Dal Dylan di Scorsese al Donovan di Dolan: l’estate sul piccolo e grande schermo

“La vita non è la ricerca di te stesso o di qualcosa. È creare te stesso. E creare cose.” Così Bob Dylan s’esprime nel docufilm diretto da Martin Scorsese dal titolo “Rolling Thunder Revue – A Bob Dylan Story”.

Una dichiarazione di poetica che, raccontando attraverso preziose immagini d’epoca alternate a interviste nel presente uno storico tour dell’artista insignito dal Nobel per la letteratura nel 2016, premio Pulitzer e premio Oscar, rappresenta una chiave di lettura per una riflessione mai banale sulla creatività e sull’importanza dell’immaginario. Immaginario, quello degli Stati Uniti dal 1975 al 1976, fatto di ribellioni, utopie, disagi e speranze, che il regista di “Toro scatenato” e di “Goodfellas” (“Quei bravi ragazzi”) ripercorre in parallelo con un’analisi sotterranea sulle sorgenti del narrare e del creare, mescolando con abilità vero e falso (come i ricordi inventati di Sharon Stone o del finto politico stile “Tanner ‘88” di Altman). E, ancora, canzoni e pensieri, le origini del cinematografo con Méliès come incipit, ma anche il cinema di Carné e Truffaut e la presenza di personalità come Patti Smith, Joan Baez, Sam Shepard, Allen Ginsberg, Scarlet Rivera, oltre alla figura del pugile Rubin “Hurricane” Carter, vittima di un clamoroso errore giudiziario.

Con un uso creativo del montaggio, Scorsese (già autore di “No Direction Home: Bob Dylan”) suggerisce un pianeta a stelle e strisce destinato a evaporare nell’illusione degli anni Ottanta ma vitale nel segno della controcultura, del sostegno ai perdenti, come gli indiani d’America, e nel nome della pace e della libertà. Libertà interiore che guida i versi ricchi d’immagini e di metafore di Dylan, quelli sì resistenti al logoramento del tempo. È possibile vedere “Rolling Thunder Revue” su Netflix, nelle vesti di produttore e distributore,e la sua visione sorprende e cattura rielaborando e combinando cinema e documentario, verità e finzione, arte e industria, passione per la musica e per la vita, dubbi e inquietudini. Come rivela Dylan, “se chi ti sta parlando indossa una maschera, allora sta dicendo la verità”, in un gioco di specchi, emozioni e segreti. Al tema dell’identità, fuggevole e mutevole, s’ispira pure un’altra opera filmica sul cantautore statunitense, “Io non sono qui” (2007) di Todd Haynes, mentre Francesco De Gregori lo ha tradotto e reinterpretato nel disco “Amore e furto” (2015).

Nel frattempo su Sky, esaurita la sbornia del “Trono di spade”, è in programmazione la seconda stagione di “Big Little Lies – Piccole grandi bugie” con interpreti come Nicole Kidman e Meryl Streep a riprova di quanto le serie siano oggi rilevanti nel catturare l’attenzione degli spettatori. Dal piccolo al grande schermo, il cinema tenta invece di resistere all’abitudine italiana di chiudere le sale in estate e punta, con fatica, a invertire la tendenza. “Per la prima volta in Italia tutto il mondo dell’industria cinematografica (Associazioni, Distributori, Produttori, Esercenti e Istituzioni) si è unito in modo compatto per rilanciare il cinema come forma di intrattenimento, culturale e sociale, attiva tutto l’anno. Le aziende di distribuzione e di produzione stanno garantendo un’offerta di grande cinema (spettacolare e di qualità) da gennaio a dicembre, senza interruzione, e gli esercenti sale sempre aperte. Il MiBAC si è impegnato a sostenere l’iniziativa. Una grande campagna di marketing è stata avviata e la manifestazione viene promossa a più riprese nei principali eventi dell’industria di settore con l’obiettivo di aggiornare la percezione del cinema in sala, d’estate e non solo”, si legge sul sito di Moviement (https://movie-ment.it/). L’impresa è meritoria, sul modello spagnolo, ma richiederà anni di lavoro per ottenere risultati significativi. L’importante è che si sia iniziato.

Su questa scia, la Federazione Italiana del Cinema d’Essai propone “Estate d’Autore. Prime visioni al cinema”. Tra i titoli proposti, “Nureyev – The White Crow”, “Il segreto di una famiglia”, “Beautiful Boy” e “La mia vita con John F. Donovan”. Quest’ultimo, dal titolo originale più appropriato (“The Death and Life of John F. Donovan”), è il settimo lungometraggio di Xavier Dolan, nato a Montréal nel 1989 e affermatosi come regista e sceneggiatore di film come “Mommy” (premio della Giuria della 67esima edizione del Festival di Cannes), “È solo la fine del mondo” (Grand Prix della Giuria a Cannes 2016) e di “Matthias & Maxime”,presentato a Cannes nel 2019 e non ancora distribuito in Italia.

Lo stile è tutto, per Dolan, e nel tratteggiare la fascinazione provata dal ragazzino emarginato Rupert Turner, interpretato da Jacob Tremblay e da adulto da Ben Schnetzer, nei confronti dell’attore di successo ma uomo infelice Donovan, impersonato da Kit Harington (Jon Snow nel “Trono di spade”), mette in moto i suoi temi e le sue inquadrature nervose.

Le lettere che Rupert scrive al divo e le inattese risposte di Donovan risultano un pretesto per evocare un mondo dove spesso le parole sono inutili, perché servono a insultarsi e a gridare la propria impotenza, e ogni legame è illusorio dato che la famiglia rappresenta un tempio delle fragilità e delle nevrosi, senza ripari. Il tocco di Dolan, in questa produzione Canada-Regno Unito, acuisce tensioni e chiusure emotive grazie a una parossistica esaltazione dei conflitti che investono i personaggi.

Il regista, anche autore del montaggio con Mathieu Denis, privilegia primi e primissimi piani, mettendo in relazione gli spazi delle case, gli esterni, le luci, le ombre, con la consolidata fotografia di André Turpin, e i visi spaesati e dolenti degli interpreti. Flashback e accelerazioni della macchina da presa e delle musiche, con colonna sonora del libanese Gabriel Yared, si accompagnano all’inserimento di nuovi dettagli fulminanti, tra luoghi della mente che alimentano nevrosi e ferite immerse nelle radici familiari, con l’omosessualità come segreto inconfessabile per l’attore ossessionato dalla fama ma non per il suo giovane ammiratore, una volta cresciuto. Tuttavia, melodramma, tragedia, squarci d’evoluzione e di speranza esistenziali, il conflitto con le madri e le assenze dei padri non trovano un loro equilibrio complessivo e Dolan cade in alcune scene convenzionali. Spiccano le prove d’attrici di Susan Sarandon (la madre problematica di Donovan), di Natalie Portman (la madre insicura di Rupert), e le sequenze con il ragazzino appaiono tra le più intense, senza dimenticare Kathy Bates (l’agente di Donovan) e Thandie Newton (la giornalista che intervista Rupert, ormai anche lui attore emergente), ma manca qualcosa in termini di regia, sceneggiatura e montaggio per indirizzare il film verso rotte più inconsuete. Peccato. Il racconto per immagini della morte e della vita di Donovan, filtrato attraverso la sensibilità di un giovane uomo che rivela i tormenti e le passioni vissuti sulle soglie dell’adolescenza, rimane un progetto incompiuto.

Marco Olivieri
Informazioni su Marco Olivieri 27 Articoli
Giornalista professionista e dottore di ricerca, Marco Olivieri è autore della monografia “La memoria degli altri. Il cinema di Roberto Andò” (Edizioni Kaplan 2013 e 2017), curatore del volume “Le confessioni” (Skira 2016) e, con Anna Paparcone, autore del libro “Marco Tullio Giordana. Una poetica civile in forma di cinema” (Rubbettino 2017). Collabora con «la Repubblica» – edizione di Palermo, è componente del comitato scientifico di “Carteggi letterari le edizioni” e ha scritto saggi per la casa editrice Leo S. Olschki e articoli per «Cinema e Storia» di Rubbettino, «il venerdì di Repubblica», «Ciak» e «Doppiozero». Critico cinematografico e teatrale, si occupa di Uffici Stampa, Cultura, Politica, Società e Terzo Settore.

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