Racket, cresce il fatturato. Addiopizzo: “Servono lavoro e inclusione sociale”

Era il 1991 quando, a Palermo, l’imprenditore Libero Grassi veniva ucciso dalla mafia. Assassinato per essersi opposto alle richieste estorsive dei clan di cosa nostra. Grassi aveva detto no, perché riteneva giustamente che pagare il pizzo ai clan per ottenere protezione fosse immorale, oltre che illegale. Lo aveva urlato a tutto il Paese, scrivendo una lettera pubblica sui giornali, andando nelle tv nazionali a invitare tutti gli imprenditori a non abbassare la schiena, a ribellarsi.

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Solo dopo il suo assassinio, venne varata la legge 172/1992 che ha istituito il fondo di solidarietà per chi denuncia gli estortori. Sono passati quasi trent’anni da quell’omicidio che sconvolse l’opinione pubblica italiana e attirò l’attenzione sul fenomeno del racket. Durante questo arco temporale, il contrasto a questa pratica criminale ha conosciuto fasi alterne, momenti di grande dibattito e altri di silenzio.

Sicuramente sono aumentate le denunce e ci sono più strumenti a disposizione di chi decide di ribellarsi, ma il fenomeno rimane ancora preoccupante e profondomanete radicato in tutto il Paese. Secondo l’ultimo indice della criminalità stilato da Il Sole 24 Ore, sulla base dei dati forniti dal dipartimento di Pubblica Sicurezza del ministero dell’Interno e relativi al numero di delitti commessi e denunciati in Italia nel 2018, emerge un quadro inquietante.

Mentre si registra un calo generale dei crimini (-2,4% rispetto all’anno precedente, con una media di 6500 reati al giorno), il racket va in netta controtendenza, con un aumento sensibile delle denunce (+17%). Un dato che, certamente, può avere anche un risvolto positivo, in quanto testimonia come sempre più vittime di estorsione scelgano di rivolgersi alla giustizia, ma che ad ogni modo conferma un trend allarmante. Considerato, infatti, il fatturato netto complessivo delle mafie (stimato in circa 100 miliardi di euro), il ramo delle estorsioni è fiorente.

Secondo quanto ha rilevato Transcrime, centro di ricerca dell’Università Cattolica di Milano, il fatturato del racket in Italia oscilla tra i 2,7 e i 7,7 miliardi di euro all’anno. Il 30% di questo denaro è raccolto in Campania, ma il fenomeno interessa tutto il Paese, comprese le regioni del nord, dove crescono le denunce. Lo dimostra la classifica delle città per numero di estorsioni denunciate, stilata secondo l’indice di criminalità del Sole 24 ore, che vede, nelle prime cinque posizioni, tre città del centro-nord: Novara (2° posto), Milano (3°) e Rimini (4°). Il triste primato va invece a Foggia, mentre al 5° posto si piazza Palermo.

Un ambito criminale, dunque, ben radicato, nonostante le attività di contrasto delle forze dell’ordine, dei magistrati e delle tante associazioni impegnate quotidianamente nei territori a supporto di chi sceglie di denunciare. Tra queste c’è Addiopizzo, associazione nata a Palermo nel 2004. Il suo avvento ebbe una grande eco, anche per le modalità con le quali essa si presentò ai palermitani e agli italiani. Nella notte tra il 28 e il 29 agosto 2004, infatti, nel centro di Palermo furono attaccati numerosi adesivi listati a lutto e riportanti una scritta molto forte: “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Il clamore creato da questa iniziativa promossa dal basso da un gruppo di giovani, diede nuova spinta al movimento antiracket.

Da allora Addiopizzo è cresciuta e continua ad operare in diverse città per promuovere la cultura della lotta alle estorsioni. Per Daniele Mannarano, membro di Addiopizzo Palermo, c’è un filo conduttore che lega le diverse realtà del Sud e di altre parti del resto d’Italia colpite del racket ed è “un filo conduttore che fa percepire come tale fenomeno per le organizzazioni mafiose, più che una valenza economica, ha il carattere di un efficace controllo del territorio”. “In termini concreti – spiega Mannarano – significa riconoscere al mafioso, attraverso le estorsioni, quell’autorità che gli consente di svolgere molte attività illecite (traffici di sostanze stupefacenti, scommesse e gioco online) e lecite (attività economiche in mano a prestanome) che sono quelle che più producono profitto e che probabilmente rappresentano il vero core business criminale. Non a caso collaboratori di giustizia come Giuffrè, già capo mandamento mafioso di Caccamo, sostengono che una delle regole caratterizzanti le estorsioni è pagare poco ma pagare tutti, proprio per consentire a cosa nostra di esercitare un controllo del territorio e del tessuto economico quanto più esteso”. Dall’omicidio di Libero Grassi, però, qualcosa è cambiato, soprattutto nel sostegno a chi sceglie di dire no al pizzo.

“Grazie soprattutto al lavoro dei magistrati e delle forze dell’ordine – afferma Mannarano – si sono create le condizioni per maturare la scelta di opporsi alle estorsioni senza ritrovarsi soli e isolati, come invece accadde nel 1991 a Libero Grassi, che fu lasciato solo dai cittadini, dai suoi colleghi imprenditori e dalle istituzioni. Oggi, se non ci fosse stato il lavoro efficace e costante di organi investigativi e autorità giudiziaria, con il supporto di alcune realtà sociali che sul territorio si sono mobilitate, non sarebbero maturate le centinaia di storie di denuncia di commercianti e imprenditori“. “Molte di queste storie – aggiunge l’attivista di Addiopizzo – sono poco note, benché significative, perché riguardano cittadini che hanno fatto la loro scelta di opporsi e non hanno ricercato ribalte pubbliche e mediatiche. Anche per questo oggi continuano a lavorare in condizioni di normalità e serenità”. A fronte di questi aspetti positivi ci sono anche le tante criticità che persistono e che creano terreno fertile per le mafie.

C’è ancora chi paga – continua Mannarano – e non sono nemmeno pochi. C’è chi paga perché ha ancora paura e continua a sentirsi solo e ci sono invece altri che si piegano alle estorsioni per convenienza. Questi ultimi sono coloro che si rivolgono ai loro stessi estorsori per recuperare crediti, per dirimere controversie con i propri lavoratori, per scalzare concorrenti e risolvere problemi di vicinato. I primi invece sono coloro che spesso vivono e lavorano in contesti dove sono presenti estese sacche di degrado e povertà e in cui diritti fondamentali come quelli al lavoro e alla casa sono ancora un miraggio per tanti”. Ci si chiede allora come fare a contrastare oggi un fenomeno così radicato e con numerevoli concause: culturali, sociali, economiche. Il potenziamento degli strumenti repressivi non può essere l’unica soluzione, proprio perché non interviene a monte del problema. “La partita – conclude Mannarano – si gioca tutta sul piano politico e delle alternative che, chi governa a vario livello il Paese e il territorio, è in grado di offrire.

Senza risposte credibili su diritti fondamentali come quello al lavoro in contrapposizione alle mafie, continuerà ad esserci uno scarto molto significativo tra azione repressiva e risposte della politica sul piano occupazionale e sociale. Ecco perché da anni, pur mantenendo il nostro impegno a supporto di chi denuncia, mettiamo sul campo pratiche di inclusione sociale e contrasto all’emergenza abitativa in quelle aree di Palermo attraversate da profonde sacche di degrado sociale, povertà ed incuria urbana”.

Informazioni su Massimiliano Perna 2 Articoli
Massimiliano Perna è autore e giornalista freelance. Siracusano, risiede in Sicilia dopo aver vissuto per molti anni a Milano, si occupa di diritti umani, temi sociali, legalità e ambiente. Ha pubblicato inchieste con diverse testate, tra cui Repubblica, Avvenire, l’Unità, Micromega.net, Liberainformazione, Terre di Mezzo, Altreconomia, L’Isola Possibile, Left, I Siciliani. Ha collaborato con RadioRai1 e Radio Popolare e, per una puntata, ha collaborato con la trasmissione di LA7, Propaganda Live. A febbraio 2019 ha ricevuto una menzione speciale al Premio Nazionale “Giuseppe Fava” Giovani. Ha all'attivo numerose pubblicazioni, tra saggi e antologie, e dirige il sito web di approfondimento e dibattito, www.ilmegafono.org, che ha fondato nel 2006. "57 Quarto Oggiaro" è il suo primo documentario.

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