Quando il petrolio diventa una maledizione. Il caso della Guyana

Pochi paesi al mondo passano inosservati quanto la Guyana. Questa minuscola striscia di costa, incastonata tra l’Atlantico e le vaste giungle del Sud America e scarsamente popolata, è l’unico Paese dell’emisfero occidentale in cui la fede induista supera numericamente tutte le altre. Questa particolarità, che rivela un passato da colonia britannica, si accompagna a una politica disfunzionale e alla recente scoperta di riserve di petrolio non sfruttate tra le più grandi del mondo: un mix esplosivo.


Da tempo abituata al proprio status di zona arretrata, la Guyana si avvia ora a diventare un’improbabile potenza energetica, sull’onda frenetica del boom del petrolio offshore: qui, infatti, negli ultimi dieci anni l’esplorazione petrolifera ha avuto più successo di quanto si potesse immaginare. Le riserve accertate del Paese ammontano attualmente a 11 miliardi di barili equivalenti di petrolio (boe, barrel of oil equivalent), in gran parte greggio dolce leggero in acque relativamente poco profonde. Il Paese produce circa 360mila barili al giorno, ed è probabile che entro la fine del decennio superi il milione: a brevissimo sarà una vera e propria potenza energetica. Questo avamposto sudamericano a lungo negletto sarà presto teatro del più grande boom petrolifero del Ventunesimo secolo.

Che cosa porterà quest’inattesa miniera d’oro ai 789mila abitanti del Paese? Ci sono tante buone ragioni per temere la risposta a questa domanda. Negli ultimi decenni è fiorita una tanto ampia quanto desolante letteratura accademica che documenta la maledizione delle risorse, e cioè come le risorse naturali possano paradossalmente far avvizzire le prospettive di un Paese, intossicandone la politica e distruggendo la competitività dei suoi altri settori.

I risultati di tali studi sembrano convergere su un’unica intuizione: solo i Paesi già dotati di istituzioni democratiche salde e forti riescono a ricavare effetti positivi dalla scoperta del petrolio. Norvegia e Canada, per esempio, erano democrazie consolidate molto prima di scoprire le loro grandi risorse naturali, ed è questo il motivo per cui tali scoperte non hanno messo in pericolo la democrazia delle due nazioni. Diversamente, per Paesi quali Kuwait, Brunei e Angola, che trovarono il petrolio prima di completare il processo di democratizzazione, la ricchezza petrolifera può diventare una sorta di maledizione che ritarda lo sviluppo della nazione e ne distorce la politica in modo assolutamente distruttivo.

Quando manca la stabilità di un governo democratico

Quando un Paese si scopre dotato di ricchezze minerarie prima di diventare democratico, in genere i suoi leader politici perdono interesse verso la tassazione: perché disturbare la gente con le tasse, quando si può semplicemente pompare denaro dal suolo? Tuttavia, i governi la cui stabilità fiscale non dipende dal popolo prendono presto a trascurare gli interessi della società: perché mai dovrebbero preoccuparsene proprio ora? I loro introiti non dipendono dalla bontà dei servizi pubblici offerti alla popolazione. Il più delle volte, questi Paesi diventano stati rentier, caratterizzati da un governo incentrato sull’estrazione di risorse naturali e sulla canalizzazione del reddito che ne deriva verso un determinato elettorato.

I Paesi segnati da profonde divisioni etniche o tribali sono particolarmente inclini a questo tipo di scenario, con il governo che diventa un mero strumento nelle mani di un’élite che lo usa per monopolizzare le rendite delle risorse ed escludere i gruppi rivali. E questo è un buon motivo per preoccuparsi di quello che potrebbe accadere nella Repubblica cooperativa di Guyana, che presenta molti dei requisiti che in genere preludono allo sviluppo di un brutto caso di maledizione delle risorse.

A causa dei capricci della storia coloniale britannica, la popolazione della Guyana si divide nettamente secondo linee razziali: 40 per cento di indiani, 30 per cento di africani, 10 per cento di indigeni e il restante 20 per cento misto. Fatto ominoso, la politica del Paese presenta divisioni analoghe, con un partito popolare progressista che domina grazie al sostegno che gli viene, soprattutto, dalla popolazione indo-guyanese, e, all’opposizione, un congresso nazionale del popolo appoggiato prevalentemente dagli afro-guyanesi.

Che cosa succede se si getta una valanga di denaro petrolifero su un sistema politico così strutturato? Molto spesso si produce una feroce scissione etnico-partigiana, con i partigiani che assumono un atteggiamento da winner-takes-all e alzano la posta in gioco del potere politico portandola a estremi pericolosi. Sembra un esito molto probabile, questo, per la Guyana, con la sua storia di continue violenze intercomunitarie.

La soluzione sta nell’inclusione

E allora, che cosa fare? I leader della Guyana devono creare un quadro di riferimento che porti a dividere la nuova ricchezza in un modo che limiti la competizione politica distruttiva. Dovrebbero porsi l’obiettivo di abbassare la posta in gioco delle elezioni, in modo che nessuno dei gruppi sconfitti alle urne si senta escluso dalla partecipazione al boom petrolifero nazionale. Questo può ottenersi con meccanismi distributivi che in una certa misura depoliticizzino la distribuzione delle rendite, abbassando la temperatura politica e smorzando l’ardore di chi lotta per il potere.

La buona notizia è che, data l’esiguità della sua popolazione e l’enormità delle sue ricchezze petrolifere, la Guyana avrà tantissimo denaro per fare le sue mosse. Se i suoi leader sapranno imparare dagli errori commessi dai Paesi già colpiti in passato dalla maledizione del petrolio, potranno eludere il fato e costruire un’ampia base di prosperità che contrasti la spinta alla violenza comunitaria. Se però dovessero sbagliare, la più recente potenza petrolifera del mondo finirebbe per non essere altro che l’ultimo caso disperato del mondo.

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