Decadenza, fratture sociali, affanno delle democrazie occidentali, conflitti indiretti tra potenze. Sembra l’anteprima di una fiction apocalittica, è invece la fotografia del presente. Su questo scenario si innesta la riflessione di Wolfgang Münchau, analista economico e giornalista tra i più ascoltati in Europa, per lungo tempo voce autorevole del Financial Times. Münchau non ha mai coltivato illusioni consolatorie: la sua autorevolezza nasce dalla capacità di leggere i cambiamenti globali con rigore, anche quando le conclusioni sono scomode.

Questo non significa che abbia rinunciato a una visione prospettica. Al contrario, è convinto che la traiettoria dei prossimi decenni resti aperta. Se l’attuale stagione di turbolenza potrà essere superata, non sarà per iniziativa dei governi o per l’effetto di strategie istituzionali, ma per l’irruzione di una nuova ondata tecnologica. Saranno l’energia pulita, la fusione e le soluzioni scientifiche più avanzate a riscrivere le regole dell’economia globale.
In questa chiave, l’innovazione rappresenta la vera leva del potere contemporaneo: è ciò che ha trasformato la Cina in un protagonista mondiale, che mantiene gli Stati Uniti al vertice del sistema internazionale e che, al contrario, l’Europa ha progressivamente smarrito, restando intrappolata in assetti produttivi incapaci di rinnovarsi.
Wolfgang Münchau, quali sono i principali fattori politici, economici e tecnologici, che definiscono il nostro presente e che, al tempo stesso, plasmeranno il nostro futuro?
L’innovazione tecnologica indubbiamente è il fulcro di tutto ciò che sta accadendo. È l’innovazione ad aver costruito la forza della Cina degli ultimi decenni, ad esempio. Non si tratta di una forza militare, come quella degli Stati Uniti, ma di una forza fondata appunto sull’innovazione. Anche gli Stati Uniti hanno saputo mantenere la leadership mondiale in questo campo, mentre l’Unione europea ha fallito.
In che cosa l’Europa è rimasta indietro?
Da troppo tempo rimaniamo ancorati alle tecnologie del ventesimo secolo. E intanto il mondo si sta dividendo tra due poli: uno guidato dalla Cina e uno dagli Stati Uniti, che sono entrambi i grandi motori dell’innovazione globale. Noi europei, e in generale il “resto del mondo”, ci troviamo schiacciati in questa polarizzazione. Questa, in sintesi, la condizione attuale del mondo. L’innovazione è la forza trainante che rende tutto possibile. Personalmente, la considero persino più importante della potenza militare: ciò che determina il successo di una civiltà – o, nel caso dell’Europa, la sua mancanza di successo.
L’economia globale sembra vivere in un paradosso: crescita in alcuni mercati emergenti, stagnazione in molte economie mature, instabilità diffusa. Come interpreta questa nuova geografia economica?
Non parlerei di un paradosso. Quello che osserviamo in Occidente – nelle grandi economie come il Giappone o l’Europa – è piuttosto un modello economico che ha funzionato a lungo e che ora ha smesso di funzionare. Il nostro modello si basava su forti surplus industriali, crescita sostenuta, espansione delle esportazioni. Ma il mondo è cambiato. Non è solo che altri Paesi producono e ci sottraggono quote di mercato: il vero impatto della Cina, ad esempio, non è stato tanto quello di “portarci via” le industrie, quanto quello di creare nuove industrie, capaci di competere con le nostre – e in alcuni casi di superarci, non solo nei costi ma sempre più anche nella qualità. Ci troviamo quindi di fronte a una concorrenza che prima non esisteva. E non siamo stati in grado di costruire nuovi modelli di sviluppo, perché i nostri sistemi non sono orientati alla flessibilità e alla reinvenzione. Quella che Schumpeter chiamava “distruzione creatrice” non è mai stata una nostra forza.
Come possono uscirne i Paesi occidentali impantanati in quei modelli?
Il declino continuerà finché resteremo così rigidi. Certo, potrebbero esserci cambiamenti politici, con governi che decidono di fare sacrifici e riforme strutturali: innalzare l’età pensionabile, aumentare le ore di lavoro, riformare i sistemi educativi, integrare i sistemi bancari e finanziari. È tutto possibile, ma richiederebbe una radicalità politica oggi assente in Europa. Per questo non mi aspetto cambiamenti a breve, anche se non li escludo nel lungo periodo.
In tutto questo, l’Occidente deve anche fare i conti con l’ascesa di populismi di destra e di sinistra, in una generale crisi delle democrazie liberali. Questi sono fenomeni transitori o tendenze strutturali?
Purtroppo, come in parte ho già detto, non sono fenomeni transitori. In fondo, anche di Donald Trump dicevano: è solo una parentesi, poi arriverà Biden e tutto tornerà alla normalità. Non è stato così. Nemmeno con Biden le cose sono andate “bene”. Ora Trump è tornato, e un giorno se ne andrà. Poi arriverà un altro presidente democratico, ma non cambierà molto: le trasformazioni introdotte da Trump – dai dazi commerciali ai nuovi equilibri nella sicurezza transatlantica – rappresentano un mutamento strutturale della politica e della cultura americana. Lo stesso vale per l’ascesa della Cina, per il cambiamento climatico: tutti fenomeni strutturali, non temporanei. Quello che abbiamo visto nell’ultimo decennio non è un’anomalia: è la nuova normalità, e durerà.
A proposito di cambiamento climatico, l’emergenza è al tempo stesso una minaccia esistenziale e un potente motore d’innovazione. Secondo lei, la transizione ecologica arriverà in tempo per evitare il disastro, o sarà sempre troppo tardiva? E quali ostacoli politici o economici rischiano di rallentarla di più?
È una domanda enorme, e lei ha ragione a dire che la crisi climatica è al tempo stesso una minaccia e una spinta all’innovazione. In Europa, però, non lo è stata. La maggior parte delle innovazioni tecnologiche in campo climatico arriva dall’Asia – dai pannelli solari alle batterie elettriche, dalle auto elettriche alle pompe di calore. Non necessariamente tutte dalla Cina, ma sicuramente dall’Asia. Noi europei ci siamo concentrati più sugli obiettivi e sulla regolamentazione che sull’innovazione. Abbiamo fissato target ambiziosi e li prendiamo più sul serio di chiunque altro, ma il nostro approccio è sbagliato. Nel lungo periodo, vinceranno i Paesi che sapranno innovare, non quelli che impongono vincoli. Se questa crisi sarà risolta – e non mi avventuro in previsioni – non sarà grazie ai target, ma grazie all’innovazione: tecnologie di rottura come la fusione nucleare o un’energia solare molto più efficiente. Queste saranno le vere “game changer”, anche nei rapporti tra Nord e Sud del mondo. Non c’è una linea di demarcazione tra “troppo tardi” e “in tempo”: il cambiamento climatico è un processo di erosione continua. Le ondate di calore che viviamo oggi ne sono già un sintomo. Eviteremo le catastrofi? Difficile dirlo. Ma credo che l’umanità finirà per cavarsela – a un costo altissimo.
La ricerca in campo ambientale, con l’innovazione dell’intelligenza artificiale, è uno dei motori della nuova rivoluzione industriale. In che modo questa rivoluzione differirà dalle precedenti?
Credo che l’intelligenza artificiale giocherà un ruolo enorme, perché cambierà radicalmente la natura dei processi produttivi: vedremo livelli di efficienza produttiva finora impensabili. Questo aprirà i mercati a nuovi concorrenti e renderà più difficile mantenere monopoli o oligopoli, come accaduto in passato. Pensiamo all’industria automobilistica europea: per decenni la conoscenza tecnica è rimasta concentrata tra pochi attori in Europa, Giappone, Corea e Stati Uniti, ciascuno con il proprio spazio. Questo equilibrio è destinato a cambiare. Il mondo diventerà più “piatto”, e il privilegio competitivo dell’Occidente sarà messo in discussione.
L’intelligenza artificiale è già percepita come una forza dirompente, secondo lei è più probabile che stiamo sopravvalutando o sottovalutando il suo impatto reale?
Direi entrambe le cose. Tendiamo a sopravvalutare la velocità con cui una tecnologia cambia la nostra vita, ma a sottovalutarne l’impatto cumulativo nel lungo periodo. Ed è proprio quest’ultimo aspetto a essere decisivo.
In che modo?
Oggi molti vedono solo ChatGPT o i modelli linguistici interattivi. Sono strumenti sorprendenti – io stesso li uso spesso, anche per programmare – e hanno già ottime capacità di ragionamento matematico. Ma non rendono ancora più produttive le imprese. Forse lo farà la prossima generazione di modelli, ma servirà tempo. Per ora le aziende li adottano dove ha senso – assistenza clienti, ricerca documentale – ma il loro impatto è limitato. Non risolvono problemi di produzione o di strategia di mercato. Tuttavia, col tempo, l’integrazione tra grandi dati, intelligenza artificiale, cloud computing e quantum computing avrà un effetto dirompente. Già oggi l’IA migliora l’efficienza in certi ambiti: negli studi legali, nella diagnostica medica, nel riconoscimento di schemi complessi. Non sostituisce i professionisti, ma li rende più efficienti. Non ha ancora generato guadagni di produttività a livello macroeconomico, ma lo farà.
Con che tipo di rischi?
Esiste un piccolo rischio “esistenziale”, come sostiene Geoffrey Hinton, ma per ora l’IA non è intelligenza nel senso umano del termine: è una rilevazione di schemi su larga scala. Appare intelligente, ma non pensa, non creativa. È semmai una democratizzazione del ragionamento e della conoscenza, resa accessibile a costi minimi.
Lei parla spesso della necessità di leggere con attenzione i segnali precoci dei mercati. Quali indicatori politici e fiscali dovremmo osservare con maggiore attenzione oggi? E quali errori stanno commettendo i governi occidentali?
Stiamo assistendo, soprattutto in Europa, ma anche a livello globale, a un’interazione tossica tra alto indebitamento e bassa crescita della produttività. Il pericolo maggiore per i governi occidentali sottovalutare questa combinazione. Il risultato può essere una crisi del debito, una crisi sociale, o entrambe. Quali sono gli esempi più evidenti in Europa? Lo vediamo in Francia, dove quasi tutte le forze politiche fraintendono le cause profonde del problema, riducendolo a una questione di redistribuzione: chi tassare, chi aiutare. Ma la radice è una stagnazione della produttività e una spesa pubblica che vive al di sopra dei mezzi dei singoli Paesi. L’Italia ci è arrivata per prima, già nei primi anni Duemila. Poi il Regno Unito, con la crisi del 2008; la Germania un decennio più tardi, con la sua crisi industriale; e ora la Francia. Siamo tutti intrappolati in un equilibrio di bassa produttività, che potrà essere rotto solo con riforme profonde e grandi investimenti pubblici e privati. Ma, al momento, questa visione politica manca del tutto.
Guardando ai mercati emergenti, quali rappresentano i “laboratori del futuro” che l’Occidente non può permettersi di ignorare?
Non mi piace ragionare in questi termini. Credo che l’Unione europea debba costruire alleanze strategiche con i Paesi africani e latinoamericani. L’accordo con il Mercosur, per esempio, è un passo nella giusta direzione. Cina e Russia sono state molto più abili di noi nel tessere queste relazioni strategiche, mentre noi europei siamo rimasti ancorati al nostro doppio legame tradizionale con Stati Uniti e Cina. Non abbiamo creato veri legami geopolitici con il Sud globale. È essenziale diversificare le catene di approvvigionamento invece di voler “rimpatriare” tutto, cosa impossibile. Ad esempio, non produrremo mai tutto il litio di cui abbiamo bisogno. Dovremo importarlo – dal Cile, dall’Australia, e da altri. In questo senso serve una nuova strategia geopolitica, commerciale e anche militare. Non credo però nei “modelli”: ogni Paese ha la sua traiettoria. Una volta si diceva che il Giappone fosse il modello da imitare, poi la Germania. Ma ogni modello è contingente, e replicarlo sarebbe un errore.
Immaginando il mondo nel 2050, quale scenario ritiene più probabile: uno di declino, conflitto e crisi, oppure uno in cui l’umanità riesce a reinventarsi grazie a nuove tecnologie, regole e fonti energetiche?
Penso che il conflitto sia piuttosto probabile. Non vedo un futuro di pace stabile. Vivremo in una nuova bipolarità: un mondo dominato dalla Cina e un mondo dominato dagli Stati Uniti. È possibile che gli Stati Uniti inizino un lento declino, da un livello molto alto, proprio come sta accadendo all’Europa. E il declino, contrariamente a quanto si pensa, può durare a lungo: non cinque anni di recessione, ma decenni interi. L’Argentina è in declino da quasi un secolo: era uno dei Paesi più ricchi del mondo, e oggi versa in condizioni disastrose. E oggi non vedo in Europa né politiche né leader disposti a spendere il capitale politico necessario per invertire questa traiettoria. Quindi sì, il declino continuerà, in un mondo dominato da Stati Uniti e Cina, e inevitabilmente conflittuale. Non credo in una guerra mondiale, ma in una moltiplicazione di conflitti regionali, come quella in Ucraina. E temo che, se mai ci fosse una guerra tra Russia ed Europa, gli Stati Uniti non interverrebbero. Questa non è più l’epoca della Prima o della Seconda guerra mondiale: è un mondo frammentato, instabile, e profondamente competitivo.

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