David di Donatello: i nove premi a Dogman, la favola nera di Matteo Garrone

Riusciranno i nostri eroi a risollevare le sorti del cinema italiano? Ma chi sono questi eroi? I produttori, i distributori, i registi, gli attori, gli sceneggiatori e i direttori della fotografia, gli scenografi, i costumisti, gli operatori e i montatori? Tutti coloro che ancora credono che si possa trovare una strada virtuosa che contemperi film in sala e streaming, consumazione di serie davanti al computer e tv e la magia del rituale davanti al grande schermo? Forse.

David di Donatello – Garrone (Dogman)

In attesa di una politica culturale degna di questo nome, che aiuti il sistema produttivo e distributivo a riprendere vigore, mentre si avvia finalmente (progetto Moviement) una programmazione nelle sale dodici mesi su dodici, è appena terminata la 64esima edizione dei David di Donatello, con tanto di cerimonia al Quirinale e serata su RaiUno condotta da Carlo Conti. Quindici le candidature per “Dogman” di Matteo Garrone, tredici per “Capri-Revolution” di Mario Martone (alla fine David per costumista e musicista) e per “Chiamami col tuo nome” di Luca Guadagnino e dodici per “Loro” (David all’attrice protagonista Elena Sofia Ricci e per l’acconciatura) di Paolo Sorrentino.

Al riguardo, Christian Raimo, in un pezzo per la versione on line di Internazionale, osserva che i cinque candidati come miglior film – “Dogman”, “Euforia” di Valeria Golino, “Sulla mia pelle” di Alessio Cremonini (David al protagonista Alessandro Borghi, al regista come esordiente, oltre che David giovani, e ai produttori), “Chiamami col tuo nome” (David per la sceneggiatura non originale e la canzone originale) e “Lazzaro felice” di Alice Rohrwacher – “sono apologhi sulla famiglia, e hanno come protagonisti degli outsider, degli sperduti, degli orfani, dei dropout, degli uomini soli. Adulti non adulti, maschi fragili in crisi che non sanno bene come fare a reinventarsi un posto nel mondo”.  Una tendenza che riflette “un paesaggio umano dove la crisi è ormai avvenuta e la commedia all’italiana – più che il cinema d’autore, il neorealismo, o il genere – resta la radice deformata su cui costruire un immaginario della sopravvivenza”, evidenzia Raimo.

In ogni caso, quest’edizione si ricorderà pure per il premio alla carriera a Tim Burton e i David Speciali, voluti dalla direttrice artistica dell’Accademia del Cinema Italiano Piera Detassis, a Dario Argento, Francesca Lo Schiavo e Uma Thurman, il David dello spettatore per “A casa tutti bene” di Gabriele Muccino, il nono David a Nanni Moretti (per il documentario “Santiago, Italia”) e il miglior titolo straniero a “Roma” di Alfonso Cuarón. Ma, soprattutto, i nove premi a “Dogman”, compresi miglior film e regia, rimarranno nell’immaginario.

Anche se il valore di un’opera va valutato nel tempo, e dopo molte visioni, come primo impatto, si può rilevare che la sceneggiatura originale di Ugo Chiti, Garrone e Massimo Gaudioso, premiata con il David, riprende con spirito libero il celebre “delitto del Canaro” e lo trasforma e reinventa grazie alla forza filmica espressa da inquadrature dalla valenza pittorica.   Primi piani, uso della steadycam, piani sequenza, campi lunghi e sfumature cromatiche, nella fotografia di Nicolaj Brüel (altro David), la macchina a mano e le scelte visive, nelle variazioni delle luci e nel mutamento del paesaggio, con il montaggio di Marco Spoletini e la scenografia di Dimitri Capuani, entrambi vincitori del David al pari dei truccatori Dalia Colli e Lorenzo Tamburini, suggeriscono l’orrore e l’animalità degli uomini, fondendo favola nera, realismo e sprazzi lunari e surreali.

Se il protagonista Marcello Fonte ha ottenuto il Prix d’interprétation al Festival di Cannes e l’European Film Award 2018, i David di Donatello hanno dato il giusto riconoscimento, come non protagonista, a Edoardo Pesce, che anima con personalità l’ottusità feroce di un male privo di agganci razionali, in un film che sfiora il sacro e che scava nella disperazione esistenziale e sociale.

Da parte sua, in attesa del suo “Pinocchio”, il pluripremiato Garrone continua un percorso artistico iniziato con “Terra di mezzo” (1996), “Ospiti” (1998) e “Estate romana” (2000), fino a “L’imbalsamatore” (2002), “Primo amore” (2004), “Gomorra” (European Film Awards 2008 e Gran Premio della Giuria a Cannes), “Reality” (Gran Premio della Giuria a Cannes 2012) e “Il racconto dei racconti – Tale of Tales” (2015). Nel complesso, un cinema disturbante che restituisce spessore alla composizione dell’immagine.

Marco Olivieri
Informazioni su Marco Olivieri 27 Articoli
Giornalista professionista e dottore di ricerca, Marco Olivieri è autore della monografia “La memoria degli altri. Il cinema di Roberto Andò” (Edizioni Kaplan 2013 e 2017), curatore del volume “Le confessioni” (Skira 2016) e, con Anna Paparcone, autore del libro “Marco Tullio Giordana. Una poetica civile in forma di cinema” (Rubbettino 2017). Collabora con «la Repubblica» – edizione di Palermo, è componente del comitato scientifico di “Carteggi letterari le edizioni” e ha scritto saggi per la casa editrice Leo S. Olschki e articoli per «Cinema e Storia» di Rubbettino, «il venerdì di Repubblica», «Ciak» e «Doppiozero». Critico cinematografico e teatrale, si occupa di Uffici Stampa, Cultura, Politica, Società e Terzo Settore.

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