Huawei al centro della guerra hi-tech tra USA e Cina

Il 2018 è stato l’anno del sorpasso su Apple. Il 2020 sarà quello del sorpasso su Samsung. La cinese Huawei è come un fiume in piena e vuole diventare il produttore numero uno al mondo di smartphone. Un traguardo alla sua portata. A dicembre, ultimi dati disponibili, la società di ricerche Gartner attestava per Samsung una quota di mercato a livello globale del 18,4 per cento, seguita a Huawei con il 13,4 per cento. Al terzo posto Apple.

Un paio d’anni per scavalcare il gigante sudcoreano e conquistare un altro 5 per cento del mercato, sono in fondo un’impresa alla portata di un’azienda come Huawei. Fondata nel 1987 da Ren Zhengfei, un ex militare dell’esercito popolare di liberazione, la società si è affermata a fatica in patria crescendo all’ombra di un regime politico all’epoca ben poco incline al capitalismo. Forse anche per questo ha iniziato a spingersi fuori dai confini nazionali continuando a conquistare nuovi mercati e diventando, in meno di trent’anni, un gigante mondiale della telefonia.

Nel 2018 ha consegnato nel mondo più di 200 milioni di smartphone. P20, Honor 10 e Mate 20 sono i suoi modelli di punta, quelli a maggiore redditività anche se c’è grande attesa per l’uscita della nuova gamma P30. I conti 2018 non sono ancora stati svelati ma nel 2017 il gruppo è cresciuto in tutti i mercati e in tutti i busimess. I ricavi sono saliti del 15 per cento e l’utile del 28 per cento. Nello stesso anno, sottolinea la società sul suo sito, 197 della società incluse nella classifica Fortune Global 500 (di cui 45 incluse tra le prime 100) vale a dire le aziende più grandi al mondo, hanno scelto Huawei come partner per la loro trasformazione digitale.

Ogni successo ha il suo prezzo. Quello di Huawei è stato costruito senza dubbio grazie a ingenti investimenti in Ricerca e Sviluppo. Pare che l’azienda investa il 10 per cento del fatturato nell’innovazione, dove sono occupati il 45 per cento dei suoi dipendenti. E’ una delle società al mondo più prolifere per brevetti depositati. In particolare il gruppo è all’avanguardia nel 5G, la tecnologia di nuova generazione che presto utilizzeremo per i nostri telefonini, di cui ha preso la leadership in patria ma anche in altri paesi. Al Mobile World Congress di Barcellona, in calendario a fine febbraio, presenterà il primo smartphone al mondo pieghevole e completo di 5G, una novità assoluta con cui intende spiazzare la concorrenza.

Huawei è però anche la società più discussa al mondo per il suo modo di fare business. E quella più bersagliata dal mondo politico, al centro di una guerra fredda sui brevetti tecnologici che rientra a pieno titolo nel bracco di ferro in corso tra Usa e Cina sui dazi. A dicembre il vicepresidente e CFO di Huawei, Meng Wanzhou, figlia del fondatore Ren Zhengfei, è stata arrestata in Canada, su richiesta degli Stati Uniti, con l’accusa di aver violato le sanzioni statunitensi contro l’Iran esportando tecnologie verso un paese sottoposto a embargo. La top manager è stata rilasciata dietro cauzione, ma non può abbandonare il paese e rimane sorvegliata 24 ore su 24. In caso di estradizione negli Usa, rischia anni di carcere. La società, e la sua giovane manager, sono in un certo senso ostaggio di una partita politica ben più grande tra le due maggiori economie al mondo.

Ancora più recente la notizia che anche la Germania sta pensando di escludere prodotti e soluzioni Huawei nella costruzione delle sue reti 5G. Il parlamento tedesco discuterà prossimamente circa l’adozione di misure di sicurezza più severe che potrebbero portare all’esclusione del colosso cinese dalle prossime gare. Una decisione che Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda hanno già adottato dichiarando di non fidarsi a lasciare il controllo e la gestione di una rete di comunicazione così strategica nelle mani di un’azienda cinese considerata vicina al governo di Pechino. Dubbi in tal senso sono stati espressi di recente anche dalla Gran Bretagna. Dove intanto il gruppo Vodafone ha annunciato che non intede fare affidamento su Huawei per la realizzazione del 5G.

La paura è che la Cina, attraverso la rete G5 di Huawei, possa spiare le comunicazioni dei vari paesi straniere e usare tali informazioni per scopi politici o economici, oppure che possa rendere vulnerabili tali reti pilotando attacchi informatici. Già in passato Huawei è stata accusata di spionaggio aziendale da diversi governi. Il gruppo si difende precisando che con la Cina i rapporti sono solo quelli di un’azienda che paga le tasse nel paese dove ha sede e null’altro. Finora questo genere di accuse non ha impedito al gruppo di crescere e consolidarsi. La sfida del 5G, e le prossime settimane con i negoziati in corso tra Usa e Cina, saranno però decisivi.

Giuseppe Turani
Informazioni su Giuseppe Turani 41 Articoli
Giornalista economico e Direttore di "Uomini & Business". E' stato vice direttore de L'Espresso e di Affari e Finanza, supplemento economico de La Repubblica. Dal 1990 al 1992 è editorialista del Corriere della Sera, del mensile Capital e dei settimanali L'Europeo e Il Mondo. Ha scritto 32 libri.

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