Come l’auto elettrica può creare un nuovo sistema industriale e diventare una risorsa per il paese

Tutti concordano sul fatto che nel breve termine la diffusione delle auto elettriche sarà ad esclusivo vantaggio di chi oggi controlla la tecnologia (Cina su tutti), ma nel medio-lungo periodo non possiamo non investire nello sviluppo di un nuovo sistema industriale per trasformare la mobilità elettrica in una risorsa per tutto il sistema paese.

O subiamo passivamente gli eventi e accettiamo di buon grado che la vecchia europa, e l’Italia più di tutti, resti ai margini di questa rivoluzione epocale o ci rimbocchiamo le maniche per trasformare le nostre filiere industriali, che proprio nel settore automotive vantano una tradizione di eccellenza manifatturiera, al servizio del futuro.

Oggi in Italia le auto elettriche costituiscono lo 0,3% del venduto annuo, un numero che evidentemente mette paura a qualche commentatore, all’indotto e ai sindacati, data la mole di articoli che troviamo nelle rassegne stampa ogni giorno. Da una parte comprendiamo questi timori, si tratta pur sempre di un cambiamento epocale, ma come sistema-paese non possiamo trincerarci su posizione difensiviste antistoriche

Dobbiamo invece creare le condizioni affinché le nostre industrie nazionali siano in grado di competere anche su questo nuovo prodotto, che è inevitabilmente destinato a rappresentare quote di mercato sempre maggiori.

Ridurre la questione della mobilità elettrica, in maniera semplicistica, ad un “giocattolo per pochi”, citando Tesla Porsche e tralasciando i modelli che, in realtà, proprio grazie all’ecobonus diventano molto più abbordabili anche da quella che non rappresenta la “borghesia urbana”, significa, a nostro parere, già sottovalutare un tema cruciale per il futuro della nostra industria, spostare più avanti il problema.

E intanto il il Paese accumula ritardo rispetto alle imprese estere.
Sono le stesse case costruttrici che stanno investendo centinaia di miliardi di euro (80 solo il Gruppo Volkswagen) su piattaforme industriali per la produzione di veicoli elettrici, mentre Paesi europei come Polonia, Spagna, Olanda, Francia e Germania si sono già dotati di supply chain a livello nazionale per la produzione di autobus elettrici che già circolano nelle città più grandi.

Una filiera dell’elettrico esiste già, produce e innova. Realtà imprenditoriali italiane che da oltre dieci anni costruiscono powertrain fatti e finiti per case estere potrebbero giustamente risentirsi se poi quella dell’auto elettrica viene definita con sufficienza una “moda”. E non lamentiamoci se poi arriva la big company americana di turno a prendersi tutto.

È evidente che la conversione della filiera non sarà indolore, ma è sempre così per l’innovazione tecnologica. L’automazione porterà a una perdita – fisiologica – di figure professionali, ma nuove professioni si andranno ad innestare al loro posto. Nulla di sorprendente: ogni progresso porta con sé strappi e nuova crescita. Lo stesso accadde quando, negli Stati Uniti, vennero commercializzate le prime automobili, ci furono le rivolte di chi era impiegato in tutta la catena del valore del trasporto a cavallo. Dovevamo forse per questo fermarci alle carrozze? Piuttosto la sfida – non banale, ma necessaria – sarà accompagnare la conversione dell’industria nel modo più indolore possibile.

Studi dimostrano che il saldo dei posti di lavoro creati rispetto a quelli persi è positivo. Una analisi di fine 2018 dell’AIE, l’Associazione Europea dei Contractors nel settore elettrico, concorde con i risultati emersi anche dagli studi Fuelling Europe’s Future e Fuelling Italy’s Future di Cambridge Econometrics, ha calcolato che saranno 200 mila i posti di lavoro permanenti che la mobilità elettrica sarà in grado di generare, al netto delle perdite, entro il 2030, un decimo dei quali in Italia. I settori maggiormente impattati da questo aumento saranno quello della manutenzione e dell’installazione (anche delle infrastrutture di ricarica) e della produzione e smaltimento e riutilizzo delle batterie.

Soffermiamoci sulle premesse, senza le quali qualunque numero rischia di essere puramente strumentale e manipolabile. Il dato è calcolato stimando gli scenari di penetrazione dei veicoli elettrici e plug-in al 35% delle nuove vendite in Europa, pari al 10% del parco veicoli totale. Si tratta di uno scenario conservativo, in discussione alla Commissione Europea per introdurre obblighi minimi di diffusione, che presuppone una diffusione moderata dei veicoli elettrici. Se spostassimo le percentuali ipotizzando il 100% dei veicoli elettrici al 2030, si stima che i posti di lavoro creati sarebbero 1.2 milioni. Come MOTUS-E abbiamo partnership con numerose università italiane per offrire percorsi di alta formazione nell’ambito della mobilità elettrica, ma stiamo anche lavorando a progetti formativi per figure professionali, come quelle dei meccanici ad esempio, che dovranno riconvertirsi, o comunque adeguarsi a un mercato a geometrie diverse.

Qualche cenno merita anche il tema delle stazioni di ricaricaAbbiamo realizzato una mappatura delle infrastrutture di ricarica attualmente installate su suolo pubblico o su suolo privato ma ad uso pubblico: a gennaio 2019 ne risultavano più di 5.000 in tutta Italia, con un rapporto rispetto al circolante che si attesta su 1 colonnina pubblica ogni 4 auto. I piani di vari operatori ci hanno consentito, inoltre, di stimarne la diffusione per il prossimo anno: saranno circa il doppio delle attuali.

C’è ancora molto da fare, non lo neghiamo. Sul fronte dell’interoperabilità, della diffusione geografica (tuttora troppo sbilanciata verso il Nord) e delle realizzazione di punti di ricarica ad alta potenza sulle vie ad elevata percorrenza.

È fondamentale, invece, che si diffondano capillarmente punti di ricarica pubblici a bassa potenza in corrente alternata, che rappresentano un carico distribuito poco impattante sulle reti in bassa tensione cittadine. Peraltro, le auto private o le flotte aziendali, rimanendo per la maggior parte del tempo ferme, potrebbero anche rappresentare un’importante risorsa di regolazione della domanda di energia a fronte di un mix di generazione nazionale che dovrà accogliere un ammontare crescente di energia da fonti rinnovabili.

In conclusione, sarà sicuramente necessario accompagnare la filiera produttiva in questa transizione. Occorre, quindi, una strategia nazionale chiara e con obiettivi precisi sia in termini di penetrazione minima dei veicoli elettrici nelle flotte private, aziendali, della logistica e del trasporto pubblico locale, sia in termini di diffusione di adeguate infrastrutture di ricarica. Infine, è più che mai necessario un reale sostegno alla graduale riconversione industriale, tramite agevolazioni agli investimenti in ricerca e sviluppo, all’acquisto di nuovi macchinari e software, all’assunzione di nuovi tecnici specializzati che valorizzino le capacità e le competenze già presenti nel nostro Paese.

Informazioni su Marco Blaset 125 Articoli
Giornalista economico della Federazione Svizzera e Direttore di Outsider News.

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