“Ready Player One”: il futuro del cinema secondo Steven Spielberg

Già “Blade Runner 2049” di Denis Villeneuve si confrontava con l’immaginario pop, da Elvis Presley a Marilyn Monroe, per compiere una riflessione sulla memoria e i suoi fantasmi. In chiave meno filosofica e più accattivante anche “Ready Player One”, trentaduesimo film di Steven Spielberg, due Oscar alla regia, oltre al Leone d’oro e al recente David di Donatello alla carriera, si confronta con la cultura popolare in una carrellata coinvolgente che mette, in realtà, al centro i modelli visivi contemporanei.

L’estetica da videogioco e la funzione ludica e appassionante del cinema d’avventura, la riflessione su un 2045 dominato dal mondo virtuale e che rispecchia l’ossessione odierna per una realtà desertificata sul piano simbolico e sostituita dalla dittatura della tecnologia, la rielaborazione delle impronte e dei miti del passato: è questo e molto altro ad animare “Ready Player One”.

Non a caso Gianni Canova osserva che “come un game designer il regista prova a fondere e a ibridare cinema e videogame, fumetti e subculture pop, reale e virtuale, pixel e carne”, creando un punto di non ritorno nel segno della combinazione di “filmico e videoludico” (http://welovecinema.it/ready-player-one-la-regia-steven-spielberg/). In particolare, Spielberg traccia le linee di un possibile cinema del futuro, dalla forma ibrida e ricca di contaminazioni a partire dalla messa in scena.

Dopo il riflessivo “The Post”, l’autore dei celebri “Lo squalo”, “Schindler’s List”, “Salvate il soldato Ryan”, “Lincoln” – ma anche di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, “E.T. l’extraterrestre”, “Jurassic Park”, “A.I. – Intelligenza artificiale” e “Minority Report” – crea un universo parallelo nel tentativo di rifondare le condizioni della percezione e della visione in ambito cinematografico. Quasi uno spartiacque per inaugurare un’esperienza inedita sul piano sensoriale e visivo.

L’origine di questa nuova creazione, ambigua e dalle molteplici radici, dall’analisi dell’alienazione esistenziale alla giocosa immersione nel virtuale, è il romanzo omonimo di Ernest Cline, anche sceneggiatore con Zak Penn.

Al centro della scena è un pianeta in disfacimento, nel 2045, rispetto al quale il giovane Wade riesce a prendere le distanze trasformandosi in Parzival, novello cavaliere immerso nella realtà virtuale di “Oasis”. Da qui una sfida tecnologica che vede un pugno di ragazzi, ridotti ai margini da un presente inospitale e spietato, combattere i disegni criminali delle multinazionali. In modo coinvolgente, ci s’immerge in mondi che citano “King Kong”, “Godzilla”, “Quarto potere”, “Ritorno al futuro”, “La guerra dei mondi”, solo per fare degli esempi, e un numero incalcolabile di fumetti, horror e visioni del passato: dall’Ejzenstejn di “Alexander Nevskij” all’Overlook Hotel di “Shining”, nel nome di Stanley Kubrick.

Risultano dunque fondamentali gli apporti del direttore alla fotografia Janusz Kaminski (due Oscar proprio per “Schindler’s List” e “Salvate il soldato Ryan”), la cui varietà cromatica evoca scenari in rovina o reinventati secondo l’immaginario dei nerd; dei montatori Sarah Broshar e Michael Kahn, tre volte premio Oscar, altro collaboratore assiduo di Spielberg; delle musiche, che seguono le convenzioni del genere avventuroso, di Alan Silvestri, oltre alle canzoni, in prevalenza degli anni Ottanta, ma c’è pure “Stayn’ Live” dei Bee Gees: da “Jump” dei Van Halen a “Faith” di George Michael, senza dimenticare Prince, Tears for Fears e Blondie.

Prodotto dall’Amblin Entertainment di Spielberg e dalla Warner Bros, tra gli altri, il film si distingue per la cura tecnica: dagli effetti speciali guidati da Neil Corbould alla scenografia di Adam Stockausen (Oscar per “Grand Budapest Hotel”), ai costumi di Kasia Walicka Maimone e, soprattutto, all’invenzione visiva affidata a Industrial Light & Magic e Digital Domain.

Tuttavia, man mano che il film giunge alla sua parte centrale e poi si avvicina alle sue soluzioni, verso l’epilogo, lo schema narrativo si rivela prevedibile. Le premesse psicologiche e sociali cedono il passo all’avventura e al trionfo dei cinque ragazzi in gamba, secondo schemi consolidati. Così, Parzival, Samantha e gli altri tre giovanissimi sono destinati a prevalere sui meccanismi manipolatori della multinazionale IOI, dedita a coercizioni virtuali e tecnologiche, facendo trionfare i rapporti umani e affettivi. Unici baluardi contro la solitudine degli schermi e delle finte interazioni.

Gli interpreti – Tye Sheridan, Olivia Cooke, Ben Mendelsohn (il cattivo Nolan Sorrento), T. J. Miller, Simon Pegg, Mark Rylance (premio Oscar per “Il ponte delle spie” e qui disadattato ma onesto fondatore di “Oasis”, soppiantato nella gestione dai nemici della libertà), Lena Waithe, Philip Zhao, Win Morisaki e Hannah John-Kamen – sono strumenti, ben diretti, di un universo che mescola riprese tradizionali e, in prevalenza, rielaborazioni di una nuova estetica che fonde videoclip e suggestioni cinematografiche.

Nel complesso, “Ready Player One” stupisce, appassiona e diverte, senza cedimenti nel ritmo, pur lasciando in parte insoddisfatti dal punto di vista dell’approfondimento.

Marco Olivieri
Informazioni su Marco Olivieri 16 Articoli
Giornalista professionista e dottore di ricerca, Marco Olivieri è autore della monografia “La memoria degli altri. Il cinema di Roberto Andò” (Edizioni Kaplan 2013 e 2017), curatore del volume “Le confessioni” (Skira 2016) e, con Anna Paparcone, autore del libro “Marco Tullio Giordana. Una poetica civile in forma di cinema” (Rubbettino 2017). Collabora con «la Repubblica» – edizione di Palermo, è componente del comitato scientifico di “Carteggi letterari le edizioni” e ha scritto saggi per la casa editrice Leo S. Olschki e articoli per «Cinema e Storia» di Rubbettino, «il venerdì di Repubblica», «Ciak» e «Doppiozero». Critico cinematografico e teatrale, si occupa di Uffici Stampa, Cultura, Politica, Società e Terzo Settore.

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