Dogman: la forza del linguaggio filmico nel cinema di Garrone

Quanta fiducia nel linguaggio cinematografico dimostra Matteo Garrone in “Dogman”, il suo nono film, raggiunto dal Prix d’interprétation per Marcello Fonte, il protagonista, all’ultimo Festival di Cannes. La sceneggiatura di Ugo Chiti, Garrone e Massimo Gaudioso riprende con spirito libero una vicenda di cronaca nera, il celebre “delitto del Canaro”, e la trasforma e reinventa grazie alla forza filmica espressa da inquadrature dalla valenza pittorica e dalle sfumature psicologiche, rese con profondità da un attore outsider come Fonte e dal resto del cast.

Primi piani, uso della steadycam, piani sequenza, campi lunghi e sfumature cromatiche, nella fotografia di Nicolaj Brüel, la macchina a mano (usata dallo stesso regista e dallo stesso Brüel), le scelte visive, nelle variazioni delle luci e nel mutamento del paesaggio, con il montaggio di Marco Spoletini e la scenografia di Dimitri Capuani, evocano sfumature e complessità dell’animo umano. Debolezza e sopraffazione, dolore e incertezza, masochismo e reazione, amore e odio: Garrone (anche tra i produttori) gioca sugli estremi attraverso un linguaggio filmico che utilizza la forma non per estremizzare la violenza o spettacolarizzarla ma per suggerire, invece, l’orrore e l’animalità (altro che cani) degli uomini. Orrore a cui si contrappongono riserve di sogno (il viaggio nei fondali), umanità e bellezza (il rapporto del protagonista con la figlia). Parentesi forse illusorie rispetto alla quotidiana sopraffazione di periferie desolate, mai descritte in maniera stereotipata.

Il paesaggio, in “Dogman”, si trasforma in manifesto rappresentativo dell’anima del film. Uno scenario allegorico e interiore che ricorda un po’ i western, un po’ certe suggestioni di Ciprì e Maresco, al pari del viso di Marcello Fonte. Nel finale, la camminata dell’omicida, che porta l’ex aguzzino sulle spalle, assume una valenza cristologica e dostoevskijana, nel segno di un cinema che sfiora il sacro e che scava nella disperazione esistenziale e sociale.

Il viaggio della macchina da presa dentro il volto – antico, comico e tragico al pari del film, proletario e aperto ai sentimenti, ambiguo e incompiuto – del protagonista, vera e propria espressione di un’inclinazione contraddittoria, incarna lo spirito indagatore di un regista che esplora la realtà con il tocco registico e figurativo dell’artista, al riparo da sociologismi. Non a caso Marcello rimane “innocente”, e inafferrabile, anche dopo aver ucciso il suo carnefice.

Nel confronto con Fonte, Edoardo Pesce anima con personalità l’ottusità feroce del male privo di agganci razionali e, attorno ai due attori, il film è ben interpretato, con adesione al vero, da Adamo Dionisi, Francesco Acquaroli, Gianluca Gobbi, la piccola Alida Baldari Calabria e Aniello Arena, già protagonista di “Reality” (Grand Prix Speciale della Giuria a Garrone al festival di Cannes 2012) e ora nei panni di un poliziotto.

Dal punto di vista dello stile, il regista di “Terra di mezzo” (1996), “Ospiti” (1998) e “Estate romana” (2000) sembra qui più vicino a “L’imbalsamatore” (2002), pur nelle differenze, che a “Primo amore” (2004), “Gomorra” (European Film Awards 2008 e Gran Premio della Giuria a Cannes), “Reality” e Il racconto dei racconti – Tale of Tales” (2015). Tuttavia, Luca Malavasi, sul sito fatamorganaweb.unicali.it, trova acutamente corrispondenze pure con “Il racconto dei racconti” nella “astrazione favolistica (ma non banalmente metaforica) dello spazio e del tempo, l’audace mescolanza – come in molte delle vicende del film da Giambattista Basile – di amore e orrore purissimi, e la scommessa “realista” di preferire, alla verosimiglianza, la potenza deformante del cinema, dello sguardo e del racconto.”

Nel complesso, Garrone ha la capacità di ricreare un mondo selvatico e oscuro, privo di redenzioni. Un cinema, il suo, che disturba e inquieta. Il regista rivisita le sue ossessioni e, in “Dogman”, trova una maggiore compiutezza tematica e filmica: dagli spunti sull’orrore della condizione umana alla manipolazione del corpo, soggetto e oggetto, e dall’ambiguità pericolosa dell’amore e dell’amicizia alla ferocia ferina (siamo noi i veri animali?) del vivere, si rimane spiazzati e incerti. L’uso parsimonioso e quasi impercettibile delle musiche di Michele Braga contribuisce ad alimentare sensazioni sospese che mescolano pezzi d’irrealtà e l’immersione profonda in uno stato di natura nel quale l’individuo non ha possibilità di riscatto o libertà.

Così “Dogman” fonde favola nera e realismo, in periferie che acquistano spessore filmico grazie alla composizione dell’immagine, in una Magliana mai convenzionale e ricreata a Castel Volturno. L’uomo dei cani cammina solitario tra pozzanghere, nuvole, giostre abbandonate, scenari deserti e un mare sullo sfondo che non scalda e non fa sognare, in una luce e in mondo crepuscolari, salvo quando Marcello decida di evadere dal grigiore, con la figlia, esplorando le profondità marine.

Nel complesso, il film risulta lunare, vicino al vero e surreale al tempo stesso, a partire dalle sue sfumature cromatiche e dalla sua regia, attenta ai silenzi, al non detto, alla valenza simbolica di immagini che inquietano e interrogano lo spettatore. L’armonia di regia, fotografia, montaggio, scenografia e interpretazione rende “Dogman” solido e coerente sul piano espressivo senza perdere la possibilità di sempre nuove decodificazioni.

Marco Olivieri
Informazioni su Marco Olivieri 16 Articoli
Giornalista professionista e dottore di ricerca, Marco Olivieri è autore della monografia “La memoria degli altri. Il cinema di Roberto Andò” (Edizioni Kaplan 2013 e 2017), curatore del volume “Le confessioni” (Skira 2016) e, con Anna Paparcone, autore del libro “Marco Tullio Giordana. Una poetica civile in forma di cinema” (Rubbettino 2017). Collabora con «la Repubblica» – edizione di Palermo, è componente del comitato scientifico di “Carteggi letterari le edizioni” e ha scritto saggi per la casa editrice Leo S. Olschki e articoli per «Cinema e Storia» di Rubbettino, «il venerdì di Repubblica», «Ciak» e «Doppiozero». Critico cinematografico e teatrale, si occupa di Uffici Stampa, Cultura, Politica, Società e Terzo Settore.

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