Sudamerica e petrolio: il futuro dell’energia brasiliana ai tempi di Bolsonaro

L’ondata di  estrema destra ha ufficialmente travolto il Brasile. Il ballottaggio del 28 ottobre ha confermato ciò che era ormai evidente da tre settimane, o meglio da mesi: Jair Bolsonaro è il nuovo presidente del paese. Radicale, controverso e strenuamente nazionalista, Bolsonaro è stato soprannominato il “Trump tropicale”.

Ex capitano dell’esercito, il presidente eletto denota tendenze autoritarie ed elogia la forza e l’ordine della dittatura militare che ha governato il Brasile per ventun anni, mentre le sue posizioni incendiarie nei confronti di donne, minorità etniche e comunità omosessuale lo hanno portato a scontrarsi con i difensori dei diritti umani. La vittoria di Bolsonaro fa virare fortemente a destra il più grande paese dell’America Latina, interrompendo una serie di quattro vittorie consecutive della sinistra brasiliana incarnata dal Partito dei Lavoratori.

Come nelle ultime elezioni in USA e Messico – e in molte altre parti del mondo – il passaggio a destra è stato sostenuto da un fervore anti-establishment. Bolsonaro si è autoproclamato paladino dell’ordine pubblico incaricato di arrestare la corruzione, le spese dissolute e il crollo dei valori secondo lui emblema dello status quo, responsabili della più profonda recessione mai conosciuta dal paese e del dilagare di droga e violenza nelle città. Ma mentre la sua elezione non promette nulla di buono per la democrazia e i diritti umani, resta da capire come il suo mantra dell’ordine pubblico si tradurrà in termini di politiche economiche, e in particolare modo di energia.

Ciò che è certo, ad ogni modo, è che Bolsonaro eredita un quadro energetico molto favorevole: produzione in piena crescita, investimenti specifici e una serie di aste in programma per continuare ad approfittare dell’interesse internazionale nella straordinaria geologia del paese. Sebbene la sua elezione rappresenti il rifiuto dell’establishment, occorrerebbe fare un’eccezione per le politiche energetiche in modo da consentire al settore di portare avanti i recenti progressi.

Il cauto ottimismo dei mercati

Nonostante il Brasile sia la più grande economia dell’America Latina, le questioni economiche, comprese quelle energetiche, non sono mai state il motore trainante dell’agenda di Bolsonaro. Mercati finanziari e investitori del settore hanno risposto con cauto ottimismo alla sua ascesa, probabilmente per due motivi. Innanzitutto, in quanto “Trump tropicale”, Bolsonaro abbraccia l’ideologia del “Prima il Brasile”, incentrata sul rimettere ordine nella situazione finanziaria del paese tramite un approccio di austerità e privatizzazione a favore delle imprese. Il presidente eletto ha designato uno dei suoi principali consulenti elettorali, Paulo Guedes, alla guida del team di esperti economici. È probabile che Guedes occuperà il ruolo di “super ministro delle finanze” e sarà incaricato di dettare le politiche pro-mercato, mentre il presidente supervisionerà una più ampia agenda di governace. Guedes fa parte del gruppo di economisti dell’Università di Chicago ben apprezzati dai mercati di capitali per via delle loro politiche ortodosse in materia di debito e deficit di bilancio, quest’ultimo quasi al 10 percento del PIL brasiliano.

In secondo luogo, rispetto alle proposte avanzate in ambito energetico ed economico dagli altri candidati in lizza, le posizioni di Bolsonaro consentono di tirare un sospiro di sollievo. Sconfitto al primo turno, Ciro Gomes del Partito Democratico Laburista aveva auspicato un vero e proprio ribaltamento delle politiche di apertura del settore petrolifero brasiliano agli investimenti esteri. Fernando Haddad, avversario di Bolsonaro durante il ballottaggio, era il candidato prescelto dall’ex presidente Lula da Silva del Partito dei Lavoratori (PT) le cui politiche di intervento di stato sono accusate di avere paralizzato l’economia del paese e preparato il terreno per un enorme scandalo di corruzione e riciclaggio di denaro.

Breve anatomia di una crisi

Sotto Lula da Silva, il Brasile ha scovato le sue più abbondanti riserve di oro nero. Nel 2007, alcune miglia sotto il fondale marino, sono stati scoperti fiumi di petrolio e gas intrappolati sotto uno spesso strato di sale con il potenziale di trasformare le sorti dell’economia brasiliana. Una volta trovata questa nuova ricchezza, da Silva e il PT hanno sospeso le procedure di aggiudicazione dei blocchi petroliferi e definito nuove regole che hanno conferito allo stato una quota maggiore delle risorse pre-saline. Le nuove leggi prevedevano che la compagnia petrolifera di stato, Petrobras, fosse l’unico operatore dei blocchi petroliferi nei giacimenti pre-salini e mantenesse una quota di partecipazione di almeno il 30 percento negli investimenti in questi enormi progetti. Per stimolare l’economia nazionale, le autorità di regolamentazione hanno inoltre richiesto percentuali più elevate di contenuto locale per la manutenzione dei progetti petroliferi. Il freno imposto alla concorrenza ha dato vita a un sistema che ha incentivato corruzione e trattative sottobanco. L’Operação Lava Jato (Operazione Autolavaggio) ha rivelato una complessa rete di tangenti e collusioni per gonfiare i prezzi degli appalti di Petrobras in cambio di una quota sui profitti destinata a funzionari aziendali e politici.

La rinascita del settore

Dopo aver toccato il fondo, negli ultimi tre anni Petrobras e il settore brasiliano dell’Oil&gas, in senso lato, hanno invertito la rotta e ritrovato stabilità. Il presidente uscente Michel Temer ha promosso riforme orientate al mercato, ma tentativi di riorganizzazione del settore a seguito dello scandalo del Lava Jato erano già in corso prima che entrasse in carica. Nel 2016 la legge ha privato Petrobras del monopolio sui giacimenti pre-salini, consentendo una maggiore partecipazione e un controllo operativo da parte degli investitori esteri. Le regole in materia di contenuto locale sono state allentate, aumentando valore ed efficienza nelle catene di approvvigionamento dei progetti, ed è stato esteso fino al 2040 un regime fiscale vantaggioso per attrezzature e componenti importati destinati a progetti off-shore. Inoltre, l’Agência Nacional do Petróleo, Gás Natural e Biocombustíveis (ANP), ente regolatore del settore petrolifero brasiliano, ha definito un calendario di procedure di aggiudicazione upstream, dando al settore prevedibilità e regolarità nella pianificazione degli investimenti. Negli ultimi 13 mesi si sono tenute cinque procedure di aggiudicazione per superfici upstream, comprese tre aste per risorse pre-saline.

Gli investitori internazionali si sono mostrati entusiasti. Le cinque aste hanno concesso licenze per 68 blocchi e raccolto oltre 21 miliardi di reais (5,7 miliardi di dollari) di bonus alla firma. L’ANP prevede che ciò genererà altri 80 miliardi di dollari di investimenti e 334 miliardi di dollari di entrate fiscali. Mentre l’economia brasiliana continua a essere paralizzata da una scarsa crescita e da una produttività stagnante, il settore energetico e gli investimenti che sta attirando costituiscono una nota senza dubbio positiva. Le riforme a favore del mercato sono fondamentali per via delle abbondanti risorse in gioco. Gli enormi volumi delle riserve pre-saline del Brasile e le caratteristiche geologiche dei bacini rendono le sue risorse di petrolio e gas tra le più appetibili al mondo. Secondo la principale associazione dell’industria petrolifera brasiliana, un unico pozzo del giacimento pre-salino di Lula, il più grande del paese, produce mediamente tra i 20.000 e i 30.000 barili di petrolio al giorno (b/g), rispetto alla media di 10.000 b/g nel Golfo del Messico (Stati Uniti). Grazie alla loro significativa portata, i progetti in acque profonde del Brasile raggiungono il pareggio al di sotto dei 40 dollari al barile. Già fra i primi dieci produttori mondiali con un totale di circa 3,2 milioni di b/g, il Brasile dovrebbe raddoppiare la sua produzione entro il 2026 secondo le stime dell’agenzia responsabile delle previsioni energetiche del paese. A quel punto potrebbe essere tra i primi cinque esportatori di petrolio al mondo.

Tra istinto nazionalista e ideologia pro-mercato

L’apertura del settore energetico del Brasile è stata oggetto di discussione durante la campagna elettorale. In questo ambito, la continuità dello status quo è positiva e occorrerebbe mantenere almeno un calendario prestabilito di procedure di aggiudicazione competitive. Per il 2019 sono previste tre aste, compresa un’altra offerta di blocchi pre-salini. Anche la geopolitica gioca a favore del Brasile per continuare a cogliere i benefici degli investimenti esteri nel petrolio. Inoltre, la maggiore apertura del paese potrebbe arrivare proprio nel momento in cui il Messico, rivale per gli investimenti petroliferi in acque profonde, si sta chiudendo su se stesso. Il presidente eletto Andrés Manuel López Obrador, anch’egli populista ma di sinistra, ha infatti già sospeso le procedure di aggiudicazione di nuovi blocchi per i prossimi due anni. Il capitale industriale circola verso i mercati che oppongono minore resistenza e offrono maggiore certezza. Il mantenimento delle aperture upstream orientate al mercato collocano il Brasile nella posizione ideale per sfruttare entrambi i fronti.

Bolsonaro ha tuttavia manifestato anche tendenze interventiste, in particolare per quanto riguarda Petrobras e fin dove è disposto a spingersi per privatizzare l’azienda. La compagnia petrolifera di stato ha uno dei più alti livelli di debito dell’industria petrolifera internazionale e per estinguerlo ha avviato un massiccio piano di cessioni da 21 miliardi di dollari. Le contraddizioni tra l’istinto nazionalista e l’ideologia pro-mercato della campagna elettorale del presidente eletto emergono nella questione dell’ulteriore privatizzazione del gigante di stato o nel suo mantenimento come risorsa pubblica strategica. Nell’entourage di Bolsonaro stanno inoltre emergendo divergenze su come gestire le risorse statali. Se da una parte Guedes sostiene il libero mercato e la partecipazione del settore privato nell’industria energetica, alcune fazioni di consulenti militari raccomandano di tutelare le imprese statali per fini strategici. In conflitto tra politiche di investimento aperte e una mentalità militare nazionalista, Bolsonaro potrebbe lasciare prevalere quest’ultima, con ripercussioni negative sul settore energetico. In passato le sue posizioni sull’apertura del mercato sono state molto variabili. Da deputato, ha votato ripetutamente a favore del mantenimento del monopolio di Petrobras sulla produzione di petrolio e gas. E quando uno sciopero di camionisti per l’aumento dei prezzi del gasolio ha paralizzato l’economia brasiliana in primavera, ha preso le parti degli autotrasportatori alle prese con l’allineamento dei prezzi con quelli del mercato internazionale del carburante.L’ostilità ai mercati liberi e aperti contraddistingue anche il suo atteggiamento nei confronti della Cina.

Il presidente eletto ha in effetti criticato apertamente l’aumento degli investimenti cinesi in infrastrutture e risorse brasiliane. Le compagnie petrolifere nazionali cinesi, ad esempio, hanno potuto investire in Libra, il più grande giacimento pre-salino del Brasile, grazie a procedure di aggiudicazione competitive e trasparenti, ovvero meccanismi di libero mercato. La vendita degli attivi di Petrobras guadagnerà sempre più popolarità con l’insediamento dell’amministrazione Bolsonaro, in particolare per quanto riguarda le infrastrutture del gas naturale. Durante l’amministrazione Temer, industria e governo hanno unito le proprie forze e lanciato un’iniziativa nazionale finalizzata a sviluppare un mercato nazionale del gas più competitivo e olistico. Il piano invitava alla privatizzazione e all’accesso di terzi a gasdotti, impianti di trattamento e terminal di importazione di proprietà di Petrobras, per consentire alla compagnia di concentrarsi sullo sfruttamento dei giacimenti pre-salini. Un progetto di legge nazionale è rimasto bloccato al Congresso nell’anno delle elezioni, ma è probabile che verrà rilanciato il prossimo anno con i mercati del GNL che continuano a crescere e le politiche pubbliche che favoriscono le fonti a minore contenuto di carbonio, rendendo il gas naturale sempre più appetibile.

Un processo di privatizzazione sempre più controverso

Raggiungere una maggiore privatizzazione delle quote di Petrobras potrebbe risultare più difficile. Al di là delle predisposizioni dei suoi consulenti, attuare riforme audaci richiederebbe interventi legislativi altrettanto coraggiosi e accordi politici, ma Bolsonaro non ha solidi trascorsi in questo senso: in quasi trent’anni al Congresso, ha presentato solamente due proposte poi diventate legge.

A quanto pare, il settore energetico del Brasile e gli ottimi risultati conseguiti negli ultimi anni hanno evitato una brusca inversione di tendenza con l’elezione, seppur controversa, di Bolsonaro. Le sue prese di posizione in materia di economia durante la campagna elettorale suggeriscono in effetti un approccio più ortodosso in materia di business. Per il settore energetico, ciò promette meglio delle proposte alternative presentate dagli altri candidati in lizza. Ma le tendenze nazionaliste dovrebbero frenare l’ottimismo in qualsiasi settore. Il panorama energetico attuale del Brasile, forza trainante dell’economia del paese, è favorevole. In un’elezione che ha visto trionfare il rifiuto categorico dell’establishment, l’industria energetica sarebbe ben felice di mantenere il suo status quo.

Nicolo Sartori
Informazioni su Nicolo Sartori 44 Articoli
Nicolò Sartori è ricercatore presso l’Area Sicurezza e Difesa dell’Istituto Affari Internazionali di Roma. La sua attività si concentra in particolare sull’evoluzione delle tecnologie nel settore energetico. Attualmente, è candidato al Dottorato presso il Dipartimento di politica e relazioni internazionali dell’Università del Kent, Regno Unito. Ha lavorato inoltre come Consulente di Facoltà al NATO Defense College di Roma, dove ha svolto ricerche sul ruolo dell’Alleanza Atlantica nelle questioni di sicurezza energetica.

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