Populismo y petrolio. Perchè il Venezuela ricco di greggio è al collasso

Dall’inizio delle proteste delle opposizioni contro il tentativo del governo di spogliare l’Assemblea Nazionale da loro controllata dei residui poteri legislativi, il Venezuela è sprofondato in una guerra civile.

Una situazione figlia di una crisi, anzitutto, economica con l’80% delle famiglie incapace di trovare nei negozi cibo a sufficiente per sfamarsi, un’inflazione esplosa al 1.400% e che per le stime del Fondo Monetario Internazionale potrebbe arrivare al 2.200% quest’anno, mentre il pil è crollato nel solo anno passato del 18,6%, cumulando un arretramento di oltre un quarto dei livelli toccati nel 2013, a seguito di tre anni di recessione durissima.

Eppure, il Venezuela dovrebbe navigare nell’oro, anzi sul petrolio, di cui è il paese con le maggiori riserve al mondo, disponendone per 297 miliardi di barili. Niente di tutto questo. Il cattivo sfruttamento di una materia prima così importante ha precipitato l’economia andina nel baratro attuale.

La crisi iniziata con il petrolio

Era la fine degli anni Novanta, quando la produzione giornaliera di petrolio nel paese arrivava al massimo storico di 3,5 milioni di barili. Nel 1999, al potere giungeva Hugo Chavez, che aveva già tentato un colpo di stato sette anni prima e che si era nutrito di un’ideologia di estrema sinistra, ambendo a costruire nel Venezuela proprio un “paradiso socialista”. Dopo qualche anno, la produzione di greggio iniziava a diminuire, mentre il numero dei dipendenti di PDVSA, la compagnia petrolifera statale, s’impennava. E così, oggi il Venezuela estrae circa un terzo di greggio in meno ogni giorno, ma a fronte di tre volte tanti i dipendenti rispetto all’era pre-chavista.

Per capire cosa sia successo, bisogna risalire ai primi anni Duemila, quando le quotazioni del petrolio iniziarono a salire costantemente fino a giungere al record di oltre 140 dollari al barile nel 2008. Il regime di Chavez comprese che i petrodollari avrebbero potuto essere utilizzati come bancomat per finanziare programmi assistenziali e fare arrivare il benessere a quelle fasce della popolazione, che non lo avevano ancora conosciuto.

Petrolio usato come bancomat dal regime chavista

Caracas strinse rapporti con alcune delle principali compagnie petrolifere del pianeta, incluse quelle dell’odiata America capitalista, in modo da sfruttarne la tecnologia per le estrazioni. Grazie al boom delle quotazioni, dei 1.200 miliardi di barili di greggio presenti nel sottosuolo della fascia di Orinoco, 235 miliardi divennero economicamente sfruttabili. Il Venezuela sottraeva all’Arabia Saudita il primato delle riserve.

Il disastro era agli inizi. Il regime spende tutto il denaro fluito nelle casse di PDVSA per fare politiche sociali e rinsaldare il consenso, ignorando che l’industria petrolifera ha bisogno di ingenti investimenti per mantenersi efficiente e competitiva. L’assenza di capitali disponibili priva la compagnia delle risorse necessarie per mantenere almeno costanti le estrazioni, con la conseguenza che queste si riducono e che senza la tecnologia straniera non è possibile alcuna opera di sfruttamento a costi competitivi del greggio.

Petrolio unico bene esportato

Nel frattempo, il petrolio diventa l’unico vero bene di esportazione di un’economia che nei fatti non produce più niente, rappresentando il 95% del totale dei dollari in ingresso nel paese. Quando tre anni fa, le quotazioni internazionali hanno iniziato a ripiegare e fino ad arrivare a un minimo inferiore ai 30 dollari al barile, s’intensifica a livelli allarmanti la crisi già in atto nel Venezuela per l’ottusità con cui Maduro, il successore di Chavez, scomparso agli inizi del 2013, attuava il suo programma socialista, comprimendo la libertà di impresa ai minimi termini e imponendo prezzi amministrati su tutti i beni primari.

Il surplus della bilancia commerciale, che mediamente negli anni precedenti al crollo delle quotazioni petrolifere sfiorava o finanche superava i 30 miliardi di dollari all’anno, svanisce. Non entrano più dollari a Caracas, dove le importazioni diventano sempre meno possibili. Le prime società a lasciare il paese sono quelle aeree, impossibilitate a convertire in valuta straniera i ricavi maturati in bolivar.

Cambio fisso ha ucciso l’economia venezuelana

In realtà, sin qui la crisi avrebbe potuto essere affrontata con conseguenze negative accettabili, come ha fatto la Russia di Vladimir Putin, prima produttrice al mondo di petrolio, ovvero lasciando fluttuare il tasso di cambio, in modo da incrementare il valore dei minori dollari in entrata da un lato e di consentire al mercato dell’import-export di tendere a un nuovo equilibrio, per il tramite di nuovi rapporti valutari. Niente di tutto questo. Mentre il cambio tra bolivar e dollaro s’impennava sul mercato nero, giungendo all’attuale quotazione di oltre 5.100, quello fisso ufficiale restava fino allo scorso anno a 6,3 e dopo a 10, in ogni caso più di 500 volte più forte di quanto varrebbe. Le riserve valutarie si prosciugano, scendendo a 10,1 miliardi attuali, 3 volte più basse di quelle di appena 5 anni fa.

Il resto è cronaca violenta. Repressioni di piazza, con centinaia di giovani rimasti uccisi nel corso di proteste contro Maduro, carenza di beni sugli scaffali dei negozi, prezzi fuori controllo, fame e contrabbando dilaganti, voci di default a ridosso di ogni scadenza del debito sovrano, ma sempre smentite dai fatti, mentre le stazioni di servizio restano spesso a secco nel paese, paradosso tragicomico per un paese che galleggia sul petrolio.

Informazioni su Marco Blaset 102 Articoli
Giornalista economico della Federazione Svizzera e Direttore di Outsider News.

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