Tirava pugni indietreggiando. La vita violenta di Carlos Monzon tra boxe, belle donne, omicidi e un talento assoluto

Carlos Monzon tirava pugni indietreggiando con una ferocia incredibile. Una capacità, quella di uscire dall’angolo attaccando, che solo i veri fuoriclasse hanno. I suoi colpi erano talmente devastanti che stroncò per sempre la carriera del nostro Nino Benvenuti.

Monzon morì giusto ventitrè anni fa, in un incidente d’auto. Stava guidando a velocità sconsiderata verso il penitenziario Las Flores, di rientro da un permesso nel quadro di un programma di libertà vigilata, quando perse il controllo del veicolo, che si ribaltò più volte finendo fuori strada. In prigione, Monzon stava scontando una condanna a 11 anni, comminatagli nel 1988 per l’omicidio della fidanzata Alicia Muñiz. Secondo la giuria che lo spedì dietro le sbarre, durante una delle ricorrenti e violente liti, la donna era stata malmenata e strangolata e, solo dopo, spinta oltre il balcone per simulare una caduta accidentale durante la colluttazione.

Erano ben noti, perché morbosamente documentati da paparazzi che sovente pagavano con un ricovero in ospedale la loro indiscrezione, i burrascosi rapporti di Monzon con il gentil sesso. Come molti uomini che si macchiano di odiosi crimini contro le donne che vivono con loro, le desiderava e le odiava, le seduceva bulimicamente e le picchiava brutalmente, incapace di disciplinare un carattere irascibile e barbaro – nel 1973, l’allora moglie Mercedes Beatriz García gli sparò e lo mandò sotto i ferri per sette ore, ma la sua tempra indistruttibile consentì al gaucho di continuare la carriera.

Come altri pugili, era nato in un quartiere poverissimo, nella provincia di Santa Fe nel 1942. Sesto di 12 figli, aveva presto dovuto badare a se stesso. Lasciata la scuola, aveva fatto il lustrascarpe, venduto quotidiani agli angoli di strada e trasportato quarti di bue in una fabbrica di carne in scatola, forse ispirando a Sylvester Stallone l’impiego del parimenti derelitto Rocky Balboa.

A vent’anni aveva già avuto due mogli e quattro figli, che lo visitavano saltuariamente in carcere dove finiva per frequenti risse e per l’attività di sfruttamento della prostituzione, cui si dedicò anche dopo aver cominciato a combattere. In principio, non pareva destinato a diventare una stella del ring.

Dopo meno di due anni di professionismo, aveva sostenuto 19 incontri, perdendone tre, ma dall’ultima sconfitta del settembre 1964 inanellò una prodigiosa serie di 71 successi e 9 pareggi, una delle più stupefacenti della storia della boxe. Si era verificato una sorta di miracolo. Tanto era incontrollabile, lunatico e inaffidabile nella vita di tutti i giorni, tanto sapeva sciorinare freddezza, concentrazione e determinazione dentro il quadrato.

Gli avversari cominciarono a cadere uno dopo l’altro, fulminati dal jab sinistro, singolarmente pesante e preciso, e dal destro devastante. Quando si presentò a Roma, il 7 novembre 1970, per lanciare il guanto di sfida a Nino Benvenuti, campione riverito e rispettato dei pesi medi, Monzon era ancora relativamente sconosciuto, detentore della sola corona sudamericana della categoria. Dopo poche riprese, Benvenuti dovette chiedersi che cosa poteva fare per aprire una breccia in quella maschera imperturbabile, in quella fortezza guarnita, in quel fisico che non dava segni di cedere alla stanchezza e ai pugni. Conscio di essere sul punto di perdere, il campione azzurro organizzò degli attacchi ripetuti nel nono e nel decimo round, colpendo più volte la mascella dell’avversario. Ogni volta, l’argentino con la faccia da indio ritornava all’assalto, dando mostra di resistenza e tenacia disarmanti. Infine, al dodicesimo round, braccato e stretto alle corde, Benvenuti offrì il mento al letale destro del rivale. Crollò al tappeto e con orgoglio si rimise in piedi, ma senza l’appoggio delle gambe. Barcollò semicosciente verso le corde e la cintura di campione del mondo passò di mano.

L’8 maggio successivo, a Montecarlo, Benvenuti ottenne l’ovvia rivincita. Stavolta, la punizione fu ancora più severa: due volte toccò il tappeto, prima che il suo angolo gettasse la spugna dopo meno di nove minuti di combattimento. Monzon spiccò il volo verso l’Olimpo dei grandissimi di ogni tempo.

Avrebbe difeso vittoriosamente il titolo per altre 13 volte, alternando le prodezze sul ring con le comparsate al cinema e in tv, gli amori con le stelle del jet-set internazionale, l’amicizia con gli scrittori, gli attori e i giornalisti, affascinati da quella singolare miscela di rabbia atavica e talento controllato, da quelle due personalità che incarnavano così simbolicamente la vicinanza fra il male e il bene. Diversamente da altri idoli delle folle, Monzon dimostrò la stessa eccezionale e inaspettata lucidità nel riconoscere il momento in cui dire basta.

Il 26 giugno 1976, unificò il titolo dei medi contro il colombiano Rodrigo Valdez, cui concesse un match di appello il 30 luglio dell’anno successivo. Ancora a Montecarlo, si trovò di fronte un combattente che aveva la sua fame di successo quando si era presentato al mondo dieci anni prima. Fu forse sorpreso dall’avvio veemente dell’avversario e concesse un’apertura che gli costò un ficcante destro al volto. Per la prima volta in carriera, Monzon piegò le ginocchia sul tappeto. Si rialzò come una molla e, come snebbiato, intraprese una lenta e inesorabile risalita. Con glaciale applicazione e chirurgica accuratezza, prese a martellare di jab la fronte e le arcate sopraccigliari di Valdez, che divenne in breve una maschera di sangue. Verso la metà dell’incontro, pensò di essersi fratturato la mano destra, la sua arma letale, ma proseguì indefessamente, resistendo al dolore e centellinando gli affondi con il suo colpo migliore. Valdez si riscosse e tornò a farsi minaccioso, insidiando la sicurezza del campione. Il suono del gong della quindicesima ripresa li vide entrambi con le mani sollevate in segno di vittoria, che i giudici assegnarono però all’argentino con verdetto risicato ma unanime. Negli spogliatoi, Monzon osservò il suo viso allo specchio. Per la prima volta era pesantemente segnato dai fendenti ricevuti. L’indio dalle braccia lunghe come canne di fucile e dalle mani di marmo ne trasse la conclusione che il suo tempo sul ring era finito.

Non sparì dai rotocalchi. Vi rimase per le folli notti parigine o monegasche, per le conquiste da playboy arrogante e insolente, e per le corse in fuoriserie con Alain Delon, che continuò a fargli visita anche durante gli anni di prigione. Non uscì quindi dal cono di luce dei riflettori e sentì tutto l’amore che gli argentini continuarono a tributargli ancora dopo il ritiro, al punto che le associazioni femministe temettero che il processo a suo carico per la morte della bella Alicia potesse essere influenzato dall’imperituro favore popolare.

Forse per questo, Monzon non cedette alla tentazione del ritorno, al desiderio irrealizzabile di fermare il tempo e di recuperare il passato vigore atletico. Non fece come Muhammad Ali che umiliò se stesso a quasi quarant’anni contro Trevor Berbick, né come Bjorn Borg che tornò in cerca di soldi e di risposte con la sua ormai anacronistica racchetta di legno, né come Michael Schumacher che accettò una pioggia di milioni soltanto per inseguire vanamente piloti con la metà dei suoi anni. Quel rissoso selvaggio con la psiche solcata da tortuosi e malsani pensieri fu più lucido di tutti loro e sopportò che le pagine dei giornali descrivessero il suo irrevocabile ritiro.

Morì in un’incidente d’auto nel 1995. Correva troppo, ma per lui era la normalità.

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