Abisso infinito: cosa ci insegna il caso Epstein sulla natura umana

Il caso Epstein sembra un pozzo senza fine. A mano a mano che giornalisti e curiosi si fanno largo tra i milioni di file che il governo degli Stati Uniti ha deciso di pubblicare, dopo averli accuratamente selezionati e parzialmente censurati, l’affaire Epstein diviene al tempo stesso più chiaro e più confuso, scomponendosi in altrettante diramazioni, rivoli e rigagnoli, l’uno più inquietante dell’altro.


In primo piano c’è naturalmente l’orrore, che riguarda le tante ragazze, anche minorenni, utilizzate da Epstein per soddisfare i suoi desideri e quelli dei suoi numerosi e illustrissimi amici, tutti perfettamente consapevoli, checché ne dicano ora, di avere a che fare con un pedofilo e predatore sessuale conclamato, già identificato come tale dalla giustizia, eppure riuscito, grazie a un patteggiamento scandalosamente favorevole, a ottenere una pena irrisoria. Probabilmente ci vorrà del tempo anche per misurare con precisione la profondità di questo abisso, l’esatta portata degli orrori consumati ai danni di quelle ragazze, se non bambine, da parte di Epstein e dei suoi ospiti abituali, vedremo quali e quanti (tutti ora naturalmente si dicono all’oscuro specialmente di questi aspetti, compresi quelli che nelle email lo consigliavano su come ripulirsi l’immagine).

C’è la questione dell’intrigo spionistico internazionale, che va dal Mossad (in particolare per gli stretti rapporti di Epstein con l’ex primo ministro e capo di stato maggiore israeliano Ehud Barak) fino alla Russia di Vladimir Putin, che a quanto pare aveva più agenti nelle residenze del finanziere che nel celebre Hotel Lux di Mosca negli anni Trenta. E c’è, legata a questa, la questione che riguarda la politica interna di diversi paesi occidentali, a cominciare ovviamente dagli Stati Uniti, considerando gli strettissimi rapporti di Trump e di tutta la sua corte con Epstein.

Dai documenti del finanziere emerge quello che il Financial Times ha efficacemente definito un «social Ponzi Scheme», una catena di Sant’Antonio delle relazioni sociali, che andava da Bill e Hillary Clinton fino a Steve Bannon, da Noam Chomsky a Steven Pinker, passando per Bill Gates e Woody Allen, reali inglesi e norvegesi, primi ministri e ambasciatori di mezzo mondo. Molto resta comunque da sapere e da capire delle implicazioni politiche di questa storia, a cominciare dal ruolo di Trump e dei dirigenti più in vista del movimento trumpiano, che hanno fatto fortuna parlando dei complotti pedo-satanisti dell’élite democratica e globalista, e che ora si scoprono ospiti fissi di Epstein e con lui attivissimi, in particolare, nel triangolo Silicon Valley-Casa Bianca-Russia.

C’è però un aspetto più generale che colpisce. Sembra infatti che questa vicenda sia anche un tremendo esperimento sulla natura umana. Affrancato da qualsiasi costrizione, liberato da ogni necessità, cosa desidera un uomo che ha già tutto ciò che vuole: soldi, sesso, potere, in un sistema che perdipiù gli garantisce mille modi per accrescere all’infinito le sue risorse e le sue possibilità, che gli permette di violare gran parte delle norme sociali, fiscali e penali valide per tutti gli altri, senza che nessuno osi nemmeno denunciarlo? È semplice: ancora più soldi, ancora nuovi modi per eludere o evadere il fisco, e possibilmente un luogo appartato e un abile facilitatore per fare lontano da occhi indiscreti quel pochissimo che nonostante tutto è ancora proibito anche a lui.

Al di là di ogni altra considerazione, è evidente l’esigenza di mettere un freno alla possibilità di arricchimento illimitata dei giganti della finanza e della tecnologia, e di quali siano le conseguenze in caso contrario, come mostra la foto di Epstein al tavolo con Mark Zuckerberg ed Elon Musk (e stando alla parola del finanziere pedofilo anche Peter Thiel), già nel lontano 2015, a un anno dalla prima vittoria elettorale di Trump.

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