Europa e Cina: grazie a Trump mai così vicini

Alla luce delle peculiari posizioni del Presidente americano Donald Trump sull’attuazione dell’Accordo di Parigi, una nuova singolare alleanza globale sembra aver ormai preso forma. L’Unione europea, first mover delle politiche globali per la lotta al cambiamento climatico, non è infatti mai stata così vicina alla Cina sui temi della decarbonizzazione e della sostenibilità.

Con soltanto l’8 percento delle emissioni globali di CO2 l’UE è certamente – tra le grandi potenze – quella che ha intrapreso la più solida e credibile traiettoria di riduzione del proprio impatto ambientale. L’Europa ha già ridotto del 22 percento le proprie emissioni rispetto al 1990, ed è quindi ampiamente in linea con gli obiettivi fissati dal suo Pacchetto 2020, mirando ora alla riduzione del 40 percento entro il 2030.

Nel lungo periodo, Bruxelles punta ad un abbattimento quasi totale delle proprie emissioni (tra 80 percento e 95 percento al 2050), target che tuttavia risulta ancora non del tutto in linea con le sue politiche climatiche e con le traiettorie attualmente in atto in Europa. Diametralmente opposta la situazione della Cina che, con oltre 10 milioni di tonnellate di emissioni di gas serra (sorpassati gli Stati Uniti nel 2006), contribuisce a quasi un terzo di tutta la CO2 immessa nell’atmosfera. Quella cinese è una progressione stratosferica – emissioni raddoppiate nel giro di 10 anni – e, in un certo senso, ancora imprevedibile. Negli ultimi anni si sono susseguite diverse ipotesi di picco per le emissioni cinesi, con risultati macroscopicamente errati o contraddittori.

Il dato di fatto è che nel 2017 – dopo un paio di anni di moderatissimo declino – le emissioni di Pechino sono nuovamente cresciute di un significativo 3,2 percento (spingendo la CO2 globale a un +2 percento), alimentando lo scontento, ma soprattutto la preoccupazione, degli osservatori della lotta ai cambiamenti climatici. Un crescita che non sembra volersi arrestare, nonostante gli sforzi in atto per ridurre la propria impronta carbon, e il nuovo ruolo di player globale nelle politiche di decarbonizzazione e lotta al cambiamento climatico.

Sul piano internazionale, l’impegno cinese e la partnership con gli Stati Uniti di Obama nel 2015 hanno infatti contribuito al successo della COP21 e alla firma dell’Accordo di Parigi, e nonostante la successiva decisione di Washington (questa volta, con Trump) di non rispettare gli impegni internazionali sul clima, Pechino sembra più che mai pronta a mantenere – se non rafforzare – il proprio ruolo di leader. Una decisione, quella della Casa Bianca, che ha di fatto cementato la partnership climatica globale tra UE e Cina, pronte a ribadire – immediatamente dopo l’annuncio del Presidente americano – il loro impegno congiunto nei confronti dell’Accordo di Parigi.

Grazie infatti a un concomitante summit bilaterale organizzato a Bruxelles il 1 giugno, le parti hanno avuto modo di discutere e reiterare la loro volontà di proseguire sulla linea tracciata dalla COP21, nonostante la defezione americana. E se una serie di divergenze in materia commerciale hanno fatto saltare l’adozione di una dichiarazione congiunta che sancisse formalmente la completa adesione delle parti ai 29 articoli dell’Accordo e il mutuo impegno verso gli irreversibili processi di transizione energetica in essere, Cina e Ue non sono mai state così in sintonia nella lotta ai cambiamenti climatici.

Cambio di marcia: dal dialogo alla co-leadership?

In realtà, le relazioni bilaterali Ue-Cina sul clima datano ben prima della recente inversione a U di Trump, circa a metà degli anni ’90, quando le emissioni europee erano di un quarto maggiori rispetto a quelle cinesi (4000 milioni di tonnellate di CO2 vs. 3000 milioni). Il dialogo settoriale sulle politiche energetiche lanciato nel 1994 (dal quale è scaturita una biennale Energy Cooperation Conference) e quello sulle questioni ambientali del 1996 hanno gettato le basi per le prime interazioni tra istituzioni europee e cinesi, mentre a margine dell’EU-China Summit del 2005, Bruxelles e Pechino hanno firmato una Joint Declaration on Climate Change, nell’ambito della quale è stata formalizzata la partnership sul cambiamento climatico. Dopo di essa si sono susseguite una serie di iniziative (Joint Statement on Dialogue and Cooperation on Climate Change e EU-China Environmental Governance Program, 2010; EU-China Environmental Sustainability Program, 2012; EU-China 2020 Strategic Agenda for Cooperation, 2013; EU-China Joint Statement on Climate Change, 2015) che hanno progressivamente contribuito a rafforzare le relazioni bilaterali, pur sempre rispecchiando la necessità/volontà europea di includere Pechino come interlocutore credibile nell’arena internazionale.

Anche alla luce delle drammatiche condizioni ambientali interne, che alimentano crescenti proteste popolari nel Paese, negli ultimi anni il governo cinese ha avviato una seria revisione delle proprie politiche energetiche e climatiche, con l’obiettivo di trovare un modello di compromesso tra la necessità di mantenere alti i tassi di crescita della propria economia e quella di limitare le proprie emissioni.

In quest’ottica, l’esperienza dell’Unione europea rappresenta certamente un potenziale modello per i piani cinesi: l’Ue, infatti, ha creato il più sofisticato ed efficace modello di sviluppo sostenibile, che come sottolineato dal Commissario europeo per l’Energia e le Politiche Climatiche, Miguel Arias Canete, ha garantito, dal 1990, una crescita del PIL di oltre il 50 percento a fronte della riduzione del 22 percento delle emissioni di CO2.

Nonostante le sfide del carbon leakage e della delocalizzazione delle proprie attività industriali, l’Europa può contribuire in modo significativo agli sforzi cinesi in questo senso. L’Ue rappresenta il leader indiscusso delle tecnologie low-carbon, con oltre il 44 percento dei brevetti registrati nel suo territorio, e rappresenta quindi un interlocutore essenziale qualora Pechino volesse accelerare in modo credibile la propria traiettoria di decarbonizzazione. Al contempo, l’accesso all’immenso mercato cinese è un obiettivo chiave per le politiche di export dell’Ue e dei suoi attori industriale (si calcola che, dal 2009, 300mila tecnologie low-carbon siano state trasferite dall’Europa alla Cina), soprattutto in vista dell’ulteriore accelerata di Pechino sul fronte green. Ma la partnership sembra ormai andare oltre questa dimensione puramente bilaterale di apprendimento/trasferimento.

Grazie al cambio di marcia della Cina in preparazione della COP21, al suo ruolo fondamentale nel mobilitare e incoraggiare un approccio attivo e responsabile dei paesi in via di sviluppo, e agli immensi investimenti interni lanciati per far fronte a una situazione ambientale insostenibile, il rapporto fra Bruxelles e Pechino appare oggi più bilanciato e solido, e funzionale alla creazione di governance climatica globale più credibile ed efficace grazie al loro impegno congiunto.

Ue e Cina, infatti, si possono presentare come i garanti di un’alleanza trasversale nord-sud, tra paesi industrializzati e quelli “in via di sviluppo”, senza la quale ogni tentativo di implementazione dell’Accordo di Parigi rischierebbe di fallire. Un ruolo in grado di accrescere lo status internazionale di entrambi, di un’Europa che nonostante i grandi investimenti fatica ancora a incassare i “dividenti politici” della propria leadership climatica, e di una Cina che – come pilastro della transizione energetica – può finalmente proporsi come attore chiave (e credibile) nei meccanismi di governance mondiale. Una co-leadership che può certamente dare stimolo positivi alle politiche globali di decarbonizzazione, ma che alla luce delle sue forti implicazioni economiche e strategiche, potrebbe innescare alcune dinamiche competitive, se non addirittura conflittuali, tra Bruxelles e Pechino. La lotta al carbone al centro della cooperazione.

Il carbone è certamente il nemico comune numero uno di Ue e Cina. Il problema in Europa può essere riassunto con questi semplici dati: sebbene contribuisca a poco meno del 25 percento della generazione europea, contribuisce a oltre il 75 percento delle emissioni dell’Unione.

E se Bruxelles è in prima linea nella lotta al più inquinante dei combustibili fossili, va tuttavia notato come alcuni Stati membri ne sono ancora estremamente dipendenti nel settore elettrica, cui contribuisce per l’80 percento in Polonia, e oltre il 40 percento in Repubblica Ceca, Bulgaria, Grecia a Germania. Un problema, quello del carbone, di cui in Cina conoscono bene gli effetti devastanti su ambiente e salute. Nel Paese il carbone, che contribuisce ancora a quasi i tre quarti della produzione totale di elettricità con una capacità installata di oltre 900 Gigawatt (Gw), è la principale causa delle morti per inquinamento dell’aria: 86mila vittime causate dall’uso di carbone nella generazione, alle quali si aggiungono 55mila morti per il suo utilizzo nei processi industriali, e oltre 170mila decessi a causa dell’uso di carbone e biomasse a livello domestico. Numeri da brivido, per fronteggiare i quali il governo di Pechino ha annunciato il congelamento di cento nuovi impianti a combustibili solidi, da rimpiazzare con addizionale capacità di generazione da rinnovabili. Nonostante questi sforzi, per limitare l’impatto devastante degli impianti tuttora in funzione, la Cina necessita di nuove tecnologie per la cattura e lo stoccaggio della CO2, nonché di efficienti meccanismi “per prezzare” le emissioni e incentivarne la riduzione attraverso dinamiche di mercato.

Le iniziative congiunte China-EU Near Zero Emission Coal (NZEC) e soprattutto l’EU-China ETS Project – un progetto triennale per sostenere la progettazione e l’attuazione dello scambio di quote di emissione in Cina – rappresentano, in questo senso, importanti basi di cooperazione. In questo contesto, anche le città giocano un ruolo centrale nella lotta congiunta di Ue e Cina al cambiamento climatico. Proprio dalle città cinesi è partito il grido di allarme che ha portato il governo di Pechino ad accelerare la propria traiettoria low-carbon, e la collaborazione con i corrispettivi europei – attraverso la EU-China Low Carbon City partnership – può portare significativi vantaggi grazie al rafforzamento di dinamiche bottom-up ancor troppo difficile da implementare nel sistema socio-politico cinese.

Con lo sguardo puntato verso l’Africa

Nonostante la necessità di affrontare in modo congiunto (o quantomeno coordinato) le molteplici sfide innescate dai cambiamenti climatici, la luna di miele tra Ue e Cina potrebbe attraversare terreni particolarmente sdrucciolevoli. Infatti, oltre a essere un processo ineluttabile per garantire la vivibilità del pianeta terra, la transizione energetica ha anche una forte dimensione economico-industriale, che può innescare elementi di competizione geopolitica. Alla luce del valore degli investimenti previsti per l’implementazione dell’Accordo di Parigi – 23 trilioni di dollari al 2030, secondo le stime della Banca Mondiale – quella della decarbonizzazione può diventare una partita particolarmente appetibile per Bruxelles e Pechino. Con 170 paesi (sui 197 firmatari) che hanno già ratificato l’Accordo, e sono quindi pronti a intraprendere misure di mitigazione e adattamento per rispettare i Nationally determined contributions (NDCs) sottoscritti a Parigi, il potenziale di intervento è immenso.

Sia Cina che Ue vorranno pertanto farsi trovare pronte – la prima sfruttando principalmente la propria leva finanziaria, le secondo grazie al suo primato tecnologico – per entrare con le proprie industrie in questi immensi mercati. L’Africa è senz’ombra di dubbio una di quelle aree dove la transizione energetica e i processi di decarbonizzazione potranno prendere piede in modo più sensazionale. A guardare i dati dell’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (IRENA), si capisce chiaramente quanto il potenziale low-carbon del continente sia immenso: 300mila Gw di capacità solare, 7mila Gw di eolico.

In una regione dove ancora 600 milioni di cittadini non hanno accesso all’energia, questo potenziale rappresenta un’eccellente opportunità industriale per le aziende low-carbon europee e cinesi. Ottenere un accesso privilegiato a mercati così ampi, e in rapida espansione, rappresenta un importante driver per le esportazioni di tecnologie, know-how e servizi in paesi e regioni che stanno creando praticamente da zero il loro settore energetico.

Bruxelles e Pechino sono già fortemente presenti nel continente, con sforzi diplomatici (tanto bilaterali quanto multilaterali) che si sovrappongono a iniziative industriali e azioni di cooperazione allo sviluppo. Ma la penetrazione tecnologico-industriale nel settore low-carbon – in Africa come altrove – potrà anche avere chiare implicazioni di natura geopolitica e strategica. Infrastrutture, tecnologie e processi per affrontare la transizione energetica e renderla sempre più efficiente e sostenibile diventeranno infatti strumenti e fattori di cooperazione politica, in grado di determinare orientamenti, scelte e posizionanti “di campo” di diversi attori all’interno dell’arena globale. In quest’ottica, l’Ue ha tutta l’intenzione di massimizzare gli sforzi (economici, ma anche sociali) intrapresi nel decennio passato per assicurarsi un ruolo guida all’interno della transizione. La crescita esponenziale della Cina in questo ambito – nel 2015 Pechino ha speso due volte e mezzo in più dell’Ue in clean energy, e negli ultimi cinque anni gli investimenti in Ricerca e Sviluppo sono cresciuta del 73 percento contro il 17 percento di quelli europei – rischiano di annullare in tempi brevissimo il gap accumulato in questi anni da Bruxelles. Una notizia certamente positiva per la sostenibilità del pianeta, forse un po’ meno per la crescita industriale e le ambizioni strategiche dell’Europa.

 

Nicolo Sartori
Informazioni su Nicolo Sartori 44 Articoli
Nicolò Sartori è ricercatore presso l’Area Sicurezza e Difesa dell’Istituto Affari Internazionali di Roma. La sua attività si concentra in particolare sull’evoluzione delle tecnologie nel settore energetico. Attualmente, è candidato al Dottorato presso il Dipartimento di politica e relazioni internazionali dell’Università del Kent, Regno Unito. Ha lavorato inoltre come Consulente di Facoltà al NATO Defense College di Roma, dove ha svolto ricerche sul ruolo dell’Alleanza Atlantica nelle questioni di sicurezza energetica.

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