La cultura rende più della cocaina: ogni euro investito produce 4 euro di indotto

Molti considerano l’investimento in beni culturali ed archeologici e, più in generale, in cultura, tradizione e folklore un “affare di stato”. Ed è altrettanto diffusa l’opinione di considerare la spesa in questo settore “eccessiva”, “improduttiva” e finanche “proibitiva” in tempo di crisi.

Ma esistono delle alternative praticabili, in grado anche di dare un contributo al superamento del momento di difficoltà economica.

L’Italia è un Paese con una tradizione artistica e culturale millenaria: dagli antichi romani, agli etruschi, al medioevo, per arrivare al rinascimento ed alla storia dell’arte più recente. Quel che è certo è che l’importanza del patrimonio culturale del nostro Paese è anche sancita nella Costituzione.

Per dare una dimensione dell’importanza del nostro patrimonio artistico e culturale si possono citare dei numeri, seppur incompleti e parziali. Le rilevazioni del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali (MiBAC) indicano che nell’ultimo centinaio di anni sono stati vincolati 51.693 immobili, pari a circa 55 mila chilometri quadrati, ovvero il 18% della superficie del Paese. Si tratta di una porzione ben più grande di quella vantata da altri Paesi europei, come Spagna, Francia ed Inghilterra, tant’è che molti siti italiani sono stati inseriti in cima alla lista del Patrimonio dell’Umanità stilata dall’UNESCO.

Il fabbisogno finanziario connesso alla gestione del patrimonio artistico e culturale italiano si stima in circa 10 miliardi di euro. Il settore pubblico contribuisce per circa l’80% (fra amministrazioni centrali e locali), con una spesa che è passata da 5,3 mld del 2000 a 8,5 mld nel 2016, pari a meno dell’1% delle spese totali della Pubblica Amministrazione. Il resto è coperto da privati, tramite le sponsorizzazioni, e dal ruolo delle fondazioni.

La spesa nella tutela del patrimonio culturale in Italia è pari allo 0,4% del PIL, al pari di Francia Germania e Regno Unito, ed è rimasta pressoché stabile nel corso degli anni. Il 72% della spesa riguarda quella corrente, mentre quella in conto capitale risulta la più penalizzata.

La crisi mette a rischio la conservazione della nostra identità culturale.

L’unica certezza oggi è la crisi, non solo nazionale, ma globale, che ha chiesto agli italiani anche più del dovuto, sottraendo al bilancio dello Stato risorse indispensabili anche per la sopravvivenza del patrimonio archeologico e culturale. Infatti, i finanziamenti del settore pubblico sono destinati a contrarsi, sia a livello locale che pubblico, come evidenzia la dinamica registrata dagli investimenti negli ultimi anni.

Il futuro del sistema culturale Italia si presenta, dunque, assai incerto, a causa dei tagli alla spesa pubblica imposti dalla crisi, ma anche in ragione dei tagli effettuati dal settore privato, che a causa della recessione ha ridotto le risorse destinate alla pubblicità ed alle “sponsorizzazioni”, sottraendo linfa vitale alla crescita ed allo sviluppo dei nostri beni artistici.

La cultura: da bene improduttivo a risorsa per lo sviluppo

“La cultura segnala la vitalità di un popolo e la sua capacità di competere a livello internazionale”, ha affermato il Presidente del Consiglio di Sorveglianza di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli, nel corso di Convegno su Beni Culturali, identità e crescita, tenuto a Roma. “Oggi purtroppo queste qualità sono state messe in ombra da uno stato di disagio”, denuncia Bazoli, segnalando il ruolo strategico della cultura e la necessità di intervenire su quattro direttrici: innanzi tutto serve una programmazione organica in ambito culturale e non in singole situazioni di crisi e degrado; secondo, bisogna mettere a confronto la nostra situazione con quella internazionale; terzo, è necessario utilizzare una logica di piccoli mondi, all’interno dei quali tutti gli attori coinvolti, pubblici e privati, mettano in campo risorse disponibili, obiettivi ed interventi; infine, bisogna considerare il patrimonio culturale come una qualsiasi risorsa strategica.

Una moderna concezione, che tiene il passo con la crisi e con le mutevoli vicende del ciclo economico, guarda alla cultura come una qualsiasi risorsa strategica, al pari dell’energia e del petrolio, delle infrastrutture in trasporti, comunicazione ecc. Il patrimonio culturale, infatti, partecipa allo sviluppo economico del nostro Paese, perché produce esternalità in una serie di filiere (industria culturale, enogastronomia, artigianato e produzioni tipiche, edilizia di riqualificazione). Si possono quantificare tali esternalità in 170 mld di euro, pari al 13% del PIL, ed in termini occupazionali in 3,8 milioni di lavoratori.

Lo sviluppo del nostro patrimonio culturale può, dunque, contribuire alla creazione di occupazione, un tema chiave di questi tempi, dando una via di sbocco ai giovani in cerca di sviluppi lavorativi. Emerge dunque la necessità, sempre più pressante, di gestire questo patrimonio, ai fini anche della partecipazione all’economia del Paese. Correlata è la necessità anche di determinare i rapporti e le interconnessioni pubblico-privato nell’intento di valorizzare meglio questo patrimonio.

Correttamente si parla oggi di una “economia della cultura” che trova i suoi punti di forza negli ampi ritorni che una corretta gestione del patrimonio può avere in termini di generazione della ricchezza. Si pensi che un solo euro investito può avere un ritorno di 4 euro nel fatturato dell’indotto, che considera non solo i ritorni direttamente imputabili al bene culturale in oggetto, ma tutte le attività direttamente ed indirettamente connesse: dalla vasta industria dei souvenirs, alla ricezione alberghiera, alla ristorazione, ai manufatti locali a tutto ciò che è connesso con il settore del turismo.

Alla luce di queste considerazioni emerge quindi la necessità di saper correttamente gestire il patrimonio esistente (non solo beni archeologi ed artistici, ma anche paesaggistici e le altre testimonianze della nostra storia ed identità).

Per quanto riguarda, invece, il problema di definire i giusti rapporti fra pubblico e privato, il discorso ha a che fare con la tipicità delle realtà locali e dà vita ad un vasto studio sullo sfruttamento della ricchezza culturale italiana. Ma non bisogna avere pregiudizi ideologici nei confronti della gestione di parti del patrimonio culturale da parte dei privati perchè, se opportunamente strutturata e monitorata dall’amministrazione pubblica, può generare efficienza e investimenti per il mantenimento e la conservazione dei beni, oltre che indotto economico per tutto il Sistema Paese.

Informazioni su Marco Blaset 104 Articoli
Giornalista economico della Federazione Svizzera e Direttore di Outsider News.

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