Ci sono più nudi che baci nella storia dell’arte. La storia di un singolare paradosso culturale

Ci sono più nudi che baci nella storia dell’arte: forse perché il sentimento che si esprime attraverso il bacio è intimo e personale, e la sua eco fa vibrare chi ne è casualmente spettatore. Il nudo invece si ammira per la sua… eleganza; nella sua ricerca della perfezione delle forme non confonde e fa arrossire, perché in fondo è un’immagine simbolica del Bene e della Bellezza.

Il bacio invece è segreto e multiforme: può indicare un primo contatto tra due corpi affini, essere segno di passione, ma anche testimonianza di affetto filiale o di amicizia, atto religioso o politico (pensiamo alla funzione del bacio tra alcuni gerarchi sovietici).

C’è da dire però che i pochi baci della storia dell’arte sono diventati particolarmente famosi, e mi riferisco ad esempio a “Il Bacio” di Francesco Hayez ( 1859) che si trova in Pinacoteca a Brera, e che raffigura due giovani amanti, collocati in un contesto medioevale, che si stanno baciando con intensa passionalità. Per la carica emotiva e la valenza civile (il quadro è pregno di pulsioni risorgimentali a simboleggiare l’amor patrio e la lotta allo straniero) questa tela è diventata una sorta di manifesto del Romanticismo italiano, riscuotendo un grande successo popolare.

E che dire de “Il bacio” di Auguste Rodin (1889)? Il gruppo scultoreo rappresenta Paolo e Francesca, gli amanti per antonomasia, citati nel V Canto dell’Inferno dantesco. L’opera è struggente: nati dallo stesso blocco di marmo e quasi senza volto, sembrano destinati a essere uniti per sempre nel loro infinito cercarsi, le bocche incollate, le braccia che avvolgono i corpi, le mani che si stringono. E’ un inno alla sensualità.

“Il bacio” di Gustav Klimt ( 1905), al Museo del Belvedere di Vienna, altra icona artistica, appare invece più delicato e intimo: i due amanti , collocati in uno spazio astratto e avvolti di luce dorata (Klimt era molto attratto dai mosaici bizantini visti in Italia, a Ravenna) sembrano totalmente persi nel loro sentimento. Quando fu esposto per la prima volta fu molto criticato e descritto come opera al limite della pornografia.

E in fine un altro pezzo forte, “Gli Amanti” di René Magritte (1925). Lo trovate al Moma di New York . La raffigurazione qui cambia: in primo piano, i volti degli amanti sono coperti da un panno bianco che impedisce loro di vedersi e comunicare ( come avvolti da un sudario) . E’ un quadro conturbante. Privati della vista e del tatto, e dunque dell’esperienza sensibile, agli amanti è vietato conoscersi. Come sempre in Magritte, l’interpretazione non deve mai giungere a una conclusione definitiva. L’atmosfera però è comunque angosciosa e richiama in qualche modo i nostri giorni attuali, in cui vi è l’imbarazzo (o la paura) ad abbandonarsi a un gesto semplice come una stretta di mano tra amici o un bacio sulla guancia, o un abbraccio.

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