Zelensky ha detto no (pubblicamente), ma la mediazione vaticana è una strada concreta per la pace

Zelensky ha rifiutato la mediazione vaticana per la pace in Ucraina ma il suo “no” andrebbe interpretato con le mille sfumature del linguaggio diplomatico. Il presidente ucraino non può appoggiare pubblicamente il tentativo del Santo Padre per non inimicarsi il suo popolo, martoriato da mesi di guerra, e, soprattutto, per non lanciare un messaggio di debolezza a Putin. Il rifiuto pubblico potrebbe nascondere un’approvazione implicita, anche perchè la diplomazia vaticana in questo momento è l’unica veramente equidistante dalle parti non avendo, a differenza della Turchia, altro mediatore accreditato dalla comunità internazionale, interessi in gioco con una o con l’altra parte.


Papa Francesco ha messo in campo la “neutralità vaticana” per cercare di portare Russia e Ucraina a un negoziato di pace che eviti quelle che Oltretevere chiamano “conseguenze catastrofiche” per tutto il mondo. Risiede qui il senso dell’udienza ufficiale in Vaticano fra il Papa e Volodymyr Zelensky, dopo che quest’ultimo ha incontrato al Quirinale il presidente Sergio Mattarella, e a Palazzo Chigi la premier Giorgia Meloni e il ministro degli esteri Antonio Tajani.

I doni scambiati

Anche i doni rappresentano nelle dinamiche diplomariche un messaggio. Jorge Mario Bergoglio ha donato al presidente dell’Ucraina una piccola scultura che rappresenta un ramoscello d’ulivo, simbolo della pace. Volodymyr Zelensky ha ricambiato con un’icona della Madonna dipinta sui resti di un giubbotto antiproiettile squarciato dai proiettili..

L’equilibrio del Papa

Davanti al presidente ucraino, arrivato in Italia per la prima volta dall’inizio dell’invasione russa, Francesco ha mantenuto quell’equilibrio che fin dall’inizio del conflitto contraddistingue la linea della Santa Sede: trovare soluzioni per la pace senza fare scelte di campo. Di qui, del resto. La rinuncia a un viaggio a Kiev se contestualmente non si apre la possibilità di andare anche a Mosca. La guerra, ha detto del resto lo stesso Francesco incontrando i nuovi ambasciatori accreditati presso la Santa Sede “ha portato sofferenza e morte indicibili”, per questo il tentativo del vescovo di Roma è quello di portare le due parti a un tavolo. E ancora: “La Santa Sede, in conformità alla propria natura e alla sua particolare missione, si impegna a proteggere l’inviolabile dignità di ogni persona, a promuovere il bene comune e a favorire la fraternità umana tra tutti i popoli. Questi sforzi, che non comportano il perseguimento di scopi politici, commerciali o militari, sono realizzati attraverso l’esercizio di una neutralità positiva. Lungi dall’essere una ‘neutralità etica’, soprattutto di fronte alle sofferenze umane, ciò conferisce alla Santa Sede una posizione ben definita nella comunità internazionale che le permette di meglio contribuire alla risoluzione dei conflitti e di altre questioni.

Snodo cruciale

In Vaticano ritengono che l’incontro di oggi possa rappresentare uno snodo cruciale della “missione di pace” segreta di cui ha parlato Francesco nel volo di ritorno dall’Ungheria. Tre giorni fa anche il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, ha parlato di “novità” sull’azione diplomatica per fermare la carneficina nell’Est Europa. Tutto, ha aggiunto, sta avvenendo “naturalmente a livello riservato“. Dalle primissime ore successive all’invasione russa, il Papa si era detto disponibile “a fare tutto quello che è possibile” per la riconciliazione. E si era offerto per una mediazione, per andare in visita in entrambe le capitali e per accogliere un tavolo di pace in Vaticano.

Gli uomini di Francesco

A lavorare per la mediazione vaticana sono in particolare cinque prelati: il cardinale Pietro Parolin; il segretario per i Rapporti con gli Stati monsignor Paul Richard Gallagher; l’arcivescovo di Mosca, Paolo Pezzi; il nunzio apostolico in Ucraina, Visvaldas Kulbokas; e Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese orientali. Bergoglio ha già incontrato il primo ministro ucraino Denys Shmyhal, gli ambasciatori ucraino e russo presso la Santa sede, e sta cercando di intensificare i canali per avere un confronto con il patriarca di Mosca Kirill e il presidente russo Vladimir Putin. Insieme, lavora su iniziative in campo umanitario, sulle trattative per liberare i prigionieri, e per fare tornare a casa i bimbi ucraini che Mosca è accusata di avere deportato.

Il tempo ci dirà se la mediazione della Santa Sede riuscirà a portare dei risultati, nel frattempo resta una delle poche strade concrete percorribili dati i grandi interessi in campo di Stati Uniti e Cina, i due “convitati di pietra” al tavolo della pace, che non consentono loro di essere percepiti come neutrali agli occhi di uno o dell’altro belligerante.

Informazioni su Marco Blaset 150 Articoli
Giornalista economico della Federazione Svizzera e Direttore di Outsider News.

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