Errori giudiziari. Quando la giustizia si “prende la vita” di un innocente e spreca i soldi dei contribuenti

La storia d’Italia è funestata di errori giudiziari, da quello probabilmente più noto ai danni del presentatore Enzo Tortora a quelli più recenti di Silvio Scaglia (fondatore di Fastweb) e Renato Soru (imprenditore e politico), tutti assolti. Ma cosa succede quando la giustizia si “prende la vita” di una persona comune che non ha le risorse e le relazioni per ricominciare? Quanto costano ai contribuenti le mozzarelle di bufala scambiate per droga?

Enzo Tortora

La storia di Francesco Raiola ha del paradossale: a causa di alcune sue telefonate con amici e commilitoni è tratto in arresto con l’accusa di spaccio di stupefacenti. I carabinieri e la Procura nel corso di alcune indagini telefoniche deducono che faccia parte di una banda di narcotrafficanti. Si tratta di un equivoco spaventoso. Infatti, mentre lui parla di un televisore, gli investigatori pensano sia un messaggio in codice per indicare un carico di droga; una partitella di calcio è scambiata per una scorta di cocaina e persino l’acquisto di alcune mozzarelle di bufala, “ti porto io quella roba”, finisce per appesantire le accuse.

Per il magistrato che coordina l’inchiesta su una banda di settanta presunti trafficanti basta e avanza per ordinarne l’arresto. Dalle missioni di pace all’estero – Raiola è, infatti, un militare in servizio presso l’82esimo Reggimento Fanteria Torino di Barletta – all’accusa di essere un narcotrafficante il passo è breve.

Dal 12 settembre del 2011, il giorno in cui la porta della cella gli si è chiusa definitivamente alle spalle, trascorrono ancora 4 anni prima che nel 2015 venga definitivamente prosciolto dall’accusa. Il processo è guidato da Diego Marmo, lo stesso giudice che spiccò le accuse contro il conduttore televisivo Enzo Tortora.

Tornato con la sua uniforme dell’Esercito, lo Stato gli ha dovuto restituire quei requisiti morali che gli erano costati il congedo illimitato e un risarcimento danni per ingiusta detenzione pari a 42 mila euro.

Altro recente caso è quello di Giuseppe Gulotta, vittima di uno degli errori giudiziari più gravi mai avvenuti in Italia. Ha chiesto un risarcimento danni di oltre 66 milioni di euro per aver scontato ingiustamente quasi ventidue anni di carcere. La richiesta è stata depositata al Tribunale di Firenze: nell’atto sono citati, tra gli altri, la Presidenza del Consiglio, il Ministero dell’interno, il Ministero della difesa e il Ministero dell’economia.

Gulotta fu arrestato nel gennaio del 1976 per l’omicidio di Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo, due carabinieri della stazione di Alcamo Marina, nel Trapanese. Allora diciottenne, fu condannato all’ergastolo, ma dopo nove processi e ventidue anni di carcere ingiusto, nel 2012, è stato assolto dalla corte d`Appello di Reggio Calabria, che ha stabilito come la confessione fu estorta con sevizie e torture da parte dei carabinieri. Il legale di Gulotta, Baldassarre Lauria, spiega che “ci sono due aspetti che sono contenuti nell’atto: il primo riguarda la responsabilità dello Stato come tale per non aver codificato negli anni il reato di tortura. Il secondo profilo è quello che attiene agli atti di tortura posti in essere in una sede istituzionale da personale appartenente all’Arma che ha generato un gravissimo errore giudiziario”.

Errori giudiziari, un costo di oltre 33 milioni nel 2018

Sono migliaia le persone incarcerate ingiustamente e le vittime di errori giudiziari: centinaia di milioni di euro per risarcire chi ha ingiustamente subito un processo, un’ingiusta condanna o lungaggini processuali. Lo scorso 26 gennaio, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario presso la Corte Suprema di Cassazione, uno degli interventi più indicativi ha segnato il problema dei troppi innocenti mandati a processo, cui ha fatto seguito un’ingente elencazione di dati quantitativi, mentre complice sul punto l’afasia delle statistiche ufficiali, non si riesce a trovare nessun dato qualitativo, per esempio, “su quante condanne o assoluzioni ci siano per 100 imputati mandati a giudizio”.

Due anni fa, per dire, fu tentata a Milano una rilevazione a campione, ma subito fu accantonata come inaffidabile o non significativa, dopo che era parsa rilevare tra il 28,5% e il 46,2% di assoluzioni già in primo grado a seconda dei tipi di giudizio. Brutale la franchezza di Massimo Terzi, il presidente del Tribunale di Torino: “Proiettati su base nazionale, vuol dire avere ogni anno 150.000 persone, cioè un milione e mezzo in dieci anni, che attendono in media 4 anni dalla notizia di reato per essere assolti (assolti, non prescritti) all’esito del primo grado”.

Dal 2001 a oggi sono 682.583.009,66 i milioni che lo Stato ha speso per indennizzare persone vittime di errore giudiziario – tra questi anche chi è stato prosciolto in sede di revisione – o di ingiusta detenzione, mentre dall’inizio del 2017 al settembre dello stesso anno sono 29.539.084,44 i milioni sborsati: scendendo nel dettaglio sono 856 i beneficiari per ingiusta detenzione e 9 per errore giudiziario. Il 2017, così, è terminato con un dato in aumento sia per quanto riguarda i casi d’ingiusta detenzione – che hanno toccato quota 1013, contro i 989 registrati nell’anno precedente – sia per l’ammontare complessivo dei relativi risarcimenti, una somma pari ad un totale di 34.319.865,10 euro.

Dal Centro Italia al Sud, sono Catanzaro e Roma le città in cui lo Stato ha speso di più in risarcimenti liquidati alle vittime di ingiusta detenzione: nel capoluogo calabrese sempre nel 2017 si è fatta registrare la cifra di circa 8 milioni e 900 mila euro, ben più del doppio di quanto si è speso per i casi della capitale, poco più di 3 milioni e 900 mila euro. Al terzo posto Bari – con indennizzi versati per oltre 3 milioni e 500 mila euro – subito dopo Napoli, quarta in classifica con più di 2 milioni e 870 mila euro.

Gli indennizzi in tema di giustizia non riguardano solo l’ingiusta detenzione. Resta, infatti, da analizzare anche la c.d. Legge Pinto. La legge appena citata si occupa dell’equa riparazione per violazione del termine ragionevole di durata di uno stesso processo, conseguentemente al protrarsi della violazione anche nel periodo successivo a quello accertato con una prima decisione. La legge stabilisce che per “la determinazione del lasso temporale per il quale compete l’indennizzo deve tenersi conto dell’eventuale periodo di tempo ritenuto ragionevole che sia stato già decurtato dalla durata complessiva del giudizio in occasione della precedente liquidazione dell’indennizzo”.

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, una volta accertata la violazione, procede ai pagamenti degli indennizzi in caso di pronunce emesse nei suoi confronti e nei riguardi della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il Ministero della Giustizia è competente, altresì, per la liquidazione per violazione del termine di ragionevole durata di procedimenti del giudice ordinario. L’ordine di pagamento è emesso entro sei mesi dalla data di ricezione della documentazione.

Così, negli ultimi tre anni lo Stato si è trovato a liquidare per danni legati all’irragionevole durata dei processi ben 532,7 milioni di euro. Si tratta di denaro pagato dai Ministeri appena citati per i procedimenti di rispettiva competenza. Stando ai dati congiunti sugli indennizzi pagati dai due dicasteri, nel 2015 risultano liquidati 165,6 milioni di euro, saliti nel 2016 a 185,3 milioni di euro e nel 2017 a 181,7 milioni di euro.

A questo si aggiungono – come già segnalato dal Sole 24Ore – le richieste di indennizzi fotocopia. La segnalazione partita dal MEF alla Guardia di Finanza evidenzia che si tratta di vere e proprie frodi, un trend ormai diffuso cui gli inquirenti stanno lavorando per cercare di tracciare bene il fenomeno, si tratta di richieste identiche connessi a un unico decreto di risarcimento del danno.

Quanto ci costa la malagiustizia in questo bilancio ideale?

Gli ultimi dati messi a disposizione del MEF – mentre per la prima volta il Ministero della Giustizia tace – ci dicono che i casi di errori giudiziari nel solo 2018 sono stati 896 mentre gli indennizzi per ingiusta detenzione hanno superato i 33,5 milioni.

Conclusioni

Il tema delle ingiuste detenzioni è spinoso, eppure, è stato definito come un ’dato fisiologico’, una sorta di effetto collaterale che viaggia sullo stesso binario dell’eccessivo carico di processi penali pendenti nei Tribunali italiani. Dal 1992 a oggi, però, sono 26.412 le persone vittime d’ingiusta detenzione, cui si aggiungono le vittime di errori giudiziari, arrivando così complessivamente a 26.550 vittime, per un totale di risarcimenti pari a 768.361.091 euro versati a oggi dallo Stato. Vale la pena evidenziare che i dati concernenti le somme pagate dallo Stato, per indennizzi da ingiusta detenzione, siano poco indicativi e questo dato è reso chiaro dagli stessi esperti del MEF.

Se per esempio, si prende in considerazione l’anno 2016, dove si può immediatamente notare un brusco calo degli indennizzi, in realtà quel calo non segna che vi siano state meno ordinanze di custodia, piuttosto come i minori esborsi a titolo di R.I.D. (riparazione per ingiusta detenzione) siano legati ad una diminuita capacità finanziaria sui capitoli di bilancio.

Ebbene, concludiamo citando Francesco Carnelutti, il quale disse “La sentenza di assoluzione è la confessione di un errore giudiziario”.

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