La crisi della politica e la passione perduta nel romanzo “Il trono vuoto” e nel film “Viva la libertà”

Era il 2013 ma potrebbe essere il 2018. Perde le elezioni, almeno in campo progressista, chi non tiene insieme ragione e sentimento, emozioni e visioni. «C’è una parola che mi è particolarmente cara: passione. La passione è la parola-chiave… non solo per la politica, anche per la vita». Sono le parole del segretario di un partito di Sinistra, interpretato da Toni Servillo nel film “Viva la libertà” di Roberto Andò, che rivitalizza un popolo rassegnato recitando la poesia “A chi esita” di Bertolt Brecht: «Resteremo indietro, senza comprendere più nessuno e da nessuno compresi? O contare sulla buona sorte? Questo tu chiedi. Non aspettarti nessuna risposta oltre la tua». Il leader ritrovato s’interrompe, come interrogando ogni individuo presente, e la folla, nella piazza San Giovanni di Roma, esplode in un boato.

Si tratta di un film del 2013, è vero, tratto da un romanzo scritto dallo stesso Andò e dal titolo “Il trono vuoto”, ma temi e suggestioni trovano conferma nella crisi attuale della politica tradizionale in Europa. Si tratta del primo romanzo di un regista, allievo di Leonardo Sciascia e Francesco Rosi, che spazia con rigore dal cinema (“Il manoscritto del principe”, “Sotto falso nome”, “Viaggio segreto”, “Le confessioni”) al teatro e all’opera lirica. Premio Campiello e Premio Vittorini opera prima, il romanzo è stato pubblicato da Bompiani nel 2012 e rappresenta un viaggio narrativo che intreccia destini individuali e collettivi, il senso di vuoto e di sconfitta di questi anni, le inadeguatezze dei singoli e delle comunità.

In seguito, sempre Roberto Andò, affiancato in fase di sceneggiatura ancora da Angelo Pasquini, ha continuato a investigare sulla vastità del nulla che invade la politica oggi, compiendo un passo successivo e mettendo in discussione, nel film “Le confessioni” (2016), il centro reale delle decisioni in ambito internazionale: il mondo economico.

Con una copertina allusiva di Mimmo Jodice – una sedia bianca, vuota, su una spiaggia, davanti al mare come sfondo infinito – “Il trono vuoto” racconta invece la scelta del cinquantenne Enrico Oliveri, segretario del principale partito d’opposizione, in caduta libera nei sondaggi alla vigilia delle elezioni politiche in Italia, di sparire improvvisamente, abbandonando la moglie Anna e il suo “fedele Sancho”, come viene definito il suo capo di gabinetto, Andrea Bottini.

Senza lasciare traccia di sé, tranne un biglietto alla moglie (“Sono stufo delle miserabili beghe del partito. Ho bisogno di qualche giorno di solitudine. Mi farò vivo appena possibile. Ė il prezzo che prima o poi sconta l’uomo pubblico”), Oliveri si rifugia a Parigi dal suo primo amore, al tempo dei suoi vent’anni, quando ancora, innamorato del cinema, sognava di fare il regista: una donna bella e ricca di intuito, Danielle (sullo schermo Valeria Bruni Tedeschi). Enrico viene ospitato da lei, nella casa che condivide con il marito, un regista amato dai cinefili, Mung, e con la loro figlia: una bambina chiamata Helène in omaggio alla figura che aveva ispirato “Jules e Jim” di François Truffaut.

Dopo la misteriosa scomparsa, Andrea Bottini, orfano del suo leader e in “Viva la libertà” interpretato da Valerio Mastandrea, diffonde un comunicato che fa riferimento a temporanei problemi di salute del segretario, ma è chiaro che l’improvvisa sparizione provoca sconcerto nel partito, la cui classe dirigente non viene informata della verità, e nell’opinione pubblica. Ė la stessa moglie, l’economista Anna (nel film Michela Cescon), a suggerire allo sconcertato Andrea la strada per ritrovare il segretario in fuga: “Per me ci sarebbe una sola persona in grado di trovarlo. Suo fratello. Ė uscito da pochi giorni. Ora lo considerano innocuo”. Da qui parte una narrazione avvincente che vede stagliarsi la figura paradossale del doppio: il professore Giovanni Ernani, filosofo coltissimo e geniale, non amato dagli accademici perché anticonformista, tuttavia finito per molti anni in un Centro di salute mentale. Un doppio ruolo affidato all’interpretazione di Toni Servillo.

Giovanni, il gemello dimenticato, si trasforma in un Enrico Oliveri reduce dalla convalescenza e capace, una volta ritornato in politica, di ribaltare la contesa elettorale e riconquistare elettori e dirigenti. Malgrado gli avversari all’interno del suo partito e i giornalisti notino con stupore quanto il segretario sia diverso, rispetto al passato, nel linguaggio e nel coraggio delle scelte, nessuno si accorge della verità. Quasi tutti, incapaci di distinguere la “copia” dall’originale, continuano a guardare Giovanni con la convinzione di trovarsi di fronte Enrico.

L’attualità di questo romanzo, e del successivo film, appare innegabile: “Il trono vuoto” parte dal senso di smarrimento di una comunità – l’Italia come il mondo, nella Babele mediatica nella quale siamo immersi – con la Sinistra come personaggio centrale. Simbolo di un malato che preferisce accettare le regole del gioco imposte dagli altri, piuttosto che guarire e ridare un senso alle proprie parole. Si tratta di un malato che deve smettere di apparire, o di camuffarsi, per riconquistare la dimensione dell’essere.

Così Massimo Cacciari, presidente della Giuria dei letterati del Premio Campiello 2012, si è pronunciato sull’essenza del romanzo, che trova poi la sua massima esaltazione nel film Viva la libertà, con un finale più evocativo e ambiguo: “Il libro di Roberto Andò, giocando con ironica leggerezza sul filo del paradosso, discute in realtà sulla contraddizione fondamentale dell’esercizio del potere. Il potere è maschera nella sua essenza; chi lo esercita rappresenta sempre qualcosa che è altro da sé, nasconde in sé sempre un estraneo. E questo estraneo appartiene alla sua natura esattamente quanto un fratello gemello. Il potere è assolutamente impotente a fuggire da tale rapporto, per quanto lo tenti. Così, alla fine, pur attraverso ogni sdoppiamento, la differenza risulta inessenziale, e occorre riconoscere, con lo stesso disincanto che è proprio della scrittura di Andò, l’identità del potere in quanto finzione”.

Non a caso, come esergo, il romanzo ricorda una riflessione di Jean Baudrillard: «Gli uomini di potere hanno un duplice problema: sul piano politico, quello di esercitarlo; sul piano simbolico, quello di disfarsene».

Era il 2013 ma potrebbe essere il 2018. Perde le elezioni, almeno nel campo degli schieramenti tradizionali, chi non tiene insieme identità, progetto, passione e capacità empatica di sintonizzarsi con le persone. Lo ricordano un romanzo e un film che invitano a ripensare l’oggi e le sue urgenze, esistenziali e politiche.

Marco Olivieri
Informazioni su Marco Olivieri 16 Articoli
Giornalista professionista e dottore di ricerca, Marco Olivieri è autore della monografia “La memoria degli altri. Il cinema di Roberto Andò” (Edizioni Kaplan 2013 e 2017), curatore del volume “Le confessioni” (Skira 2016) e, con Anna Paparcone, autore del libro “Marco Tullio Giordana. Una poetica civile in forma di cinema” (Rubbettino 2017). Collabora con «la Repubblica» – edizione di Palermo, è componente del comitato scientifico di “Carteggi letterari le edizioni” e ha scritto saggi per la casa editrice Leo S. Olschki e articoli per «Cinema e Storia» di Rubbettino, «il venerdì di Repubblica», «Ciak» e «Doppiozero». Critico cinematografico e teatrale, si occupa di Uffici Stampa, Cultura, Politica, Società e Terzo Settore.

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