Se davvero “Il cinema è lo specchio del mondo”, non sorprende che, nel corso dei decenni, la settima arte abbia saputo cogliere e raccontare con ironia e scaltrezza – e con un pizzico di quel riso pirandelliano che noi italiani amiamo pensare ci scorra nelle vene – il paradosso e la solitudine che nel periodo di Ferragosto sembrano invadere le città dello Stivale, occupando il posto dei consueti abitanti, appena partiti verso le località balneari o di montagna, quasi fosse il gioco delle sedie.

Dalla Roma deserta de “Il giorno dell’Assunta” (1977) di Nino Russo alla solitudine che attraversa “Il Sorpasso” (1962) di Dino Risi, passando per l’interminabile scena iniziale de “Il pranzo di Ferragosto”(2008) di Gianni Di Gregorio, i cui i primi minuti vengono colmati da frasi di circostanza, commenti sul tempo e sguardi che sfuggono gli uni dagli altri e che portano lo spettatore a pensare “dai, succederà qualcosa. Su, basta, adesso, con questo infinita attesa”, e invece non accade nulla, come in un contemporaneo “Aspettando Godot”. Inutile sperare qualcosa cambi negli anni: noi italiani siamo sempre gli stessi. L’ha dimostrato anche Nanni Moretti che 27 anni dopo “Caro Diario” (1993) ha riproposto sui social una nuova versione di una delle scene cult del film: a bordo della Vespa percorre le strade deserte di Roma a Ferragosto.
Ma dove sta il problema? Si passa tutto l’anno a lamentarsi della gente, del traffico, del rumore. A Ferragosto, finalmente, persino la capitale è meno caotica: meno traffico, meno gente in coda ai semafori che suona al primo secondo di verde, meno liti per i parcheggi risicati. Sembrerebbe l’occasione ideale per respirare. Ma è un attimo che la pace viene scambiata per l’apocalisse da quei pochi, che in città, invece, ci sono rimasti.
Sì, perché qualche superstite c’è, anzi, quest’anno, più di qualcuno. Secondo un’indagine commissionata da Facile.it all’istituto di ricerca Erg, gli italiani che quest’anno non si concederanno nessuna vacanza sono 6,7 milioni. Più della metà rimarranno a casa per ragioni economiche, quasi un terzo per problemi legati al lavoro, quasi 740 mila per prendersi cura di una persona anziana – come Gianni di Gregorio che si trova a badare a non una, non due ma ben quattro anziane signore ai loro capricci e alle loro rigidità, mentre i rispettivi figli e nipoti sono a farsi la bella vita con i piedi già a mollo – o un animale domestico. Oltre 243 mila coloro che invece hanno deciso di non partire per timori legati al conflitto in Iran.
Ma allora il punto non è restare o meno a casa a Ferragosto. Il punto è avere qualcosa da fare: un programma, un planning da seguire step by step. Il 15 agosto è, in fin dei conti, un Capodanno rinviato di circa sei mesi, che dal 18 a.C., su decisione di Augusto, invece che far riposare dà il tormento, in cui diventa accettabile far pagare un piatto di insalata di riso quanto una porzione di ostriche e in cui diventa assolutamente e inesorabilmente obbligatorio organizzare qualcosa di speciale. Sacrilegio, in un giorno di festa, dopo mesi di lavoro, restare a casa a riposare e ricaricare le batterie. Eh no, perché magari in quel silenzio, riesce a infilarsi quel pensiero che ci si sta impegnando da anni per ignorarlo, a tenerlo lontano nascosto nell’ala est del castello.
Poi, magari, torva un condotto dell’aria non otturato, un cunicolo scavato col cucchiaino attraverso cui passare. Non deve restare nemmeno un singolo secondo libero, sia mai, per riflettere sulla propria vita, su quello che si sta fecondo, sulla direzione che si sta prendendo, sulla persona che si sta diventando. Bisogna bloccarlo, quel pensiero, ancorarlo, cospargere ogni parete con così tanta colla che se prova a passarci ci resta appiccicato, come le falene della farina. Bisogna riempire ogni singolo attimo di parole vuote, discorsi che cadono nel niente, perché quel brusio, quei botti dei fuochi d’artificio – che alla fine tutti criticano ma comunque si continuano a fare -, delle hit estive pompate a cassa dritta, riescano in qualche modo a distrarre da quei pensieri che non si ha mai il coraggio di affrontare.
O forse è la FOMO, la grande pandemia dei nostri giorni. La fear of missing out: quella paura di perdersi l’evento del secolo, o del minuto, del non farne parte, o peggio ancora del passare inosservato, con la propria story su Instagram che alla fine non è così speciale e si perde in un mare di altre stories mediocri. E si finisce persino a pensare, che quella mediocrità digitale sia in realtà la dimostrazione di una mediocrità personale. Tanto è insicuro e sciocco l’essere umano. Non c’è da stupirsi, dunque, se ogni anno, c’è qualcuno che arriva a immedesimarsi in Enzo (Carlo Verdone) di “Un sacco bello” (1980), a passare in rassegna una rubrica vuota alla ricerca del prossimo contatto a cui porre la fatidica domanda: “Cosa fai a Ferragosto?”.
