualcosa per cambiare le cose: ma è più comodo dire solamente che “andrà tutto bene”.
Pasolini aveva previsto tutto già negli anni ’70. Parlava di una “mutazione antropologica” degli italiani, in cui il consumismo (oggi “consumismo digitale”) ci avrebbe reso tutti uguali, levandoci l’umanità vera per renderci consumatori passivi privi di spirito critico. Oggi, l’esultanza disperata – o disperazione industriale – con cui i giornali ci sbattono in faccia gli incassi record di Buen Camino sembrano piuttosto raccontare una rinuncia collettiva al rischio, non un amore per l’arte.
C’è un paradosso finale, allora, che merita d’essere svelato: nel suo film, intanto che l’Italia sta seduta, Zalone si muove. Mentre i dati ISTAT dipingono un Paese paralizzato, col 35% della popolazione completamente sedentaria, metà degli adulti in sovrappeso e un bambino su quattro è in sovrappeso o obeso (con una correlazione diretta con le ore passate davanti agli schermi), Zalone celebra infine proprio il movimento come ricerca di sé.
E allora, se proprio non ci piace più il cinema popolare educatore che ci tirava verso l’alto ridendo, sì, ma lasciandoci anche col dubbio, un’amarezza, un pensiero (le commedie amare di Risi e Monicelli), cerchiamo almeno di accogliere il vero messaggio di Zalone: bisogna camminare, ricominciare a faticare. Faticare per pensare con la propria testa, riflettere, per alzarsi dal divano e aiutare il prossimo anziché filmarlo. Faticare e sforzarsi, per non accettare più la mediocrità artistica e morale. Disturbate la quiete, costringete e costringetevi a guardarvi dentro: parlate del messaggio, non rendete l’incasso il messaggio.

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