Hong Kong in preda alla violenza. La Cina vuole far saltare il modello “un paese, due sistemi”?

Hong Kong è in stato di guerriglia permanente, da settimane centinaia di migliaia di manifestanti stanno scendendo in strada per protestare contro un emendamento alla legge sulle estradizioni proposto dalla governatrice Carrie Lam. Il provvedimento è considerato un’ingerenza di Pechino negli affari interni della regione ad amministrazione speciale.

Si è trattato della più grande manifestazione politica mai organizzata nell’ex colonia britannica dal 1997 a questa parte. È in quell’anno che Hong Kong, dopo oltre 150 anni da protettorato inglese, è ritornata alla Cina a seguito di un accordo con il Regno Unito.

Il provvedimento che ha scatenato la protesta

L’emendamento alla legge sulle estradizioni al centro delle contestazioni mira a consentire il trasferimento di fuggiaschi o sospetti criminali in quelle giurisdizioni con le quali Hong Kong non ha ancora stipulato trattati di estradizione. La RAS ha stretto trattati bilaterali di estradizione con 20 Paesi, tra cui figurano, ad esempio, gli Stati Uniti, il Regno Unito e Singapore, ma non la Cina continentale, Taiwan o Macao.

L’estradizione riguarderebbe solo i reati più gravi, punibili con almeno sette anni di reclusione. Tra i vari emendamenti proposti ve ne sono anche alcuni in materia di assistenza legale reciproca, visti con sospetto da alcuni avvocati in quanto posti in relazione con l’attuale impossibilità da parte della polizia e dei funzionari cinesi di operare sul territorio di Hong Kong.

Ciò che ha alimentato maggiormente le preoccupazioni degli abitanti dell’ex colonia è la possibilità di un avvicinamento sempre più marcato della RAS al modello cinese, con la persecuzione di coloro che sono accusati di reati di opinione. In sostanza, si teme un’ulteriore distorsione della formula “Un Paese, due sistemi”, quel principio che dovrebbe garantire a Hong Kong un alto grado di autonomia fino al 2047, anno in cui il regime speciale transitorio di 50 anni, previsto successivamente alla riunificazione, avrà termine.

Provvedimento sospeso, ma la gente torna in piazza

A seguito della straordinaria reazione popolare, il provvedimento è stato sospeso ma la gente è tornata in piazza il 16 giugno per chiedere il ritiro definitivo della misura.

Gli abitanti di Hong Kong non si fidano e temono che una volta che la Cina avrà risolto la diatriba sui dazi con gli USA torni alla carica riproponendo l’emendamento.

Il filo rosso con la “protesta degli ombrelli”

I cittadini dell’ex colonia britannica hanno già dato prova di non voler accettare passivamente le decisioni di Pechino. Nel 2014 si riversarono nelle strade di Hong Kong con i loro ombrelli multicolore, dando il via ad una protesta pacifica che durò più di due mesi. La “rivoluzione degli ombrelli” fu un movimento giovanile nato dal basso al grido di più democrazia e meno autoritarismo. Gli ombrelli colorati divennero il simbolo della non-violenza e lo strumento che permise ai manifestanti di difendersi sia dal sole cocente sia dai lacrimogeni e dagli spray urticanti della polizia. I giovani di Hong Kong chiedevano elezioni a suffragio universale in vista delle elezioni del governatore e protestavano contro il controllo delle candidature da parte cinese.

Dopo 75 giorni di occupazione e sit-in studenteschi nelle strade nevralgiche del quartiere degli affari di Admiralty, la polizia smantellò le tende, le sale di studio, gli ombrelli, le opere d’arte e tutti i grandi e piccoli luoghi simbolici della più lunga contestazione democratica vista tanto a Hong Kong come nella Cina metropolitana negli ultimi 30 anni.

Il modello “un paese, due sistemi” che garantisce l’autonomia

Il primo luglio di quest’anno ricorre il ventesimo anniversario della restituzione ufficiale di Hong Kong alla Cina, dopo una lunga fase caratterizzata dal dominio britannico. Tornata alla patria attraverso il modello di integrazione Un Paese, Due Sistemi, che Pechino avrebbe poi applicato anche a Macao a partire dal 1999, oggi la Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong, sesto mercato azionario mondiale, gode di una rappresentatività democratica sconosciuta nel periodo coloniale ed è una realtà di 7,3 milioni di abitanti che produce un PIL pari a circa 321 miliardi di dollari, di cui il 92% proveniente dal settore dei servizi.

Due dei più importanti lasciti politici di Deng Xiaoping sono l’introduzione della dottrina Un Paese, Due Sistemi e quella della politica di Riforma e Apertura. La prima ha contribuito a risolvere un importante enigma costituzionale. La seconda ha invece aiutato la Cina a strappare alla povertà milioni di persone. Durante uno storico vertice tra Deng ed il primo ministro britannico Margaret Thatcher nel 1982, la Iron Lady mostrò tutta la sua riluttanza a restituire Hong Kong alla Cina, facendo riferimento ai diversi sistemi di governo tra il Paese asiatico ed il Regno Unito. In risposta, Deng propose che Hong Kong avrebbe potuto mantenere il suo modello capitalistico. Fu quella promessa ad ammorbidire infine la posizione britannica.

«Deng Xiaoping sosteneva che il mercato azionario non è monopolio del capitalismo. Egli inventò una versione singolare che definì col nome di socialismo con caratteristiche cinesi», ha detto Gao Zhikai, ex interprete di Deng, durante un’intervista a CGTN. La decisione fu definitiva. Ma la Cina era alla disperata ricerca di un buon insegnante. E Hong Kong sembrava perfetta per la circostanza. «Per effetto del suo sistema di common law e delle sue tradizioni di rafforzamento dello Stato di diritto, Hong Kong è ancora un luogo favorevole e funzionale per fare affari», ha osservato Gao.

Dopo alcune fasi di studi sul campo a Hong Kong, la Cina aprì le borse di Shanghai e di Shenzhen nel 1990. Nei primissimi anni dopo il suo ritorno sotto la sovranità cinese, Hong Kong contribuì in maniera ineguagliabile allo sviluppo economico della Cina. Nel 1997, il 18% del PIL cinese era concentrato a Hong Kong. Venti anni dopo, quella cifra è scesa al 3% grazie alla crescita significativa dell’economia della Cina continentale nel frattempo. Oggi, città della Terraferma come Shanghai, Guangzhou e Shenzhen stanno diventando nuovi centri per il commercio e gli affari. Alcuni temono che Hong Kong possa essere scavalcata da quelle stesse metropoli che da essa hanno imparato.

«Non credo per un solo momento che Hong Kong stia perdendo la sua competitività», disse a Xinhua nel 2014 Charles Powell, ex segretario privato di Margaret Thatcher. «Hong Kong è attualmente una piccola porzione dell’intera economia cinese soltanto perché la Cina sta crescendo molto velocemente. Tuttavia, Hong Kong è ancora il centro preminente in Asia per i servizi finanziari, quelli legali e per gli aspetti più avanzati dell’economia. Credo che continuerà ad esserlo».

Proprio come disse una volta il governatore uscente di Hong Kong, Leung Chun-ying, la regione amministrativa speciale dovrebbe giocare il ruolo di “super-coordinatore” tra la Cina continentale e il resto del mondo. Forse questo rappresenta la miglior chance per Hong Kong di conservare il suo dinamismo economico e rimanere un Gioiello d’Oriente.

Considerazioni

Appare evidente che l’emendamento alla legge sull’estradizione sia un tentativo di Pechino di mettere sotto pressione i dissidenti politici, aggirando per via giudiziaria gli accordi sottoscritti con il Regno Unito che garantiscono a Hong Kong la propria autonomia.
Ma la Cina in questa fase ha altra priorità, anzitutto trovare una soluzione alla guerra commerciale con gli USA che rischia di compromettere la crescita cinese dei prossimi anni. Senza dimenticare che Pechino ha gli occhi del mondo addosso per la nuova Via della Seta e non può permettersi il lusso di trovarsi al centro di polemiche internazionali proprio mentre sta negoziando con l’Occidente le infrastrutture da realizzare per integrare il traffico merci nella Belt Road.

Queste motivazioni hanno saggiamente indotto il governo cinese ad appoggiare la sospensione del provvedimento, ma la partita è tutt’altro che chiusa, forse è solo rimandata a data da destinarsi.




Informazioni su Marco Blaset 113 Articoli
Giornalista economico della Federazione Svizzera e Direttore di Outsider News.

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