Nel gennaio del 2011, durante le grandi manifestazioni che portarono alla caduta del presidente egiziano Hosni Mubarak, un uomo in piazza Tahrir mostrò un cartello con una frase semplice ma destinata a diventare il simbolo di un’epoca: “Facebook: contro ogni ingiustizia”. In quei giorni Facebook non era soltanto un social network. Per migliaia di cittadini rappresentava uno strumento che permetteva di organizzare le proteste, condividere informazioni e restare in contatto mentre i mezzi di comunicazione controllati dal regime cercavano di minimizzare ciò che stava accadendo. Grazie alla rete, persone che fino a quel momento si sentivano isolate scoprirono di essere parte di un movimento molto più grande e riuscirono a coordinarsi con una rapidità mai vista prima.

Quell’immagine contribuì a rafforzare un’idea che, nei primi anni di Internet, era ampiamente condivisa: la tecnologia avrebbe dato più libertà alle persone, avrebbe reso più difficile il controllo dell’informazione e avrebbe favorito la partecipazione democratica. Per molti osservatori, il web sembrava destinato a ridurre il potere dei governi autoritari e a dare voce a chi, fino a quel momento, non aveva avuto la possibilità di farsi ascoltare.
Quattordici anni dopo, però, lo scenario appare profondamente diverso. Il fondatore di Facebook siede tra gli ospiti d’onore durante la cerimonia di insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti, insieme ai vertici delle più importanti aziende tecnologiche del mondo. La piattaforma è la stessa, ma il rapporto con il potere politico è cambiato radicalmente. Da simbolo della partecipazione dal basso è diventata uno dei principali protagonisti dell’equilibrio economico e istituzionale globale.
Di fronte a queste due immagini, molti sono portati a concludere che Internet abbia tradito le promesse delle sue origini e che gli strumenti pensati per favorire la libertà siano diventati inevitabilmente strumenti di controllo. È una lettura comprensibile, ma non del tutto corretta. In realtà la tecnologia, di per sé, non è cambiata così profondamente. Facebook era una piattaforma gestita da un’unica azienda già nel 2011. Quello che è cambiato è il peso che quella piattaforma ha acquisito nel corso degli anni e, soprattutto, gli interessi che si sono concentrati intorno ad essa.
Quando miliardi di persone utilizzano ogni giorno lo stesso servizio per informarsi, comunicare, lavorare e mantenere relazioni personali e professionali, chi controlla quel servizio finisce inevitabilmente per esercitare un’influenza enorme. È un fenomeno che non riguarda soltanto i social network, ma tutte le grandi piattaforme digitali. Più cresce il numero degli utenti, più aumenta il valore economico e politico di quei servizi, fino a trasformarli in veri e propri snodi strategici della vita digitale.
Per comprendere questo meccanismo possiamo immaginare una grande autostrada. Finché rappresenta il modo più rapido per spostarsi, tutti scelgono di percorrerla. Ma proprio perché tutti sono costretti a passare da lì, chi la gestisce acquisisce un potere considerevole. Può decidere come organizzare il traffico, quali percorsi favorire, quanto far pagare il pedaggio o quali servizi offrire. Nel mondo digitale accade qualcosa di molto simile.
Gli esperti definiscono questi snodi “chokepoint”, cioè punti di passaggio obbligati. Sono i luoghi attraverso cui transitano dati, informazioni, relazioni sociali e attività economiche. Più diventano importanti, più attirano l’interesse di chi desidera esercitare influenza. Le aziende cercano di utilizzarli per aumentare i ricavi, i governi cercano di regolamentarli o di orientarne il funzionamento e i movimenti politici comprendono che influenzare questi punti significa poter incidere sul dibattito pubblico.
Per questo motivo la domanda più importante non è se una tecnologia sia buona o cattiva. La vera questione riguarda il modo in cui è costruita. Un sistema progettato per concentrare dati, decisioni e servizi in un unico punto tenderà, con il passare del tempo, ad accentrare anche il potere. Al contrario, un sistema che distribuisce queste funzioni tra molti soggetti renderà molto più difficile per chiunque esercitare un controllo dominante.
In altre parole, è l’architettura della tecnologia a determinare gli equilibri di potere che nasceranno in futuro. Per capire come siamo arrivati alla situazione attuale bisogna quindi fare un passo indietro e analizzare il modello economico che ha trasformato Internet da spazio aperto di partecipazione a uno dei settori più redditizi e influenti dell’economia mondiale.
Quando l’attenzione è diventata il vero business di Internet
Per capire perché poche piattaforme digitali abbiano acquisito un potere così grande bisogna fare un passo indietro e osservare come è cambiata l’economia di Internet. Nei primi anni del web era diffusa la convinzione che la rete avrebbe eliminato gli intermediari. Musicisti, scrittori, giornalisti, fotografi e imprenditori avrebbero potuto parlare direttamente al proprio pubblico senza dover passare attraverso editori, televisioni, case discografiche o giornali. Era una rivoluzione che sembrava destinata a democratizzare l’accesso all’informazione e alla comunicazione.
In parte questa previsione si è avverata. Prima di Internet erano poche organizzazioni a decidere quali libri pubblicare, quali artisti promuovere, quali notizie meritassero spazio sui giornali o quali film arrivassero nelle sale cinematografiche. Questi soggetti svolgevano il ruolo di “guardiani”: selezionavano una piccola parte dei contenuti disponibili e lasciavano fuori tutto il resto. Con l’arrivo della rete, invece, chiunque ha potuto aprire un sito, pubblicare un video, registrare un podcast o condividere un’idea con il mondo. La quantità di informazioni disponibili è cresciuta in modo esponenziale e, per la prima volta nella storia, miliardi di persone hanno avuto la possibilità di esprimersi senza chiedere il permesso a nessuno.
Quella che sembrava una conquista definitiva ha però generato un problema inatteso. Se tutto è disponibile, come si fa a trovare ciò che conta davvero? Ogni giorno vengono caricati online milioni di fotografie, articoli, video, brani musicali e messaggi. Senza un sistema capace di organizzarli, Internet rischierebbe di trasformarsi in un archivio immenso ma praticamente inutilizzabile.
È in questo momento che nascono i nuovi intermediari. A differenza di quelli tradizionali, non decidono cosa può essere pubblicato e cosa no. Al contrario, lasciano che quasi tutto venga pubblicato e si occupano di aiutare gli utenti a orientarsi in quella massa enorme di contenuti. Google permette di trovare una pagina tra miliardi di siti, YouTube organizza un numero sterminato di video, Facebook seleziona i post che compaiono nella nostra bacheca e Instagram fa lo stesso con fotografie e reel. Queste piattaforme non eliminano gli intermediari: ne creano di nuovi, con un ruolo completamente diverso.
A questo punto emerge una domanda decisiva. Se tutti questi servizi sono gratuiti, come fanno le aziende che li gestiscono a guadagnare miliardi di euro?
La risposta è semplice e, allo stesso tempo, ha cambiato il destino di Internet. Le grandi piattaforme hanno capito che la risorsa più preziosa non erano i contenuti pubblicati dagli utenti, ma il tempo che gli utenti trascorrevano al loro interno. In un mondo dove le informazioni possono essere copiate e distribuite praticamente senza costi, il bene davvero scarso è diventato l’attenzione delle persone.
Da quel momento il modello di business delle piattaforme ha assunto una forma molto precisa. Più tempo trascorriamo su un social network o su un motore di ricerca, maggiore è il numero di annunci pubblicitari che possiamo visualizzare. Più informazioni la piattaforma raccoglie sui nostri interessi, sulle nostre abitudini e sui nostri comportamenti, più riesce a proporre pubblicità mirate, aumentando il loro valore per gli inserzionisti. In altre parole, la pubblicità non viene venduta a caso: viene costruita attorno al profilo di ciascun utente.
Per rendere questo sistema sempre più efficace è stato necessario raccogliere una quantità enorme di dati. Le piattaforme hanno iniziato a osservare quali articoli leggiamo, quali video guardiamo fino alla fine, quali prodotti acquistiamo, quanto tempo trascorriamo su una determinata pagina, con chi interagiamo più spesso e perfino gli orari in cui utilizziamo lo smartphone. Presa singolarmente, ciascuna di queste informazioni può sembrare poco importante; messe insieme, però, permettono di costruire un ritratto molto preciso delle nostre preferenze e dei nostri comportamenti.
Questo meccanismo ha innescato un circolo virtuoso per le aziende. Più utenti utilizzavano una piattaforma, più dati venivano raccolti. Più dati erano disponibili, più gli algoritmi diventavano precisi. Più gli algoritmi miglioravano, più il servizio risultava utile e attirava nuovi utenti. Ogni fase alimentava la successiva, rendendo le piattaforme sempre più grandi e sempre più difficili da sostituire.
Sarebbe però un errore guardare a questa evoluzione solo dal punto di vista dei rischi. Grazie a questo modello economico milioni di persone hanno potuto avviare un’attività online, costruire un pubblico, creare nuove professioni e raggiungere clienti in ogni parte del mondo. Internet ha aperto opportunità che solo pochi decenni fa sarebbero state impensabili e ha consentito a una quantità enorme di idee, progetti e talenti di emergere senza passare attraverso i tradizionali canali dell’editoria o della televisione.
Il problema è che questo stesso modello conteneva, fin dall’inizio, una contraddizione. Per offrire servizi sempre più personalizzati e raccogliere dati sempre più dettagliati, le piattaforme hanno dovuto accentrare progressivamente il controllo dell’esperienza degli utenti. Più diventavano capaci di organizzare le informazioni, più aumentava il loro potere. Così le aziende che avevano contribuito ad abbattere i vecchi intermediari si sono trasformate, nel giro di pochi anni, in nuovi grandi intermediari, ancora più influenti dei precedenti.
La libertà conquistata dagli utenti era reale e ha prodotto enormi benefici. Ma quella libertà si è sviluppata all’interno di un sistema economico che premiava la concentrazione del controllo. Ed è proprio questa concentrazione che, con il passare del tempo, avrebbe aperto la strada ai problemi che oggi caratterizzano il rapporto tra tecnologia, economia e democrazia.
Quando gli algoritmi hanno iniziato a decidere per noi
L’enorme quantità di contenuti resa possibile da Internet ha prodotto un effetto paradossale. Nei primi anni della rete il problema principale era trovare informazioni; oggi, al contrario, il problema è riuscire a orientarsi in mezzo a una quantità quasi infinita di articoli, video, fotografie, podcast e messaggi. Il cosiddetto sovraccarico informativo non è quindi un effetto secondario del web, ma una conseguenza diretta della sua apertura: più persone possono pubblicare, più diventa difficile capire cosa meriti davvero attenzione.
Le grandi piattaforme hanno risolto questo problema con una proposta molto semplice: lasciare che fossero i loro sistemi automatici a scegliere per noi. Quando apriamo Facebook, Instagram, TikTok, X o YouTube, non vediamo tutto ciò che è stato pubblicato. Vediamo una selezione costruita dagli algoritmi, che analizzano i nostri comportamenti e cercano di prevedere quali contenuti potrebbero interessarci di più. All’inizio questo scambio sembrava ragionevole. Invece di cercare manualmente tra milioni di informazioni, ricevevamo una pagina personalizzata, ordinata in base ai nostri gusti, alle nostre abitudini e alle nostre relazioni.
Il vantaggio era evidente, ma conteneva una conseguenza meno visibile. Chi controlla il sistema di selezione controlla anche, almeno in parte, ciò che le persone vedono, leggono e discutono. Può aumentare la visibilità di un contenuto, ridurla, suggerire un argomento, ignorarne un altro o modificare le regole senza che l’utente se ne accorga. Questo non significa necessariamente che ogni scelta sia orientata da intenzioni politiche o manipolatorie. Significa, però, che una capacità di influenza enorme viene concentrata nelle mani di chi gestisce la piattaforma.
È in questo contesto che lo scrittore Cory Doctorow ha coniato il termine “enshittification“, un’espressione volutamente provocatoria per descrivere il progressivo peggioramento di molti servizi digitali. Il meccanismo segue spesso uno schema riconoscibile. Nella prima fase la piattaforma deve conquistare utenti e, per farlo, offre un servizio semplice, gratuito e conveniente. Quando raggiunge una massa critica, comincia a privilegiare gli interessi degli inserzionisti e dei clienti commerciali: aumentano le pubblicità, i contenuti sponsorizzati diventano più visibili e gli algoritmi vengono modificati per prolungare il tempo trascorso online. Nella fase finale, la piattaforma cerca di trattenere per sé una quota sempre maggiore del valore economico generato, peggiorando progressivamente l’esperienza sia degli utenti sia delle aziende che dipendono da quel servizio.
Molte persone hanno sperimentato questa trasformazione senza conoscerne il nome. Una piattaforma che inizialmente mostrava soprattutto i contenuti degli amici comincia a riempirsi di suggerimenti, promozioni e video scelti dall’algoritmo. Un’impresa che in passato riusciva a raggiungere il proprio pubblico con una pagina gratuita scopre di dover pagare per ottenere la stessa visibilità. Un venditore che costruisce il proprio mercato all’interno di un grande portale si ritrova progressivamente soggetto a commissioni, regole e condizioni decise unilateralmente. Il servizio non diventa necessariamente inutilizzabile, ma tende a funzionare sempre più nell’interesse di chi lo controlla.
A questo punto verrebbe naturale pensare che gli utenti possano semplicemente cambiare piattaforma. Nella pratica, però, abbandonare un social network o un grande servizio digitale significa spesso lasciare indietro anni di contenuti, contatti, clienti e relazioni. È come trasferirsi in un’altra città sapendo che amici, colleghi e opportunità di lavoro resteranno tutti in quella precedente. Questa difficoltà viene definita lock-in, cioè dipendenza da una piattaforma. Non si tratta di un’impossibilità tecnica, ma di un costo sociale ed economico così elevato da rendere il cambiamento poco conveniente.
È proprio questa dipendenza a rafforzare il potere dei grandi intermediari. Una volta che una piattaforma diventa il luogo in cui si concentrano relazioni, pubblico e attività economiche, può modificare le proprie regole con un rischio limitato di perdere utenti. La possibilità di uscita esiste in teoria, ma è molto più debole nella pratica. Ed è questa asimmetria a rendere possibile il progressivo deterioramento del servizio.
Gli stessi punti di controllo che permettono alle aziende di estrarre valore dagli utenti attirano inevitabilmente anche l’interesse della politica. Se gran parte della conversazione pubblica passa attraverso pochi servizi, influenzare quei servizi diventa un obiettivo strategico per governi, partiti e gruppi di pressione. Le autorità possono chiedere la rimozione di contenuti, imporre obblighi di moderazione, esercitare pressioni sulle aziende o tentare di condizionare il funzionamento degli algoritmi. Le motivazioni dichiarate possono essere molto diverse: contrastare la disinformazione, difendere la libertà di espressione, proteggere i minori o tutelare la sicurezza nazionale. Molte di queste esigenze possono essere legittime, ma tutte partono dallo stesso presupposto: esiste un punto centrale sul quale è possibile intervenire per influenzare ciò che milioni di persone vedono e leggono.
Per descrivere questo fenomeno possiamo usare il termine despotificazione, cioè l’equivalente politico dell’enshittification. Nel primo caso, i punti di controllo vengono sfruttati per aumentare ricavi e profitti; nel secondo, vengono utilizzati per ottenere obbedienza, orientare la conversazione pubblica o rendere alcuni contenuti più visibili di altri. In entrambi i casi il problema non nasce necessariamente da una singola decisione sbagliata, ma dalla struttura stessa del sistema: quando tutto passa attraverso pochi grandi intermediari, quei punti diventano irresistibili per chiunque voglia esercitare influenza.
Le scelte apparentemente tecniche assumono così un valore politico ed economico molto più ampio. X può decidere di penalizzare i post che rimandano a siti esterni; Amazon può stabilire quali prodotti mostrare nei risultati sponsorizzati; Instagram può scegliere quali contenuti trasformare in notifiche; Substack può decidere quali newsletter suggerire ai lettori. Ognuna di queste decisioni può essere giustificata con esigenze di qualità, sicurezza o semplicità d’uso, ma produce comunque effetti concreti sulla distribuzione dell’attenzione, dei ricavi e del potere.
Il punto centrale, quindi, non è accusare ogni piattaforma di agire con intenzioni scorrette. È riconoscere che i sistemi centralizzati creano incentivi molto forti a sfruttare la posizione dominante acquisita. Più una piattaforma diventa essenziale, più aumenta la tentazione di usare quella centralità per ottenere vantaggi economici o politici. È per questo che il problema non può essere risolto soltanto chiedendo alle aziende di comportarsi meglio o ai governi di intervenire con maggiore prudenza. Per ridurre davvero questi rischi occorre immaginare un’architettura diversa, nella quale nessun soggetto possa controllare da solo i principali punti di accesso alla vita digitale.
Un’altra strada è possibile: la decentralizzazione
Se il problema nasce dalla concentrazione del potere nelle mani di poche piattaforme, la domanda è se esiste un modo diverso di costruire Internet?
Secondo un numero crescente di ricercatori, sviluppatori e imprenditori tecnologici, la risposta è sì. La soluzione non consiste nel sostituire una grande piattaforma con un’altra, ma nel cambiare l’architettura stessa della rete. È qui che entra in gioco un concetto destinato a diventare sempre più importante nei prossimi anni: la decentralizzazione.
La parola può sembrare complessa, ma l’idea è molto semplice. Oggi gran parte della nostra vita digitale dipende da pochi grandi servizi. Quando utilizziamo un social network, una piattaforma di e-commerce o un sistema di messaggistica, ci muoviamo all’interno di uno spazio completamente controllato da un’unica azienda. È quell’azienda a stabilire le regole, a decidere come funzionano gli algoritmi, a raccogliere i dati degli utenti e a scegliere quali nuove funzionalità introdurre. Se modifica le condizioni di utilizzo o cambia il modo in cui vengono mostrati i contenuti, gli utenti possono solo accettare oppure abbandonare il servizio, spesso rinunciando a relazioni, contatti e informazioni costruiti nel corso degli anni.
La decentralizzazione propone un modello completamente diverso. Immaginiamo Internet non come un enorme centro commerciale gestito da pochi proprietari, ma come una città composta da migliaia di negozi indipendenti. Ogni negozio può avere caratteristiche diverse, ma tutti rispettano regole comuni che permettono alle persone di spostarsi liberamente da uno all’altro. Se un’attività non soddisfa più le esigenze dei clienti, questi possono cambiare senza perdere ciò che possiedono. Nessuno controlla l’intera città e nessuno può imporre unilateralmente le proprie condizioni a tutti gli altri.
Trasferito nel mondo digitale, questo significa che gli utenti dovrebbero mantenere il controllo della propria identità, dei propri dati e delle proprie relazioni, indipendentemente dalla piattaforma utilizzata. Oggi, invece, fotografie, contatti, messaggi e contenuti rimangono spesso “intrappolati” all’interno dei singoli servizi. Cambiare piattaforma equivale a ricominciare da capo, ed è proprio questa difficoltà a rafforzare il potere dei grandi operatori.
In un sistema decentralizzato accadrebbe il contrario. I dati resterebbero nelle mani degli utenti, mentre le piattaforme diventerebbero semplicemente strumenti attraverso cui consultarli, organizzarli o condividerli. Se un servizio smettesse di funzionare bene, l’utente potrebbe passare a un altro senza perdere la propria rete di relazioni, i propri contenuti o la propria identità digitale. Sarebbe un cambiamento radicale, perché trasformerebbe la concorrenza. Le aziende non potrebbero più contare sulla difficoltà degli utenti ad andarsene, ma dovrebbero convincerli ogni giorno con la qualità dei servizi offerti.
Questa idea non appartiene alla fantascienza. Negli ultimi anni sono nati diversi progetti che cercano di costruire un web più aperto e distribuito. Protocolli come ActivityPub, Nostr, Farcaster e AT Protocol rappresentano i primi tentativi concreti di creare un’infrastruttura condivisa sulla quale possano convivere molte applicazioni diverse. L’obiettivo non è costruire un nuovo Facebook o un nuovo X, ma creare regole comuni che permettano a servizi differenti di dialogare tra loro, proprio come avviene oggi con la posta elettronica.
L’e-mail è infatti uno degli esempi più efficaci di decentralizzazione. Chi utilizza Gmail può inviare un messaggio a chi usa Outlook, Yahoo o qualsiasi altro provider senza nemmeno sapere quale servizio utilizzi il destinatario. Nessuna azienda controlla l’intero sistema della posta elettronica. Esistono standard condivisi che consentono a tutti di comunicare. Molti esperti immaginano che, in futuro, anche i social network possano funzionare secondo la stessa logica: piattaforme differenti, ma perfettamente interoperabili.
Se questo modello dovesse affermarsi, cambierebbe profondamente anche il rapporto di forza tra utenti e aziende. Una piattaforma non potrebbe più trattenere le persone semplicemente perché trasferire dati e contatti è troppo complicato. Ogni servizio sarebbe costretto a competere continuamente sulla qualità dell’esperienza offerta, sapendo che gli utenti potrebbero scegliere un concorrente con pochi clic. In un contesto simile, gli incentivi a peggiorare progressivamente il servizio o ad abusare della propria posizione dominante si ridurrebbero in modo significativo.
Naturalmente la decentralizzazione non è un obiettivo in sé. È uno strumento per raggiungere qualcosa di più importante: preservare la libertà delle persone nello spazio digitale. Alcuni studiosi parlano di libertà cognitiva, cioè della possibilità di informarsi, confrontarsi, costruire relazioni e formarsi un’opinione senza che questi processi siano controllati da chi possiede l’infrastruttura tecnologica. Nei primi anni di Internet questa libertà sembrava quasi una conseguenza naturale dell’apertura della rete. Oggi sappiamo che non è così. Se l’architettura favorisce la concentrazione del potere, anche gli strumenti più innovativi finiscono, prima o poi, per rafforzare chi occupa le posizioni dominanti.
La decentralizzazione cerca di affrontare il problema alla radice. Invece di limitarsi a regolamentare il comportamento delle grandi piattaforme, propone di costruire un ecosistema in cui nessuno possa controllare da solo i principali punti di accesso alla comunicazione. In una rete distribuita è molto più difficile esercitare un controllo esteso sull’informazione, perché non esiste un unico centro da cui passa tutto. Questo non significa eliminare disinformazione, contenuti illegali o comportamenti scorretti, problemi che continueranno a esistere anche in futuro. Significa però rendere molto più difficile per aziende, governi o gruppi di interesse concentrare nelle proprie mani un potere capace di influenzare l’intero spazio pubblico digitale.
La sfida, tuttavia, non è soltanto tecnologica. Le piattaforme centralizzate hanno conquistato miliardi di utenti perché sono semplici da usare. Hanno eliminato la complessità e reso immediato l’accesso ai servizi digitali. Qualunque alternativa dovrà riuscire a fare la stessa cosa. Una rete decentralizzata potrà affermarsi solo se offrirà la stessa facilità d’uso delle grandi piattaforme, senza costringere gli utenti a diventare esperti di tecnologia. In altre parole, il futuro di Internet dipenderà dalla capacità di coniugare due obiettivi che finora sono sembrati in contrasto: la semplicità e la distribuzione del potere.
È proprio su questo terreno che si giocherà la prossima evoluzione del web. E la stessa domanda che oggi riguarda i social network si sta già ripresentando con una tecnologia destinata a influenzare ogni settore della nostra società: l’intelligenza artificiale.
L’intelligenza artificiale e la sfida della prossima Internet
La discussione sulla centralizzazione di Internet potrebbe sembrare un tema che riguarda soprattutto i social network. In realtà, lo stesso schema si sta ripresentando oggi con una tecnologia destinata a influenzare ogni aspetto della nostra vita: l’intelligenza artificiale. Ci troviamo in una fase molto simile a quella vissuta all’inizio degli anni Duemila con la nascita delle grandi piattaforme digitali. Anche allora tutto sembrava ruotare intorno all’innovazione, alle nuove opportunità e ai servizi che avrebbero semplificato la vita delle persone. Solo molti anni dopo ci siamo resi conto che il vero cambiamento non riguardava soltanto le applicazioni, ma il potere che quelle applicazioni stavano progressivamente concentrando.
Oggi le aziende più avanzate nello sviluppo dell’intelligenza artificiale stanno costruendo strumenti sempre più sofisticati, capaci di scrivere testi, analizzare documenti, creare immagini, programmare software, tradurre lingue e assistere le persone nelle attività quotidiane. È una rivoluzione che promette di aumentare la produttività, accelerare la ricerca scientifica e trasformare profondamente il modo in cui lavoriamo. Tuttavia, proprio come è accaduto con i social network, la domanda più importante non riguarda soltanto le capacità di questi strumenti, ma il modello con cui verranno distribuiti e utilizzati.
Se poche aziende controlleranno i principali sistemi di intelligenza artificiale, i dati raccolti, le modalità di accesso e gli strumenti utilizzati da miliardi di persone, il rischio è quello di ricreare gli stessi punti di controllo che oggi caratterizzano il web. Cambierà la tecnologia, ma non cambierà il meccanismo. Gli utenti diventeranno progressivamente dipendenti da un numero limitato di fornitori e questi ultimi acquisiranno un’influenza sempre maggiore sulle attività economiche, sull’informazione e perfino sul modo in cui prendiamo decisioni.
Molti pensano che il valore dell’intelligenza artificiale risieda soprattutto nei modelli sviluppati dalle grandi aziende. In realtà il vero patrimonio potrebbe essere rappresentato da qualcosa di molto più prezioso: i dati e il contesto personale degli utenti. Ogni volta che utilizziamo un assistente intelligente gli affidiamo documenti, progetti, preferenze, conoscenze, contatti e informazioni sul nostro lavoro. Con il passare del tempo il sistema impara a conoscerci sempre meglio e costruisce una memoria che rende il servizio sempre più utile. È questa memoria, più ancora dell’algoritmo, a diventare il vero elemento di valore.
Per questo motivo diventa fondamentale chiedersi chi controllerà queste informazioni. Se rimarranno nelle mani degli utenti, sarà possibile cambiare facilmente fornitore, adottare nuove soluzioni o utilizzare strumenti diversi senza perdere il patrimonio di conoscenze accumulato. Se invece resteranno all’interno delle singole piattaforme, il rischio sarà quello di creare una nuova forma di dipendenza tecnologica ancora più forte di quella che oggi conosciamo con i social network.
Negli ultimi anni, però, sono emersi segnali incoraggianti. Accanto ai sistemi sviluppati dalle grandi aziende stanno crescendo modelli di intelligenza artificiale aperti, che possono essere installati direttamente sui computer delle imprese o sui loro server, mantenendo all’interno dell’organizzazione dati e informazioni riservate. Per molte aziende questa possibilità rappresenta un vantaggio strategico: significa poter sfruttare le potenzialità dell’intelligenza artificiale senza rinunciare al controllo del proprio patrimonio informativo e senza dipendere completamente da un unico fornitore.
Anche in questo caso, quindi, la questione centrale non è soltanto quale modello sia più potente o quale applicazione ottenga i risultati migliori. La vera sfida riguarda l’architettura dell’intero ecosistema. Se i dati, le identità digitali e le conoscenze costruite nel tempo potranno essere trasferiti facilmente da un servizio all’altro, nascerà un mercato più aperto e competitivo. Se invece tutto rimarrà concentrato all’interno di poche piattaforme, gli incentivi economici e politici che abbiamo osservato negli ultimi vent’anni tenderanno a ripresentarsi quasi inevitabilmente.
L’esperienza di Internet ci insegna che le tecnologie, da sole, non sono né buone né cattive. Sono gli incentivi creati dalla loro architettura a determinarne gli effetti nel lungo periodo. Un sistema costruito attorno a pochi grandi punti di controllo tenderà inevitabilmente a rafforzare chi li gestisce. Un sistema distribuito, al contrario, renderà molto più difficile concentrare il potere e favorirà la concorrenza, l’innovazione e la libertà di scelta.
Naturalmente tutto questo non accadrà automaticamente. La centralizzazione offre vantaggi immediati: semplifica l’esperienza degli utenti, riduce la complessità e permette di sviluppare servizi molto efficienti. È anche per questo motivo che le grandi piattaforme hanno avuto tanto successo. Le alternative decentralizzate potranno affermarsi soltanto se riusciranno a offrire la stessa semplicità d’uso, senza chiedere alle persone di diventare esperte di informatica per proteggere la propria autonomia digitale.
La vera sfida dei prossimi anni sarà quindi trovare un equilibrio tra innovazione, semplicità e distribuzione del potere. Non si tratta di scegliere tra tecnologia e democrazia, né tra efficienza e libertà. L’obiettivo è costruire strumenti che riescano a coniugare entrambe le esigenze, evitando che la comodità si trasformi, ancora una volta, in una progressiva rinuncia al controllo dei propri dati e delle proprie relazioni digitali.
Guardando agli ultimi quindici anni emerge una lezione molto chiara. La prima Internet ha dato voce a miliardi di persone che prima non avevano la possibilità di esprimersi. La seconda ha reso quella partecipazione semplice e accessibile, ma ha anche concentrato un enorme potere nelle mani di poche piattaforme globali. La terza Internet, quella che si svilupperà insieme all’intelligenza artificiale, avrà l’opportunità di imparare da questa esperienza. Potrà scegliere se ripetere gli stessi errori oppure costruire un modello diverso, nel quale innovazione e libertà crescano insieme.
In fondo, il futuro della rete non dipenderà soltanto dalla qualità degli algoritmi o dalla velocità dei computer. Dipenderà soprattutto dalle regole con cui decideremo di costruire il mondo digitale dei prossimi decenni. Perché le tecnologie passano, ma le architetture restano. E sono proprio le architetture a stabilire chi avrà il controllo, chi potrà innovare e quanta libertà avranno le persone.
È questa la vera scelta che abbiamo davanti. Non decidere quale sarà la prossima applicazione di successo, ma quale tipo di Internet vogliamo lasciare alle generazioni future: una rete dominata da pochi grandi centri di potere o un ecosistema aperto, competitivo e capace di distribuire opportunità, innovazione e libertà. È una decisione che riguarda la tecnologia, ma prima ancora riguarda il modello di società che vogliamo costruire.
