Pazzo come una cimice, bello come un attore. Bugsy Siegel, il gangster che ha inventato Las Vegas e flirtato con Hollywood

Bugsy Siegel era un gangster “magnetico”, talmente magnetico che il regista Jean-Luc Godard, genio della Nouvelle Vague, tentò a tutti i costi di fare un film sulla sua vita.

«The Story», aveva intitolato la bozza della sceneggiatura. C’era tutto, nella Storia: la Mafia, l’amicizia, il tradimento, il culto della celebrità, la nuova frontiera, il lusso, il peccato. Godard ne era ossessionato. Per la parte del protagonista aveva pensato prima a Vittorio Gassman, poi a Robert De Niro. Ma non se ne era fatto nulla: Bugsy gli sfuggiva, era «larger than life», più grande della vita, forse anche del cinema che aveva tanto corteggiato. E così il regista francese, come il gangster di New York 40 anni prima, non era riuscito a conquistare.

Pazzo come una cimice

Il soprannome Bugsy – da «crazy as a bedbug», pazzo come una cimice – affibbiatogli per gli improvvisi cambi di umore, non gli piaceva affatto. Ma era così che tutti lo conoscevano. Benjamin Siegel, figlio di immigrati ebrei provenienti dall’attuale Ucraina, era nato a Williamsburg, Brooklyn, nel 1906, più di cento anni prima che il quartiere diventasse cool.

È poco più che un bambino quando trova nel crimine la sua strada: con gli amici Moe Sedway e Meyer Lansky mette su un piccolo racket di estorsione nel Lower East Side chiedendo soldi ai venditori ambulanti in cambio di protezione per i loro carretti. Sembra di rivedere la giovinezza di C’era una volta in America. Le cose vanno talmente bene che a 21 anni ha già un appartamento tutto suo al Waldorf-Astoria. È nei giri malavitosi che contano: Lucky Luciano, Frank Costello, Vito Genovese. Di un altro mafioso, Whitey Krakow, sposa la sorella, Esta, da cui avrà due figlie.

In missione per conto della mafia

Nel 1933 Murder Inc. — ovvero il braccio armato del «National Crime Syndicate», l’alleanza tra gangster ebree e italiani — fiaccato dai colpi della polizia decide di allargarsi a Ovest. Nessuno sembra più adatto di Bugsy all’impresa. Capelli nerissimi e profondi occhi blu, curatissimo nel vestire, spietato, ma non privo di un certo senso dell’umorismo, in poco tempo dal suo arrivo a Los Angeles non solo mette le mani sul business delle scommesse e pianta i semi del traffico di narcotici con il Messico, ma si infila nel grande giro delle star di Hollywood

A introdurlo è un caro amico di infanzia, George Raft, che dalla strada era scappato in tempo e il gangster lo recitava solo nei film (è nell’originale di Scarface, firmato da Howard Hawks nel 1932, sarà il sicario «Ghette» di A qualcuno piace caldo). Bugsy è infatuato del cinema, il cinema di lui. Non che non si sapesse chi fosse. James Stewart, per esempio, prova a mettere in guardia Cary Grant. «Senti Jimmy — gli risponde secco il futuro eroe di Intrigo internazionale —, ho già parlato con Raft: mi ha detto che se Bugsy vuole che tu gli diventi amico, bisogna che gli diventi amico».

Piccoli guai con la giustizia

Anche l’arresto nel 1941 per l’omicidio avvenuto due anni prima dell’(ex) sodale Big Greeny Greenberg si risolve in poco più che una scocciatura. In carcere Bugsy ha uno chef personale, alcolici, visite femminili, telefonate illimitate. E le cose si sistemano poi «da sole»: due testimoni spariscono, e con loro le accuse. Considerato dalla polizia responsabile di decine di omicidi, in tutta la sua vita Siegel verrà incastrato solo per due offese minori, entrambe liquidate con una multa. 
La vita hollywoodiana procede senza altri intoppi. Millicent, la sua figlia più grande, prende lezioni di equitazione con Elizabeth Taylor, Jean Harlow le fa da madrina.

La contessa «italiana»

Grande sponsor di Ben è anche la contessa Dorothy Dentice di Frasso, ricca ereditiera newyorchese che negli anni Venti aveva sposato il conte Carlo Dentice di Frasso, proprietario di villa Madama, poi ceduta al governo italiano – i due erano molto amici del duce – che ancora oggi ne usa la vista impareggiabile su Roma per fare da cornice a molti incontri internazionali. La signora – che aveva avuto una relazione con Gary Cooper quando la star era in Italia – era incantata all’idea di avere un vero gangster tra i suoi amici. Se l’era portato anche in una leggendaria crociera in cui uno strampalato equipaggio — che contava tra gli altri il patrigno della Harlow e il nipote del futuro premier inglese, allora ministro degli Esteri, Anthony Eden — che era partito in cerca di un tesoro sepolto a Cocos Island, a largo della costa del Costa Rica: 300 milioni di dollari di allora in diamanti, rubini e dobloni d’oro. Un’impresa finita in un disastro da operetta tra naufragi, presunti ammutinamenti e triangoli amorosi. 
È in una delle leggendarie feste organizzate da Dorothy nel villone in stile revival coloniale con arredi art deco acquistato dai Di Frasso a Hollywood che Siegel rivede la donna che segnerà il suo destino.

Per tutta la vita

Quando Warren Beatty, che interpreta Bugsy nell’omonimo film di Barry Levinson (1991), incontra la coprotagonista Annette Bening, corre dal regista: «È fantastica, la sposo». Levinson non prende troppo sul serio lo slancio di uno dei più grandiamerican lover della storia del cinema, e invece, 27 anni dopo, Beatty & Bening sono una delle coppie più longeve di Hollywood. 

Le vite del vero Siegel e di Virginia Hill si incroceranno per molto meno. Scappata a Chicago dall’Alabama, la Hill fa la cameriera e la prostituta prima di entrare nelle grazie dei boss, che le affidano incarichi mai lasciati prima a una donna. È proprio durante una operazione da corriere della malavita a New York che conosce Siegel, ma solo quando si ritroveranno a Los Angeles i due diventeranno inseparabili. 
Da tempo la mafia vuole mettere un piede in Nevada, dove le scommesse sono legali e il terreno non costa nulla. Las Vegas è ancora uno scarno avamposto nel deserto, con dei miseri casinò in stile western. Siegel viene a sapere che William Wilkerson, editore dell’Hollywood Reporter, sta tentando di aprirne uno di lusso fuori dai confini della città, ma è bloccato per mancanza di fondi. Grazie al flusso costante di capitali garantito dalla Murder Inc., la coppia Siegel & Hill non ha problemi di liquidità: il cantiere può partire.

Le gambe di Virginia

Campi da golf, tennis, badminton, squash, palme importate dall’Oriente, camerieri in tuxedo: Las Vegas non aveva mai visto una tale opulenza. Si chiamerà Flamingo, come Bugsy amava soprannominare Virginia per le sue lunghe e sottili gambe da fenicottero. I costi del progetto sono fuori controllo: da un milione di dollari a sei. Il giorno dell’inaugurazione, il 26 dicembre del 1946, è carico di cattivi auspici: un tremendo acquazzone blocca a Los Angeles la maggior parte delle star invitate. Ma sotto il diluvio, quella sera, nasce lo Strip, una delle strade più famose al mondo, meno di sette chilometri sui quali oggi si affollano circa trenta casinò e tra gli alberghi più lussuosi (e pacchiani) al mondo, Flamingo compreso.

Una raffica di colpi

Il 20 giugno 1947 Bugsy, rincuorato dai primi guadagni, rientra con il suo elicottero da Las Vegas a Beverly Hills e dopo alcuni incontri di lavoro si dirige all’810 di North Linden Drive, la casa di sedici stanze che Virginia aveva affittato da Juan Romero, un tempo agente di Rodolfo Valentino. Si siede sul divano e apre il Los Angeles Times. Pochi secondi dopo, la finestra è frantumata da una raffica di colpi. Uno gli fa schizzare l’occhio fuori dall’orbita (nello stesso modo morirà nel Padrino Moe Greene, uno dei tanti gangster di fantasia ispirati a Bugsy), un altro colpisce una statuetta, uno un quadro, il resto lo finisce. I vicini sentono gli spari, un’auto sgommare, più nulla. 
Le sue foto, la testa reclinata all’indietro sul salotto a fiori, il giornale ancora aperto sulle ginocchia, e poi sdraiato sul marmo della camera mortuaria con una targhetta attorno all’alluce scoperto «Omicidio. Benjamin Siegel, 810 Linden Beverly Hills», diventano una icona noir. 
Un’ora dopo gli spari, l’amico Moe Sedway e altri gangster, informati della morte, entrano al Flamingo e annunciano che da quel momento il casinò è sotto il loro controllo. Nel solo primo anno di vita la folle creatura di Siegel renderà alla mafia 4 milioni di dollari.

Il cappotto e le t-shirt

Virginia è a Parigi, poi scappa in Messico, quindi sposa un istruttore di sci e si trasferisce definitivamente in Europa. Nel 1966 verrà trovata morta nella neve, accanto a un ruscello nei dintorni di Salisburgo. Il cappotto ordinatamente piegato, un biglietto in cui si descrive «Stanca della vita». 
La contessa di Frasso muore nel 1954 a 66 anni nel vagone letto di un treno che la riporta a Los Angeles da Las Vegas dopo una festa di fine anno: ha addosso una collana di diamanti da 175mila dollari. Quanto agli assassini di Bugsy, la polizia non li scoverà mai: il suo omicidio, 70 anni dopo, resta il più grande caso irrisolto nella storia di Beverly Hills. 

La versione più accreditata è che in un incontro tra boss all’Avana al cospetto dell’«esule» Lucky Luciano anche il suo caro Lansky, a malincuore, avesse dato il via libera a farlo fuori. Era perché il Flamingo era costato troppo, o Bugsy aveva sottratto dei fondi? Oppure era stata Virginia? Ma c’è pure chi dice che Chick, fratello minore di lei, ex marine, volesse fargliela pagare per aver picchiato la sorella. O forse a tradirlo fu il suo amico di infanzia Moe? 

Oggi la suite di Siegel dentro il Flamingo non esiste più: nel 1993, durante dei lavori di ristrutturazione, è stata demolita dai nuovi proprietari. Ma Las Vegas a suo modo non ha smesso di celebrare Bugsy. La t-shirt con la sua foto segnaletica è tra i souvenir più venduti nei due musei dedicati al crimine che si fanno concorrenza nel cuore di Sin City (Fonte: Corriere della Sera).

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