Il Paese che non ama le donne. Lavoro, sport e famiglia i casi più eclatanti

“Rimozione di genere”. Ha usato queste parole, il ministro per il Sud, Peppe Provenzano, per comunicare il suo rifiuto a partecipare a un convegno sulla ripartenza post pandemia, organizzato dall’associazione Mecenate 90. Un convegno nel quale tutti i relatori invitati erano uomini. Nessuna donna, su tredici invitati al tavolo dei lavori. Una rimozione inaccettabile per il ministro che, in un tweet, ha così annunciato la sua rinuncia a presenziare al convegno: “È l’immagine non di uno squilibrio, ma di una rimozione di genere. Mi scuso con organizzatori e partecipanti, ma la parità di genere va praticata anche così: chiedo di togliere il mio nome alla lunga lista. Spero in un prossimo confronto. Non dimezzato, però”.

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Una presa di posizione che è stata applaudita da molti, da tante donne ma anche da uomini, come ha poi raccontato Provenzano in una intervista, dentro un Paese che sulla parità di genere è ancora molto indietro.

Quanto denunciato dal ministro è infatti lo specchio di un’Italia che, come dimostra il Global gender gap report, stilato annualmente dal World Economic Forum (citato proprio da Provenzano), è al 76esimo posto su 153 paesi nella classifica del gap di genere. Il divario riguarda un insieme di indicatori, come le differenze salariali, le diverse opportunità economiche e di accesso all’istruzione, la rappresentanza politica, ecc.

Un altro segnale negativo viene inoltre da un altro studio europeo, realizzato a marzo scorso da Equileap, che ha valutato i comportamenti sul tema dell’uguaglianza di genere di 255 società europee quotate in borsa. Dallo studio è emerso che nelle società italiane analizzate, i Cda sono costituiti per il 38% da donne, percentuali che però scendono quando ci si riferisce al numero di donne ai vertici delle aziende (appena il 12%) o con incarichi dirigenziali (18%).

Insomma, dal rapporto sembra che la presenza nei Cda sia solo un contentino, una quota da inserire per mostrare una faccia diversa da quella reale. A ciò si aggiunga il ritardo nelle politiche a sostegno di maternità e paternità. Altro punto debole che emerge dallo studio (Gender Equality in Europe), è relativo alle molestie sui luoghi di lavoro. Il 43% delle aziende italiane monitorate, infatti, non prevede politiche di contrasto contro le molestie sui luoghi di lavoro. Un fenomeno che è ancora enorme nel nostro Paese.

L’Istat, nel 2019, ha calcolato che sono 1 milione e 400 mila le donne che hanno subito qualche forma di violenza o molestia sul lavoro. Un dato preoccupante se si aggiungono anche le molestie fuori dal mondo del lavoro, visto che sempre l’Istat stima che quasi 9 milioni di donne tra i 14 e i 65 anni abbiano subito nella loro vita almeno una forma di molestia o violenza. Per il 15% di esse questo è avvenuto negli ultimi tre anni. Il numero elevato di femminicidi (oltre tremila vittime dal 2000 a oggi), per la gran parte consumati in ambito familiare o per mano di coniugi, fidanzati o ex, con una media di una donna uccisa ogni due/tre giorni, mostra la drammaticità di una situazione che non viene seriamente considerata dai governi.

Insomma, carenze legislative sul tema, assenza di politiche complessive che promuovano la parità di genere, ma soprattutto l’assenza di strumenti educativi che partano dal linguaggio, di misure preventive e di efficaci interventi a sostegno delle vittime di violenza, sono il segno di una distanza siderale da una condizione ideale. Qualcosa che per le donne è esperienza quotidiana e che riguarda una concezione dei rapporti tra i sessi ancora fortemente intrisa di logiche maschiliste, che si riflettono spesso anche in ambiti nei quali tutto ciò dovrebbe dissolversi in nome di valori etici universali, come ad esempio nello sport.

Un esempio semplice ed evidente di gender gap è costituito dalla vicenda del calcio femminile nostrano. Un movimento che, nonostante gli investimenti e gli sforzi iniziali di alcune società di serie A e nonostante la crescita di popolarità e gli ottimi risultati della Nazionale, non ha ottenuto ancora il tanto agognato passaggio dal dilettantismo al professionismo. Dopo tante parole, che oggi mettono a nudo una insopportabile ipocrisia, nessun passo in avanti è stato fatto. Il calcio nazionale al femminile è ancora imprigionato dentro una cornice discriminatoria, che non concede alle atlete le stesse tutele giuridiche e sociali dei colleghi maschi. E il Covid ha peggiorato le cose. Se, infatti, per il calcio maschile si sono spese parole e si sono moltiplicati gli sforzi di società e governo per far riprendere le competizioni, quello femminile si è dovuto fermare. Stagione definitivamente chiusa. Una decisione che nasce proprio dalla condizione in cui il movimento calcistico femminile si trova a vivere, nonostante sia ormai da qualche tempo sotto i riflettori.

Tutto questo è frutto di un ritardo, di una politica sportiva incapace di creare le condizioni che avrebbero consentito di ripartire in sicurezza. Un altro esempio di come si creda poco in questo movimento e in generale in quelli che sono gli sport femminili. L’ennesimo capitolo della lunga storia di un Paese che non ama le donne come, talvolta, vorrebbe farci credere.

Informazioni su Massimiliano Perna 13 Articoli
Massimiliano Perna è autore e giornalista freelance. Siracusano, risiede in Sicilia dopo aver vissuto per molti anni a Milano, si occupa di diritti umani, temi sociali, legalità e ambiente. Ha pubblicato inchieste con diverse testate, tra cui Repubblica, Avvenire, l’Unità, Micromega.net, Liberainformazione, Terre di Mezzo, Altreconomia, L’Isola Possibile, Left, I Siciliani. Ha collaborato con RadioRai1 e Radio Popolare e, per una puntata, ha collaborato con la trasmissione di LA7, Propaganda Live. A febbraio 2019 ha ricevuto una menzione speciale al Premio Nazionale “Giuseppe Fava” Giovani. Ha all'attivo numerose pubblicazioni, tra saggi e antologie, e dirige il sito web di approfondimento e dibattito, www.ilmegafono.org, che ha fondato nel 2006. "57 Quarto Oggiaro" è il suo primo documentario.