Energia e rapporti di forza: lo scontro USA-Russia si gioca in Europa

Negli ultimi decenni la dipendenza energetica dell’Europa dal gas russo ha rappresentato un motivo di preoccupazione, nonché un driver di politica estera, per le diverse amministrazioni insediatesi alla Casa Bianca. Basta tornare indietro di qualche lustro con la memoria, per comprenderne le radici e rivisitare le prime mosse intraprese da Washington per arginare il potere energetico di Mosca nei confronti degli alleati europei.

La corsa alle risorse del Caspio – iniziata negli anni ’90 in concomitanza con il crollo dell’Unione Sovietica e materializzatasi con la firma del “Contratto del secolo” e la realizzazione dell’oleodotto Baku-Tiblisi-Ceyhan – è solo il primo tassello di una saga che ha visto le due ex-superpotenze affrontarsi, talvolta via proxy, sullo scacchiere energetico del continente europeo. Negli ultimi anni, grazie alla rivoluzione shale iniziata a metà degli anni 2008, le pressioni americane si sono intensificate fino a raggiungere il picco con la crisi scoppiata in Ucraina nel 2013/14, e le promesse dell’amministrazione Obama di nuovi ingenti volumi di gas naturale liquefatto a stelle e strisce per ridurre la dipendenza degli alleati da Mosca.

L’ombra energetica americana in Europa

Ma l’attenzione degli Stati Uniti nei confronti della dipendenza europea dal gas russo è antecedente al “boom” della rivoluzione shale e dei possibili interessi di Washington a esportare il proprio LNG verso il vecchio continente. Già nella prima metà degli anni 2000, con l’emergere delle preoccupazioni europee in materia di sicurezza degli approvvigionamenti, l’azione diplomatica di Washington si è concentrata sulla diversificazione degli approvvigionamenti di gas in Europa attraverso la realizzazione di rotte alternative rispetto alle forniture provenienti da Mosca.

La creazione, nel 2008, della figura dello U.S. Special Envoys for Eurasian Energy – affidata in prima battuta a C. Boyden Gray – e l’attivismo diplomatico del suo successore Amb. Richard Morningstar sono una chiara testimonianza dell’importanza del dossier per Washington. Un’importanza riconosciuta a livello bipartisan, va sottolineato, tanto dall’amministrazione repubblicana di George W. Bush a quella democratica di Barack Obama, fino ad arrivare all’approccio odierno – seppur ambivalente nei confronti di Mosca – di Donald Trump. Un’azione, quella di Washington, che agli albori si è focalizzata soprattutto sulla promozione del Corridoio sud – network di gasdotti immaginato dalla Commissione europea per trasportare in Europa volumi di gas provenienti dal bacino del Caspio e dall’Asia Centrale – e sul supporto alla realizzazione del progetto Nabucco, miseramente fallito nel 2013 e oggi sostituito dal fratello minore (in termini di capacità di trasporto) TAP, a favore del quale gli ultimi due inquilini della Casa Bianca hanno investito un sostanziale capitale politico e diplomatico.

Gli incoraggiamenti di Donald Trump al Primo Ministro italiano Giuseppe Conte – in visita a Washington lo scorso luglio – per una rapida realizzazione della condotta trans-adriatica, sono solo l’ultima manifestazione dell’interesse americano verso l’apertura della rotta di approvvigionamento sud-orientale. Sempre guardando a sud-est dello scacchiere europeo, vanno evidenziati i tentativi di Washington di sbloccare lo stallo energetico nel Mediterraneo orientale. Con la scoperta, nel 2015, del mega-giacimento egiziano di Zohr – andato ad aggiungersi ad altre scoperte minori effettuate nei fondali israeliani e ciprioti – si è di fatto creata una nuova regione energetica ai confini (in realtà per una parte, Cipro, direttamente all’interno) del territorio europeo.

Il valore strategico del Mediterraneo orientale per gli obiettivi europei di diversificazione da Mosca non è ovviamente sfuggita a Washington che, forte anche dei legami con Israele e della presenza di major petrolifere a stelle e strisce nella regione, si è spesa in modo concreto per favorire la cooperazione tra i diversi attori coinvolti nella partita. In questo contesto, va sottolineata l’azione costante di Amos J. Hochstein, nominato da Obama U.S. Special Envoys for International Energy Affairs, con un chiaro mandato operativo nello scacchiere dell’East Med.

Scontro frontale sul piano geopolitico

Se le pressioni diplomatiche americane su questi due fronti hanno sollevato poco rumore a livello mediatico, l’opposizione di Washington nei confronti del progetto Nord Stream 2 ha ottenuto un’eco decisamente più significativa. Nel caso del Corridoio sud e del Mediterraneo orientale, infatti, le relazioni energetiche tra Mosca e i paesi europei vengono toccate soltanto in modo indiretto (e in un certo senso marginale) dall’azione americana, mentre la manifesta ostilità degli Stati Uniti verso Nord Stream 2 ha portato lo scontro con la Russia a un livello frontale. Le pressioni americane sul progetto, in particolare, si sono intensificate quando le due ex-superpotenze sono andate in rotta di collisione a causa della crisi in Ucraina e l’annessione della Crimea: il Presidente Obama in persona, il suo vice Joe Biden e lo stesso Hochstein si sono schierati apertamente contro la realizzazione del gasdotto proponendo all’Europa un rafforzamento degli interscambi energetici attraverso l’oceano Atlantico.

Con l’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca, la retorica americana nei confronti di Mosca ha assunto sfumature ambivalenti. Ai tentativi di avvicinamento al Cremlino da parte del tycoon fanno infatti il paio le ferventi posizioni bipartisan contro la Russia all’interno del Congresso, che dopo l’esito delle elezioni di midterm e il ritorno sotto controllo democratico della Camera dei Rappresentanti (nel suo primo mese di lavori, la nuova camera bassa ha prontamente adottato una risoluzione contro la condotta russo-tedesca) potrebbe inasprire le azioni nei confronti di Mosca. La centralità del dossier Nord Stream 2 anche per l’amministrazione repubblicana era stata comunque confermata al summit NATO dello scorso luglio, durante il quale – con la sua solita retorica “colorita” – il Presidente Trump aveva sottolineato la pericolosa dipendenza della Germania dalle forniture di gas russo. Criticando la scelta di Berlino di procedere con il progetto, e mettendone in luce le implicazioni negative per alleati chiave della Casa Bianca in Europa centro-orientale quali Ucraina e Polonia, Trump ha mandato un chiaro messaggio ai partner europei. Seppur evitando una deflagrazione frontale dello scontro con Mosca, il Presidente ha messo sul tavolo una serie di incentivi all’import di LNG americano in Europa, in modo da aprire nuovi mercati per i produttori a stelle e strisce e al contempo limitare la penetrazione energetica russa nel vecchio continente.

In quest’ottica, la decisione di Berlino di realizzare un terminal di rigassificazione sulle proprie coste potrebbe rappresentare un gesto di distensione – come fatto intendere dal Ministro tedesco dell’Economia Altmeier – nei confronti degli Stati Uniti, a testimonianza della volontà di Berlino di aprire il proprio mercato all’LNG americano, pur non rinunciando al raddoppio della condotta baltica. Un esito che tutto sommato, a Trump potrebbe stare bene.

Le prospettive europee

Quando si parla del ruolo del gas russo in Europa, tuttavia, va chiarito che l’UE non ha un approccio univoco in materia. Anzi. Differenti profili energetici, e differenti sensibilità e percezioni nei confronti del potere esercitato da Mosca, determinano una molteplicità di approcci nazionali e regionali nei confronti della Russia difficilmente inquadrabili in un unico schema relazionale. Da un lato c’è, ad esempio, la Germania, target principale degli attacchi di Trump, che pur essendo fortemente dipendente dalle forniture di gas russo è al contempo il principale mercato di destinazione (e la maggiore fonte di revenues) per il Cremlino. In virtù della forte interdipendenza energetica e, di fatto economico-finanziaria, con la Russia, Berlino cerca di consolidare il proprio ruolo di attore energetico dominante in Europa e di interlocutore privilegiato di Mosca.

La realizzazione di Nord Stream 2 è un elemento strumentale per questa strategia tedesca di soft-power, in grado di offrire alla Germania una posizione di monopsonio su tutti i flussi di gas russi diretti in Europa (ad eccezione di quelli destinati a Polonia, Finlandia e baltici) che garantirebbe ai tedeschi non soltanto un massiccio capitale di natura geopolitica sul continente, ma anche (e soprattutto) una leva sul piano della competitività economico-industriale che le autorità tedesche non intendono farsi scappare. E che, a Washington, non possono di certo apprezzare. Un approccio intermedio è quello adottato dall’Italia, la cui storica partnership energetica con la Russia e la forte dipendenza nel settore gas non lasciano spazio ad atteggiamenti tolleranti nei confronti di Nord Stream 2. La realizzazione della condotta, in concomitanza con la potenziale sospensione della rotta ucraina post 2019, decreterebbe la totale dipendenza italiana dal gas in transito dalla Germania, con tutte le implicazioni commerciali e industriali del caso. Un esito ovviamente non gradito a Roma, che confida (anche) nell’azione del partner transatlantico per affossare Nord Stream 2 e i piani tedeschi di egemonia energetica in Europa, e per mantenere quantomeno in vita il transito di gas attraverso l’Ucraina.

Sull’altro fronte, invece, si trovano i paesi dell’Europa centro-orientale, capitanati dalla Polonia. Da un lato, il blocco centro-orientale teme il riemergere di un accerchiamento russo-tedesco di novecentesca memoria, seppur declinato sul piano energetico; dall’altro, vuole scongiurare le perdite finanziarie determinate dall’eventuale sospensione della rotta ucraina e della mancata riscossione delle tariffe di transito sul gas diretto verso ovest. Questi paesi, desiderosi di affrancarsi dalle importazioni di gas da Mosca – spesso unico fornitore per i loro mercati nazionali – hanno un chiaro interesse verso l’LNG americano come elemento di diversificazione e flessibilità degli approvvigionamenti. La realizzazione dei terminal di rigassificazione nel Baltico, al largo delle coste polacche, lituane e finlandesi, fanno esattamente da contraltare alla posa delle nuove condotte di Nord Stream 2 nello stesso bacino.

Ma se dal punto di vista geopolitico, la costruzione dei terminal LNG di Klaipeda e Tornio (pronti ad essere riforniti di gas americano) rappresenta un tassello importante per gli interessi di Washington nel vecchio continente poiché effettivamente in grado di ridurre la dipendenza energetica dell’Europa centro-orientale da Mosca, dal punto di vista commerciale/industriale – tanto cara all’amministrazione Trump – le implicazioni positive per gli Stati Uniti sono decisamente più limitate. Si tratta infatti di capacità e di mercati di dimensioni ridotte: poco più di 25 Mmc di consumi annui dalla Finlandia all’Ungheria, con una capacità di import via nave di poco superiore ai 10 Mmc. Niente a che vedere con il mercato da oltre 110 Mmc che Mosca attualmente detiene in Europa (Germania in primis, 54 Mmc) e che è pronta a consolidare con il raddoppio della capacità di Nord Stream (oggi pari a 55 Mmc). A questi limiti strutturali si devono aggiungere le contromosse russe, prime fra tutte la rinegoziazione al ribasso dei contratti di fornitura con i partner regionali – i prezzi in Lituania scesi del 20 percento – per provare a spiazzare i competitor americani via gasdotto, e soprattutto l’accelerazione nella realizzazione del terminal di liquefazione di Yamal, che permette anche alla Russia di rafforzare la sua presenza sul mercato globale LNG e – almeno potenzialmente – competere con gli Stati Uniti anche sullo scacchiere europeo.

Ritorno alle origini

Nonostante la retorica degli Stati Uniti sulle opportunità offerte dal loro LNG come strumento di diversificazione dalla Russia, e i tentativi (a quanto pare vani) di stoppare la realizzazione di Nord Stream 2 da parte di Washington, lo scenario strategico nello scacchiere nord-orientale appare ormai abbastanza delineato. Difficile pensare che i rapporti di forza cambino sostanzialmente, che l’asse Mosca-Berlino possa essere scalfito e che il gas americano possa avere grandi margini di penetrazione in quei mercati. In questo contesto, l’unica azione concreta da parte dell’alleato transatlantico è quella di continuare a supportare le alternative messe in piedi dai partner europei per diversificare, sia da Mosca, che da Nord Stream 2: il completamento del Corridoio sud e lo sviluppo del Mediterraneo orientale, ma anche lo sfruttamento dell’opzione Turkish Stream e il mantenimento in vita della rotta ucraina sono tutti dossier sui quali l’azione costruttiva di Washington può offrire un valore aggiunto.

Nicolo Sartori
Informazioni su Nicolo Sartori 54 Articoli
Nicolò Sartori è senior fellow e responsabile del Programma Energia dello IAI (Istituto Affari Internazionali), dove coordina progetti sui temi della sicurezza energetica, con particolare attenzione sulla dimensione esterna della politica energetica italiana ed europea.. La sua attività si concentra in particolare sull’evoluzione delle tecnologie nel settore energetico. Ha lavorato inoltre come Consulente di Facoltà al NATO Defense College di Roma, dove ha svolto ricerche sul ruolo dell’Alleanza Atlantica nelle questioni di sicurezza energetica.

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